Un rapido diario dei film di gennaio

Settimana 1
Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

“Tre Manifesti” è una commedia dark pesante e pessimistica, surreale ma anche un po’ realistica. Trascinato da una gigantesca Frances McDormand, il film “acchiappa” lo spettatore all’interno di un mistery prima di cambiare marcia e presentare in maniera quasi violenta la consapevolezza che verità o giustizia non sono fondamentali, mentre la pietà umana è il solo vero sentimento che apre la strada verso una redenzione, o almeno verso una specie di solidarietà di intenti che cuce parzialmente una ferita impossibile da cicatrizzare.

“Tre Manifesti” è praticamente di un film dei fratelli Coen diretto da un buzzurro irlandese simpaticissimo di nome Martin McDonagh, già autore di In Bruges, che è uno dei miei film preferiti del ventunesimo secolo, e Seven Psychopaths, che invece fa abbastanza schifo.
Con i fratelli Coen condivide il cast pazzesco: oltre alla McDormand ci sono Woody Harrelson, Sam Rockwell, Peter Dinklage e John Hawkes, e Rockwell in particolare è forse nel punto più alto della sua carriera. McDonagh è interessato a mettere in scena in modo quasi teatrale personaggi perlopiù spregevoli e sull’orlo del completo “tracollo morale”, per poi giocare con loro all’interno di un palcoscenico fatto di tensioni razziali, solitudine e incomunicabilità.
Non è struggente e “intimo” come In Bruges, ma la vicenda al centro di “Tre Manifesti” è sofferta e piena di umanità, colma di dolore lancinante ma anche di una leggerezza e una capacità di prendere troppo sul serio anche il lutto, che è la vera radice dei grandi film drammatici.

 

Settimana 2
Call Me By Your Name

Io temevo di avere davanti a me un polpettone melenso e autocompiaciuto, come mi era parso Io Sono L’Amore, il primo film “internazionale” di Guadagnino.
Invece, Call Me By Your Name potrebbe tranquillamente essere tra i miei 5-6 film preferiti degli ultimi anni diretti da un italiano: la storia della relazione tra Elio e Oliver è inebriante, deliziosamente lenta e ben costruita, con una progressiva escalation di tensione sessual-sentimentale (scusate per la parola orrenda) che culla lo spettatore nell’andamento dolce e quasi “pigro” del racconto di un’estate nella campagna italiana.

Call Me By Your Name è uno di quei film in cui di fatto non succede praticamente nulla: due personaggi si incontrano e si innamorano, di conflitto c’è poco o nulla e il film non va neanche incontro a soluzioni facili o prevedibili come sarebbero potute essere le classiche “incomprensioni” dei familiari e amici.
Quello che in mani meno sensibili sarebbe diventato retorica, urla e sentimenti sbandierati, in Call Me By Your Name diventa sottile e anche erotico, mai intenzionato a “crogiolarsi” nella tematica gay: è quasi triste doverlo ammettere all’alba del 2018, ma uno dei pregi del film è trattare i due protagonisti come persone, anziché come archetipi o stereotipi.
La parola “omosessuale” non è neanche sfiorata, né verbalmente né tematicamente: Elio e Oliver sono due persone che per caso finiscono per innamorarsi, chissenefrega se sono gay. Forse non lo sanno nemmeno loro.
In questo senso, è impossibile evitare di parlare del grandissimo lavoro di Timothée Chalamet e Armie Hammer, e dei meriti di Guadagnino nel fondare su di loro le radici di uno dei prodotti più interessanti dell’ultimo anno.

Settimana 3
Lady Bird

Per me, Greta Gerwig è un po’ la controparte femminile di Noah Baumbach; per entrambi nutro un rapporto di amore-odio che si articola in un percorso per cui “quello prima lo amo, quello dopo lo odio”. Per ogni Greenberg e Frances Ha di turno (che ho detestato) ci sono film fantastici come Mistress America e While We’re Young.

