Vaccini, l’importanza di fidarsi: legittimazione razionale e fiducia nella scienza

La fiducia si compone di due elementi: informazione incompleta e ragionevolezza.
La fiducia ha la funzione di una protesi: dato che non è economico, prima di compiere un’azione, chiedersi ogni volta se essa non comporta pericoli o svantaggi per noi, agiamo dando per scontato determinate cose: ci fidiamo, diamo una sorta di delega in bianco a determinate persone/istituzioni/situazioni.

L’informazione è dunque incompleta poiché non è continuamente aggiornata. Ma l’attribuzione della delega in bianco non avviene per motivi casuali: bisogna avere dei buoni motivi per fidarsi. A seconda del contesto, ci si fida perché si hanno buoni motivi per ritenere che una persona non ci tradirà, perché una rappresentazione collettiva ci supporta nel pensare una determinata cosa o perché abbiamo fatto un ragionamento.

La mia informazione è incompleta sul vaccino. Non ho in mano i dossier che le varie autorità di garanzia stanno analizzando. Non ho la competenza di un tecnico che ha studiato anni. Non potrei dibattere alla pari con un medico o un farmacologo.
Allo stesso modo in cui non potrei dibattere alla pari con un economista mercatista e ultraliberale, che, sebbene dica cose che come persona e sociologo aborro, le dice sulla base di conoscenze disciplinari che in larga parte ignoro. In entrambi i casi, devo attuare delle strategie di ragionamento per potermi formare un’opinione in assenza di una competenza settoriale sufficiente.

vaccino contro il Covid 19

In questo caso, la mia strategia di ragionamento è stata la seguente. Ho dapprima vagliato tutte le critiche che vengono fatte al vaccino Pfizer e al processo di sviluppo ed approvazione, e ne ho trovate sostanzialmente quattro:

  1. I test sono stati fatti in fretta
  2. Non è assicurata l’immunizzazione poiché non si sono eseguiti tamponi ripetuti
  3. Non sono stati fatti test sulla tossicità-cancerogenicità del vaccino
  4. Non si sanno gli effetti di lungo periodo del vaccino.
Non mi dilungo nel discutere questi quattro punti; questo articolo lo fa molto bene, ed è stato pensato proprio come una risposta a queste perplessità. Ma una volta attestato che il punto 1 è sostanzialmente falso e che il punto 2 non esclude in alcuna maniera l’immunizzazione completa, che rimane probabile, il tema centrale sono i punti 3-4 – che sono anche i più preoccupanti, se vogliamo.

La questione è questa: è assolutamente vero che non sono stati fatti quei test e che non si sono provati gli effetti di lungo periodo.
Perché questa cosa può non preoccuparci? Perché, come ricercatore, conosco il processo di innovazione scientifica: nella ricerca accademica, quelle che i giornalisti chiamano rivoluzioni, sono in realtà spesso dei piccolissimi passi che completano un’evoluzione intellettuale di lungo periodo.
Questo mi fa supporre che, sebbene il vaccino sia nuovo e sia il primo ad mRNA, la letteratura precedente abbia una copertura su:

  1. le sostanze che compongono il vaccino
  2. gli effetti possibili su organismi viventi dei vaccini
  3. gli effetti possibili di vaccini ad mRNA sugli organismi viventi.

Questo fa si che non si possa ipotizzare qualsiasi tipo di effetto: se sappiamo ad esempio che la letteratura precedente ci prova che il vaccino contiene solo dei lipidi che non sono tossici, non faremo il test per la tossicità, come non faremo il test per sapere che il vaccino non fa crescere le corna, perché non abbiamo motivo di supporlo.

Allo stesso modo, se dobbiamo vedere l’argomento le determinanti del voto in sociologia, non metteremo, come regressore, il consumo di pasta al sugo, ma metteremo variabili che la letteratura e gli esperimenti precedenti ci portano a ritenere connessi alla scelta di voto.
Qui, il processo scientifico che lungamente precede la pandemia e le esigenze economiche stesse di Pfizer ci portano a ritenere questo vaccino verosimilmente sicuro, o comunque ci permettono di ipotizzare il tipo di problemi di lungo periodo e la frequenza degli stessi – benché poi questa cosa non sia provabile durante un processo di sperimentazione, a meno che duri più di vent’anni e sia possibile fare statistiche ex-post sulla correlazione tra effetti rarissimi e somministrazione; comunque, proprio la rarità di tali effetti renderebbe l’analisi statisticamente insignificante.

