Gli anni ’20 e la generazione della calzetta

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Come ci è nata questa passione per il fai da te? Questa la domanda che mi sono posta l’altro giorno mentre osservavo mio cugino rimescolare la sua ribollente birra fatta in casa dentro un pentolone da strega cattiva, munito di cucchiaio gigante, densitometro e guanti da massaia.

Ad un certo punto è esploso il piacere del “fatto in casa” e siamo entrati in una fase in cui il pane lo cuciniamo noi, la birra la facciamo noi, i maglioni ai ferri idem. Per non parlare di conserve, vestiti, pupazzi ricavati da calzini spaiati e quel famigerato e ingestibile blob che molti di noi albergano nel frigo, la pasta madre per fare torte e focacce.  Adesso corsi a pagamento e siti gratuiti ti insegnano come creare e alimentare ad acqua e farina il tuo personale lievito casalingo in sostituzione dei cubetti reperibili in ogni banco frigo di ogni supermercato.

Insomma, pian piano stiamo diventando sempre più autonomi e proviamo grande gusto nel farlo: le pratiche casalinghe che per le nostre nonne (parlo ai trentenni di oggi) e talvolta le nostre mamme erano parte del quotidiano – nonché lavoro vero e inevitabile rottura di scatole – per noi è l’attività del tempo libero, lo svago settimanale. Ho due ore di buco, quasi quasi finisco la sciarpa all’uncinetto. Domenica mattina mentre sono tutti a letto mi metto lì e preparo la birra.

 

In un momento storico in cui, effettivamente, non ci è richiesto farlo, stiamo ridiventando delle massaie provette e degli artigiani di pregio: ci dilettiamo con la manualità e così facendo compensiamo anni di studio – l’immancabile università che per la nostra generazione è stata sacrosanto diritto, dovere e ovvietà – in cui i nostri interessi sono stati l’aria fritta e la teoria allo stato puro, le quali ci hanno condotti in molti casi a lavori che erano, di nuovo, aria fritta e teoria allo stato puro.

Marketing, comunicazione, vendita, ricerca, consulenze: nessuno più che voglia diventare imbianchino o falegname, soprattutto se si ha un buon curriculum scolastico alle spalle. Se vai bene a scuola devi studiare, non puoi fare un lavoro pratico e distogliere la tua sopraffina mente dalla sapienza. Così siamo diventati teorici di professione e nel tempo libero artigiani: paradossalmente tutto questo amore per la manualità non si riflette sul mercato del lavoro, visto che le imprese denunciano la difficoltà a reperire artigiani in quanto nessuno pare più disposto a formarsi come sarto, carpentiere o decoratore: sono mestieri di serie B che possono andare bene solo per cervelli di serie B, forse? D’altronde, quando in terza media la più brava alunna della classe in cui stavo disse alla professoressa che voleva fare la scuola alberghiera questa ribatté dicendo che no, le scuole professionali sono per quelli che a scuola non erano bravi a fare nulla.

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Tutto qui? No, ritengo che ci siano altri fattori in gioco: innanzitutto per chi è nato dagli anni ’70 in avanti molte attività sono passate dall’essere obbligatorie e conosciute a ignote e facoltative: possiamo lavorare a maglia e indossare il nostro bellissimo berretto di lana ma sappiamo che, nel caso ci venisse male o non lo finissimo in tempo per il freddo invernale ce ne potremo procurare uno nel negozio più vicino. Idem per il pane in tutti i gusti e per tutte le intolleranze alimentari o qualsiasi altro oggetto o bene di prima necessità di cui sentiamo il bisogno. Tutto ciò che cerchiamo di creare con le nostre mani, in un modo o nell’altro, è un di più che abbiamo deciso di concederci ma senza il quale avremmo valide alternative. Certo, ciò ci priverebbe del piacere immenso che ci procura dire “ti piace la maglia che ti ho regalato? Sai, l’ho fatta io!” e sentirsi rispondere “oh, che brava/o, io non ne sarei mai capace”.

Negli anni ’40 e ’50 e poi durante il boom economico il piacere derivava dal fatto che qualcun altro o qualcos’altro di occupasse di fare qualcosa che prima era un tuo peso: immaginiamoci il sollievo di chi aveva passato la giovinezza a ingobbirsi la schiena per lavare i panni a mano e si è ritrovato in casa la lavatrice e tutti i suoi tecnologici pregi. Noi non lo conosciamo l’onere del fai da te perché ne assaporiamo solo piccole, selezionate e prescelte dosi che nulla ci danno se non soddisfazione personale e un ottimo passatempo. E pane, birra e vestiti gratis, certamente.

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Altro fattore importante da non sottovalutare è il tempo, bene prezioso della cui mancanza ci lamentiamo sempre. Ricordiamoci che, innegabilmente, l’artigianato casalingo richiede ore – avete idea di quanto ci voglia a fare un cappotto di lana o dieci litri di Cascadian Dark Ale? – che non molti hanno, soprattutto dopo l’ingresso nel mondo del lavoro: ma in un momento in cui il suddetto lavoro ci viene ridotto o addirittura tolto ci ritroviamo ore che non avevamo previsto di avere, senza progetti da coltivare o riflessioni da sviluppare. I nostri bisogni diventano occupare il tempo e cercare di non pensare e così, voilà, accade che il papà cassaintegrato di una mia amica si metta a fare liuti di legno, io abbia passato mesi a confezionare ogni tipo di vestito ai ferri e qualcun altro nel mondo si dia, per esempio, al decoupàge o al lievito madre.

Io non dico che il fatto che digitare “pupazzi fatti coi calzini” su Google ci porti a ben 73.800 risultati sia del tutto una conseguenza del tasso di disoccupazione, ma diciamo che quest’ultimo ha indirettamente contribuito a fare di noi degli artigiani in erba.

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Le foto del telaio e degli orecchini in fimo sono state tratte dalla pagina Facebook Fantasia Q.B.

@twitTagli