Parlo di Noah Baumbach in quanto storico partner creativo della Gerwig e influenza presente anche in Lady Bird, il suo esordio alla regia.
Nel diagramma odio/amore dei prodotti marchiati Baumbach/Gerwig, Lady Bird è forse uno di quelli che tendono più al secondo nella carriera di entrambi: è un film piccolino e “disimpegnato”, ma molto divertente e pieno di personalità.
È uno di quei casi in cui un film prima ti lascia vagamente disinteressato, poi ti diverte e finisce per rubarti il cuore e farti empatizzare con i suoi personaggi. La cosa migliore di Lady Bird è la scrittura, in particolare per quanto riguarda dialoghi mai banali e sempre provvisti di un intrinseco spirito, umorismo intelligente e capacità di ricamare sopra le situazioni in modo mai scontato.

Personaggi sull’orlo del cliché, come quello della madre della protagonista, diventano tridimensionali e possono distinguersi dalla massa del cinema indipendente americano. In parte ho avuto la sensazione di assistere a una decisiva “maturità” di Greta Gerwig come autrice, qualità non altrettanto presente in suoi precedenti lavori o in opere meno convincenti firmate Noah Baumbach.
Detto questo, Lady Bird è un po’ l’equivalente cinematografico del proverbiale “fa fine e non impegna”, nel senso che non mi è poi rimasto impresso nella memoria molto a lungo. Come capita spesso nel cinema indie americano, è un prodotto tanto di qualità quanto di fatto “poco memorabile”, una storia di formazione che si distingue da tante altre nei suoi contenuti e nel modo di esporli.

 

Settimana 4
Coco

film gennaio 2018 Coco

Coco è un racconto familiare tenero e colorato che rientra pienamente tra i migliori film Pixar degli ultimi anni. Come nel caso dei punti più alti del catalogo della casa di animazione americana, Coco parte dalla premessa di un conflitto generazionale tra tradizione e desiderio di indipendenza, raccontando la storia di un bambino e della sua apparente fuga dai suoi antenati.

Da In Cerca di Nemo a Brave, la parabola da “romanzo di formazione” di un giovane che scappa da un destino già scritto è uno dei terreni più battuti (e potenzialmente più noiosi) dagli sceneggiatori della Pixar. Coco sembra volere andare in direzioni non terribilmente nuove o interessanti, ma si distingue fin dall’inizio tanto per la particolarità della sua cornice quanto per i limiti delle sue ambizioni.

Non avere l’ambizione di creare qualcosa di completamente diverso da quanto fatto in precedenza non deve essere necessariamente un difetto: Coco è molto bello anche perché regista e autori (Lee Unkrich, già autore del meraviglioso Toy Story 3) sono perfettamente in controllo della materia trattata e sanno quali bottoni schiacciare per fare funzionare il meccanismo.
Alla luce di tutto questo, lo spettatore non si sorprenderà di trovare molti elementi che hanno fatto la fortuna di prodotti come Up o Inside Out, come l’innata capacità di smuovere gli animi e commuovere genuinamente, grazie a una sensibilità notevole nel tratteggiare le relazioni tra personaggi, anche quelle meno esplorate.

Coco è straordinario a livello di design visivo e animazione: l’aldilà messicano è malinconico e variopinto, gli spiriti sono scheletri mai spaventosi e quasi rassicuranti. Non è una novità che la cornice creativa e tecnologica attorno a cui si muove un prodotto della Pixar sia di altissimo livello, ma è sempre bello vedere grande animazione in un mondo in cui esiste anche robaccia come il film sulle Emoji o Boss Baby.
Nel seguire il viaggio di Miguel e Hector, la storia non rinuncia ad assestare qualche piccolo “pugno emotivo” non comune per un film di animazione, e rappresenta uno di quei rari casi in cui un cartone animato non parla ai bambini “come se fossero bambini”, ma mette il suo giovane protagonista di fronte a responsabilità da adulto senza dipingere forzatamente tratti troppo “eroici” nella figura paterna che lo accompagna.

Davide Mela

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