Il problema dunque non è l’iter di approvazione ma la limitatezza degli strumenti intellettuali umani, in assoluto, che però a sua volta è conseguenza del fatto che determinati eventi avversi sono molto molto rari.
Concludendo: che cosa fa si che io mi possa fidare? Tre elementi.

  1. Il fatto che io non sia sfiduciato a prescindere sulle istituzioni di garanzia e sul processo scientifico; pur essendo critico e ipotizzando sempre scenari negativi di corruzione e quant’altro, visto anche il sistema di produzione dei farmaci da parte di aziende private votate al profitto, non ho una mentalità che mi porta a ritenere che, per forza, ogni cosa detta da uno scienziato o ogni processo di approvazione sia totalmente viziato.
  2. Ci sono molte informazioni ben circostanziate in giro e la conoscenza è socialmente diffusa, ci sono cioè molti medici.
  3. La mia familiarità col processo di formazione della conoscenza, che mi permette di supplire alle mie scarse conoscenze sulla disciplina in questione.
Questo tipo di ragionamento è alla portata di tutti?
Io ho a che fare con la conoscenza per lavoro. Ma il panettiere? L’operaio? Il caldaista? Il sindaco? L’addetto alle risorse umane?
Siamo davvero sicuri che pretendere che alla fiducia nel processo scientifico ci si arrivi solo tramite il ragionamento sia la strada migliore? Non è forse più verosimile ipotizzare che – data la complessità della materia – sia necessario anche che delle rappresentazioni sociali, a cui le persone accedono in maniera pre-razionale, supportino la fiducia nel processo scientifico?

In questi giorni ho sentito parlare molto del fatto che ormai la scienza non cerca più un fondamento razionale per legittimarsi, ma chiede fiducia a priori.
Ma siamo davvero sicuri di ciò? Le persone che vivevano negli anni ’60 avevano davvero una maggiore predisposizione, rispetto ad oggi, a mettere in discussione il parere degli esperti?
La verità mi pare ben diversa. Da un lato, la fiducia nella scienza era in passato, per la massa delle persone, sorretta da rappresentazioni pre-razionali rispetto al ruolo degli esperti, allo statuto del sapere e l’affidabilità di determinate istituzioni.
La popolazione aveva meno informazioni e skills cognitive rispetto ad oggi, e nonostante ciò si sentiva meno “al buio” di quanto facciano molti di noi.

Oggi invece abbiamo accesso ad una quantità di informazioni senza precedenti; allo stesso tempo, siamo la popolazione più istruita di sempre.
Da un lato ciò porta a fidarci di meno delle verità date per scontate, perché riteniamo di avere le risorse mentali per poter capirle da noi, e riteniamo sia anche giusto farlo. Dall’altro, la conoscenza e la società si sono fatte così specializzate che anche questi livelli di abilità cognitive senza precedenti non ci permettono di padroneggiare ogni materia. Senza una conoscenza specifica del processo di formazione del sapere e senza competenze tecniche, siamo comunque dipendenti dalle rappresentazioni sociali e da informazioni generiche e spesso difficili verificare.

La questione dunque per molti versi diventa la seguente: meglio un assegno in bianco alla scienza o al dubbio? È una risposta a cui, in tutta sincerità, non so ancora rispondere con certezza.
In ogni caso, è altrettanto indubbio che queste nuove skills e risorse cognitive non le mettiamo sempre in campo, mettendo in discussione davvero tutto: ad esempio, i ben più deboli dogmi dell’economia di mercato sono meno discussi dei vaccini.

Questo perché la stessa scelta degli argomenti da mettere in discussione è guidata da dinamiche pre-razionali, ovvero da rappresentazioni collettive e dinamiche comunicative – che centrano molto coi mass-media. Esse ci portano a porre il focus critico su alcune cose piuttosto che altre, e ciò a prescindere da quanto siano epistemologicamente ed ontologicamente deboli o forti le giustificazioni sociali che le proteggono.

Robin Piazzo

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