Vivere la guerra accanto ai civili: la via della nonviolenza

La nonviolenza è la più alta forma di coraggio”.

Gandhi

Operazione Colomba è una realtà tutta italiana di volontariato, formata da persone che credono che la nonviolenza sia l’unica via per ottenere una vera pace e che hanno deciso di mettersi in gioco in prima persona per sperimentarlo, andando là dove c’è la guerra e schierandosi, fisicamente, dalla parte dei civili.

Dal 1992 oltre mille italiani hanno partecipato a Operazione Colomba, andando come Corpo Civile in paesi come la Croazia, il Chiapas, il Congo, il Kossovo e tanti altri. Oggi Operazione Colomba è attiva in Colombia, Albania, Palestina e Israele.

palestina-israele dialogo volontario militare Dialogo fra un volontario e un militare in Palestina.

Alessandro, uno dei volontari permanenti del Corpo Nonviolento di Pace, ci ha parlato del progetto e di cosa possa significare per un giovane italiano di 24 anni parteciparvi.

Com’è nato Operazione Colomba?

Il progetto è nato da un’esperienza di civili disarmati negli anni ‘90, durante le guerre balcaniche. Alcuni obiettori di coscienza, appartenenti alla Comunità Papa Giovanni XXIII, si domandarono “Cosa può fare una persona normale, che rifiuta la guerra e ha quindi rifiutato il servizio militare, per aiutare?”.

L’idea di base è che la nonviolenza non è affatto passività. Due obiettori decisero quindi di entrare in Croazia, durante il conflitto, e di vivere nei campi profughi. Il semplice fatto di stare con la gente – prima in Croazia, e poi anche in Serbia – aiutava quelle persone, che prima si sentivano dimenticate da tutti. Il passo successivo fu quello di far parlare le famiglie separate, creando dei ponti radio.

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Quando poi nel 1999 il governo D’Alema partecipò alla guerra in Kosovo, i volontari tornarono nei Balcani, mentre i serbi stavo mettendo in pratica la pulizia etnica, provocando la diaspora degli albanesi. Anche qui i volontari si stabilirono nei campi profughi. In una prima fase si trattava di un semplice supporto umano: mediare fra le forze delle Nazioni Unite e gli albanesi, guidati dall’idea di fondo che «la mia vita vale quanto la tua, di diverso c’è solo il passaporto».

Quando la guerra stava terminando è cominciata la seconda fase del progetto: i serbi si stavano ritirando ed era iniziato un sanguinoso ciclo di vendette, per cui gli albanesi intimidivano, picchiavano e talvolta uccidevano i serbi, prendendosela anche con i civili, magari anziani. I volontari di Operazione Colomba sono andati allora a vivere in una cittadina popolata da serbi che si trovava in territorio albanese, scortando i serbi nelle loro attività quotidiane; ma contemporaneamente hanno seguito gli albanesi nel loro rientro a casa dopo l’esperienza dei campi profughi, aiutandoli a testimoniare i danni anche economici provocati dalla guerra.

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In questa seconda fase, Operazione Colomba è stata accanto ad entrambe le parti in guerra e ha organizzato dei gruppi di studio in cui giovani serbi e giovani albanesi si incontravano.

Nessuno esce sano da un conflitto, c’è sempre sofferenza da tutte e due le parti.

Si è deciso di partire dal capitale umano. I volontari sapevano che entrambe le parti si fidavano di loro e si è deciso di partire da una logica semplicissima: se una persona è amica di un mio amico, è facile che io sia meglio disposta verso di lei. Nelle prime riunioni ci sono stati insulti e toni molto forti, alcuni ragazzi erano ex combattenti, ma per la prima volta il gruppo di studio dava la possibilità a questi ragazzi di essere ascoltati da appartenenti all’altra etnia.

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Il processo di catarsi è stato inevitabile e alla fine fra i ragazzi  si è creato un clima di fiducia, al punto che i ragazzi albanesi hanno iniziato a sostituire i volontari nell’accompagnare gli anziani serbi a fare la spesa per garantirne l’incolumità. Tutto questo è successo in una sola città in cui i volontari hanno lavorato: cosa sarebbe successo se si fosse agito così in tutto il Paese? Invece, su scala nazionale la risposta sono stati i bombardamenti, che hanno creato odio e hanno danneggiato ancora una volta i civili.

Qual è l’idea che guida i volontari di Operazione Colomba?

L’idea di base è quella della condivisione. La sfida è andare a vivere nelle zone di guerra, non lasciare i conflitti ai militari, ma vivere con la gente. La nostra idea è che un civile può difendere la vita di un altro civile: è dimostrato, alle armi non è necessario rispondere solo con le armi. In particolare ci occupiamo di chi viene meno considerato dai media e dai governi: anche in Palestina andiamo nei villaggi poco conosciuti; non a Gerusalemme, ma dove i civili hanno l’impressione che le loro sofferenze vengano scordate dal mondo.

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Qual è il legame di Operazione Colomba con la Comunità ecclesiastica Papa Giovanni XXIII?

La Papa Giovanni XXIII è la casa madre per “motivi storici”: gli obiettori che fondarono il progetto ne facevano parte, ma le persone non vengono mai selezionate in base al loro credo religioso. Abbiamo volontari di diverse professioni religiose, un musulmano, alcuni ragazzi di dichiarata fede anarchica. L’unico credo per noi è la nonviolenza, unita all’umiltà, al servizio della risoluzione dei conflitti. Tu devi sempre pensare che, per quanto ti informi e studi, finché non ti ci trovi non sai nulla del posto dove andrai a intervenire.

