Veltroni ha scelto: Renzi è il futuro del PD

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L’endorsement ufficiale arriva dai convegni letterari del Salone del Libro e rimbalza in un’intervista a Che Tempo Che Fa, negli studi di Rai3: per Walter Veltroni non ci sono più dubbi, la futura leadership del PD sta nelle mani di Matteo Renzi. Non è un’investitura scontata, come si sarebbe portati a credere seguendo le più elementari valutazioni che si ascoltano al bancone del bar. Se Bersani ha vinto le primarie grazie al voto compatto dei militanti, il sindaco di Firenze si è ritagliato uno spazio nelle preferenze elettorali – potenziali, per ora – di una larga fetta di popolazione, attingendo trasversalmente consensi dal bacino di elettori delle altre formazioni politiche. Nei numeri complessivi – potenziali, per carità – Renzi è la faccia più apprezzata di tutto il Partito Democratico. Secondo molte campane, interne ed esterne al centro-sinistra, è il candidato premier ideale.

Quanto alla cronaca, nel PD la storia segue spesso un binario diverso rispetto a quello del dato statistico. Anzi si divide in più strade, che rispondono ai comandi della dirigenza come a quelli delle correnti che animano la vita del partito. L’esempio è quello dell’elezione del Capo dello Stato, “ma anche” – veltronianamente – i primi passi del governo Letta dimostrano che i riformisti vogliano tenere conto in prima battuta della tenuta complessiva dell’organizzazione, piuttosto che scendere a compromessi con gli umori dell’elettorato. È una strategia di sopravvivenza, con tutti i pro e i contro del caso, nella quale non si fatica a riconoscere la volontà di salvare il progetto politico sorto dopo la disfatta dell’Unione prodiana. In questo senso, nell’impegno di non gettare alle ortiche il più vasto tentativo di pacificazione tra le anime della sinistra italiana dal PCI ad oggi, riescono comprensibili anche i tentennamenti e i dietrofront – così poco mediatici – dell’ultimo periodo. Perdere il PD significa perdere l’unica alternativa riformista in grado di competere sul terreno elettorale con gli “schemi forti” della destra e del grillismo.

Allora bisogna risolvere il problema e dare una svolta, magari toccando quello strano paradigma che non permette alla sinistra di sostenere un “uomo forte” al comando. Forse è questo ciò su cui sta riflettendo Veltroni, dal cantuccio appartato in cui osserva la sua creatura dai tempi delle dimissioni: il PD può ritrovare un’identità – che sia propositiva, ma ci accontentiamo anche di un’opposizione vera al berlusconismo – solo se si è disposti a ripartire da zero. Cominciando il rinnovamento (e la potatura dei rami secchi) proprio a partire dai vertici storici. Qui il discorso prende la forma di una nuova, ambiziosa scommessa. Perchè nel fallimento delle politiche del 2008 i principali imputati si contavano sul pollice e sull’indice della mano (sinistra): l’idea di Partito Democratico e lo stesso Veltroni. Le dimissioni del segretario hanno espresso – più che un’ammissione di colpa – la bontà del programma politico. Per Veltroni, allora, il partito può e deve vivere anche oltre di lui. Perfino se a guidarlo sarà Renzi, in altre parole una personalità diametralmente opposta ai toni pacati e all’uso della diplomazia che hanno contraddistinto il breve regno di Walter. In grado, per dirla con Machiavelli, di giungere al veltroniano fine di un grande partito a vocazione maggioritaria sommando gli addendi che sono mancati allo stesso fondatore.

Matteo Monaco

@twitTagli

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