Vesuvio: 69 anni dopo l’ultima eruzione il pericolo è ancora vivo

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Sono passati 69 anni, ma quei giorni di marzo del 1944 rimarranno sempre nella memoria collettiva di una città: Napoli. Non tanto per gli inglesi e alleati in città, per le case sventrate dalle bombe e dalla fame. Ma per un evento che ogni volta scuote la città, per la sua violenza, per l’inarrestabile forza nella natura.

Già, perché nel mese di marzo 1944, il Vesuvio, che domina dall’alto dei suoi 1281 metri il Golfo di Napoli, il “formidabil monte sterminator Vesevo” come lo appellò Giacomo Leopardi ne “La Ginestra”, riprese la sua attività eruttiva, dopo appena 38 anni dalla grande eruzione del 1906 e appena 15 anni dall’ultima eruzione registrata.

Nonostante le dimensioni di questa eruzione i morti furono circa 50 e tutti “indiretti”, né causati dalla lava, né dalle nuvole ardenti, ma dal crollo dei tetti delle case.

vulcan_panorama1Da quella eruzione, finora, il monte ha vissuto un lungo periodo di quiete (69 anni), simile al periodo di quiete che precedette l’eruzione del 1631 (in questo caso gli anni di quiete furono 130). Ma il Vesuvio non è un vulcano spento. Anzi, è considerato uno tra i vulcani più pericolosi del mondo per varie ragioni. La prima è una ragione molto evidente: nella “zona rossa”, che è l’area a più diretto pericolo vivono, stando agli ultimi censimenti quasi 850,000 persone distribuiti in 25 comuni (da notare che Napoli non è inclusa nella zona rossa). La seconda è che il Vesuvio alterna cicli effusivi, nei quali l’attività esplosiva è minoritaria e nella quale la montagna erutta lava e lapilli a cicli esplosivi nei quali passa lungo tempo tra un’eruzione e l’altra, ma le eruzioni sono più distruttive.

Prima di parlare della situazione attuale e del rischio vulcanologico nell’area di Napoli, facciamo un breve excursus storico sulle eruzioni principali.

Quando si parla di eruzioni del Vesuvio, ovviamente non si può non parlare dell’eruzione del 79 d.C. che fu documentata da Plinio il Giovane e fu una tra le eruzioni più devastanti della storia: nubi piroclastiche (composte da gas roventi, vapore acqueo e ceneri ad una temperatura di 1000°C) scesero dalle pendici della montagna, vaporizzando all’istante ogni forma di vita. Le città interessate da questa eruzione furono Pompei, Ercolano, Stabia e Oplontis (che sorgeva dove oggi sorge Torre Annunziata). I morti si stima furono circa 2000.

Altra eruzione imponente fu quella del 1631, che ebbe una dinamica molto simile a quella del 79. In questa eruzione furono colpite le città di Portici, Resina (l’antica Ercolano), Torre del Greco e Torre Annunziata. I morti furono più di 4,000.

Passiamo all’ultima eruzione del Vesuvio, ossia quella del 1944. L’inizio di tutto è una piccola eruzione effusiva nel 1943, che crea un buco alla base del cono vulcanico. Questa eruzione fa sì che l’intero cono vulcanico sia instabile e a rischio crollo. Il 6 gennaio 1944 si forma la prima crepa nel cono vulcanico, il 13 marzo 1944 il vulcano inizia a eruttare dei lapilli, ma pochi giorni dopo una frana fa cessare questa attività. Quando sembra tutto finito ecco che il 22 marzo 1944 una forte esplosione scuote Napoli: la nube eruttiva raggiunge rapidamente i 5 km di altezza stagliandosi nel cielo terso di Napoli. L’eruzione però è debole e non si ebbe una forte presenza di flussi piroclastici (niente nubi ardenti), ma solo una ricaduta di ceneri e di lapilli vulcanici che causarono quei 50 morti.

Da quel momento in poi il Vesuvio si è addormentato in un sonno che non sappiamo fino a quando durerà. Il montedisegno ètenuto sotto controllo 24 ore su 24 dagli scienziati dell’INGV che monitorano gli spostamenti di roccia, la temperatura delle acque nei dintorni e l’attività sismica, per cercare di prevedere una futura eruzione, che, abbiamo visto, probabilmente sarebbe di tipo esplosivo e metterebbe a rischio quasi un milione di persone.

Ma non è solo il Vesuvio a preoccupare gli scienziati: nell’area di Napoli ci sono altri 2 vulcani addormentati che potrebbero risvegliarsi. E’ infatti poco noto ai più che tutta l’area dei Campi Flegrei è in realtà una gigantesca caldera vulcanica con un diametro di 15 km. Un immenso cratere in stato di quiescenza, ossia un supervulcano, del tutto simile a quello che è presente a Yellowstone. L’ultima sua eruzione risale a 15,000 anni fa, mentre 35,000 anni fa ci fu un’eruzione devastante in quest’area, distruggendo tutta la regione che ora chiamiamo Campania. Anche l’Isola d’Ischia sorge su un vulcano, ossia il monte Epomeo, la cui ultima eruzione risale al 1300 d.C., ma che preoccupa proprio perché il monte è cresciuto da allora di 300 metri, segno che la sua camera magmatica sta accumulando materiale lavico e che questo vulcano non è assolutamente spento.

Alessandro Sabatino

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