Deve anche essere sempre chiaro che noi non siamo i protagonisti: noi diamo una mano a chi resiste. Ad esempio, in Palestina la vera scelta rivoluzionaria la fanno le famiglie che decidono di restare lì nonostante le violenze e di non reagire con altra violenza. Noi semplicemente li accompagniamo.

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Mi puoi declinare cosa intendi per nonviolenza?

La nonviolenza non è passività, ma anzi è esattamente l’opposto. Per esempio, il pastore palestinese che va con le pecore davanti alla base militare israeliana e torna lì nonostante le intimidazioni, nonostante le percosse, ecco lui veramente agisce, in maniera attiva.

Resistenza è per i bambini di Tuwani ogni mattina percorrere per andare a scuola una strada dove sono stati picchiati, sapendo che potranno essere attaccati dai coloni.

palestina 2 - militari cacciano pastori Militari israeliani mentre cacciano un pastore

La nonviolenza è una forza che ti scuote e ti cambia al punto tale da mettere in gioco tutta la tua vita. Non è paura, è reazione controllata. Di fronte all’ingiustizia ci sono diverse possibili reazioni: la reazione del sasso, che non fa nulla; la reazione del vegetale, che dice “oh no” ma non agisce; la reazione animale, che risponde alla violenza con altra violenza; e poi vi è una quarta via, quella umana, quella della nonviolenza. Si tratta di qualcosa di completamente nuovo, che si può applicare nei conflitti bellici ma anche in quelli personali.

Ci sono stati anche casi di insuccessi?

In certi casi, come nel nord Uganda, i volontari hanno abbandonato il progetto perché la mutata condizione politica li aveva resi non più necessari. Ma in generale, l’idea di usare un civile, un europeo, come deterrente alla violenza funziona. Ovvio, non è che si risolvano tutti i problemi della gente, ma li si aiuta.

In Palestina, che ci siano o no i volontari, le case dove abitano i palestinesi vengono distrutte ugualmente dai militari israeliani, ma per esempio, se ci sono i volontari, i civili non verranno picchiati e in certi casi i soldati permetteranno loro di recuperare oggetti personali, foto o anche solo un materasso dove dormire.

Ci sono stati casi di volontari morti?

Per fortuna no, ma a qualche volontario è capitato di esser picchiato o di trovarsi in situazioni di reale pericolo.

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Come si diventa volontari per Operazione Colomba?

Tutte le informazioni si possono trovare sul nostro sito.

Uno degli aspetti sicuramente positivi è che non c’è una selezione per cv: tutti possono partire, se sono pronti mentalmente per farlo. Non importa cosa hai studiato o quante lingue sai.

Prima di partire si partecipa ad una formazione a Rimini di cinque giorni, in cui si lavora soprattutto su come sei tu, su come per la tua storia personale tu possa reagire di fronte al conflitto. Il volontario deve capire se si porta dietro dei conflitti interiori prima di trovarsi calato nella situazione critica: deve capire che non deve partire da qui perché ha un problema e vuole scappare, ma per aiutare gli altri.

Se il volontario nasconde i suoi problemi, questi verranno sicuramente fuori sul campo. Ad esempio, se tu sopporti male l’autorità e ad un check-point israeliano ti trovi un militare che ti insulta e decidi di rispondergli a tono, cosa succederà? A te nulla, perché sei un “internazionale” e non ti possono fare nulla. Ma provocherai nel soldato frustrazione, che potrebbe scaricare sul primo civile palestinese che gli capita a tiro.

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Nel caso di un conflitto molto carico emozionalmente come quello israelo-palestinese non puoi permettere di aggiungere i tuoi problemi emotivi a quelli già presenti. Devi sempre ricordarti che hai la vita di una persona fra le mani e non devi mai implementare il circolo della violenza.

Da quanto tempo sei un volontario?

Dal 2011. Durante gli studi universitari ho assistito a un dibattito in cui fu spiegato cos’era Operazione Colomba. Ci ho pensato su, poi ho deciso di partecipare alla giornata di formazione. Dopo un mese sono partito per il sud della Cisgiordania, a Tuwani, un villaggio palestinese.

Il volontario sceglie sempre dove andare e per quanto tempo, c’è una sola regola da rispettare: mai più di tre mesi consecutivi nello stesso posto.

Io per un anno e mezzo ho fatto tre mesi a Tuwani, uno in Italia, tre mesi, un mese e così via. Poi ho fatto la seconda formazione, quella per diventare “volontario di lungo periodo”: due settimane in cui sono passato a far parte concretamente della gestione del progetto. In qualche modo ora sono una guida per i nuovi volontari. Operazione Colomba non ha una gerarchia verticale, ma uno dei valori in cui crediamo è il rispetto per l’esperienza. Ora ho alcuni problemi di visto, ma appena potrò ripartirò.

P1000152 Alcuni volontari durante un accompagnamento in Colombia.

Pensi di continuare a fare il volontario per tutta la vita?

Non penso di farlo a tempo pieno, anche perché trattandosi di volontariato non potrò mai farne una fonte di sostentamento, ma penso che vorrò continuare a farlo ogni volta che avrò uno spazio libero.

Cosa può dare un’esperienza del genere a un giovane d’oggi?

Molti giovani sono frustrati o stressati. Far parte di Operazione Colomba mi ha dato serenità nel vivere la quotidianità, senso di adeguatezza. Mi permette di studiare con tranquillità, senza stress. Faccio una cosa che mi piace, non spendo [per tutti i volontari i costi di vitto, alloggio, assicurazione e viaggi sono coperti e i volontari di lungo periodo ricevono un pocket money di 600 euro ogni quattro mesi, NdR] e mi sento bene con me stesso. Credo che fare quest’esperienza sia molto utile per un ragazzo, anche solo per schiarirsi le idee sulle proprie priorità, per fare ordine dentro di sé.

Serena Avezza

@twitTagli

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