Accadde così un bel giorno che quelli del collettivo Zero fecero centro con tre video, gli ormai celebri #coglioneNO e rispettivi idraulico, antennista e giardiniere.
Cosa succede quando un team creativo riesce a fare centro come loro sono riusciti a fare (un numero esagerato di visualizzazioni e un notevole grado di popolarità cresciuto in brevissimo tempo)? Ovvio: tutti gli altri creativi devono dire la loro.
A volte pro; più spesso contro, come in questo articolo apparso su Medium o in quest’altro di Osservatoriesterni.it, che elenca i motivi per cui è giusto che editor, scrittori, fotografi, pubblicitari e compagnia bella non vengano pagati. Se vuoi far vedere che tu la sai più lunga di tutti, prenditela con l’ultimo che ha avuto successo: ricetta infallibile. I creativi dunque criticano i creativi, presumibilmente scrivendo articoli che non verranno retribuiti.
Affrontare l’argomento cercando di capire se e in che misura l’iniziativa del Collettivo Zero fosse ficcante, illuminante e giusta non aveva senso: tutto era già stato detto – e da tutti! – cosa si sarebbe mai potuto aggiungere? Anche il più misero dei blogger si è espresso dicendo “secondo me i lati positivi sono che…mentre hanno fatto degli errori qui, là, e laggiù…“. Ho provato a chiedermi cosa volessero dire quei video; nel mentre, venivo sommersa da tonnellate di analisi su cosa cosa quei video volevano e riuscivano a comunicare – e soprattutto su quello che sottointendevano. Un grande, magnificente, trionfo di egocentrismo.
L’ego, si sa, è il monello combinaguai che sta rovinando le menti della nostra generazione: essa non sa più descrivere e raccontare; in compenso dichiara, condanna e apologizza. E non parlo solo di chi lavora imbastendo fuffa come sta facendo al momento la sottoscritta.
La crisi costante della figura autorevole (tranquilli, non vi citerò le fruste dinamiche genitore lamentoso-professore o medico-paziente) è figlia sicuramente di Google e Wikipedia, grazie a cui siamo tutti diventati Pico de Paperis, ma probabilmente non solo. C’è dietro un discorso di indole: tutti ci riteniamo sorprendentemente speciali in quello che facciamo e non ci vergogniamo a dirlo. Vale tanto per i giovani illusi freelance quanto per i committenti quanto per i critici stessi del #coglioneNO. Da qui a sentenziare su qualcosa di volatile come la qualità di un lavoro creativo, il passo è microscopico.
Mi sarebbe piaciuto vedere meno dissertazioni, sofismi, prediche gorgoglianti, per trovare magari da qualche parte qualche soluzione concreta. Ad esempio, un articolo intitolato: “Creativi, se non volete essere trattati da #coglioni, ecco cosa la normativa vi permette di pretendere e come potete tutelarvi legalmente”.
I tre video di #coglioneNO hanno un finale aperto, in un certo senso: le facce dell’antennista (grafico), dell’idraulico (copywriter) e del giardiniere (fotografo) sembrano dire: “E mo’, come me la cavo in un mondo del genere?”.
Un possibile dénouement (scusate, volevo usarlo: suona troppo bene. Significa “soluzione”) potrebbe essere infischiarsene della mostruosa concorrenza e decidere che no, non ci precipiteremo più all’ultimo minuto a “potare un ramo” o “sturare un water”; e non chiederemo i soldi “a fine riparazione” bensì prima, e se non ci stai sei libero di chiedere “all’amico tuo”.
Educarci, imparare, cercare una soluzione e non parlare di quelli là che con una tripletta di video hanno cercato una soluzione ai loro problemi lavorativi (in effetti, loro sì che l’hanno trovata). Adesso, zitti e lavorare: dobbiamo riuscire a trovarla anche noi.
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