Un anno di sport, parte II di IV – Chi sono i perdenti del 2015?

sports-lebron-defeat.jpg

Quattro articoli per riepilogare il 2015 sportivo, e trattandosi di sport possiamo essere manichei: c’è chi ha vinto e c’è chi ha perso; ma c’è anche chi ha sorpreso e chi ha deluso. Divisi per categoria, ecco chi merita di essere ricordato nei bilanci sportivi di fine anno.
Questa è la classifica dei perdenti, e guardando i nomi che abbiamo inserito potreste pensare che siamo impazziti. Probabile; ma la sconfitta in sé è un evento naturale. Molto più interessante (e degna di nota) è la sconfitta di chi avrebbe tutte le carte in regola per vincere.

CALCIO: ROMA

Il 2015 ha visto l’implosione della squadra capitolina: distanziata sideralmente dalla Juventus in campionato, eliminata in casa dal Manchester City nei gironi dopo l’harakiri in Russia (con tanto di calciatori beccati a “consolarsi” in un night di Mosca) e la ripassata di tedesco ad opera del Bayern, e poi ancora l’Europa League e la Coppa Italia terminate entrambe per mano della Fiorentina.
Il nuovo campionato, complice la pausa di riflessione della Juve di Allegri nelle prime giornate, doveva iniziare con un’affermazione di forza dei giallorossi, ma il vortice di delusione e confusione tattico-comunicativa di Rudy Garcia hanno quasi compromesso anche questa stagione (qui un bell’articolo in proposito).
I problemi a Roma sono noti, anche se in alcuni casi difficili da confessare: del disorientamento del tecnico (a un passo dall’esonero a giugno inoltrato) si è detto, e a ciò si deve aggiungere un mercato scintillante nei nomi ma poco fruttuoso sugli equilibri di squadra. L’impressione è che la Roma sia una nave senza nocchiere, con la grande influenza di personalità di spicco (Totti e De Rossi) che non viene canalizzata per il bene del team ma per rinsaldare il prestigio personale dei luogotenenti: il risultato è un susseguirsi di clan all’interno dello spogliatoio che non sempre riescono a creare un clima unitario.
La società, infine, ha mostrato lacune preoccupanti: l’occhio del padrone ingrassa il cavallo, dicevano i nonni – ma evidentemente non i nonni di James Pallotta; Sabatini sembra giocare a Football Manager più che allestire una squadra per vincere; la questione stadio sembra più un bluff che altro. E l’ambiente ribolle: non basterà una seduta collettiva di psicanalisi, ma potrebbe aiutare.

SINGLE PLAYER: FALCAO

Dove gioca Radamel Falcao Garcia? Questa domanda descrive bene la parabola ormai inesorabilmente discendente del Tigre, meglio conosciuto come il crack delle stagioni 2011-2013. Crack, nel senso di “giocatore devstante”, una macchina da 72 gol in 87 presenze col Porto e da 70 gol in 91 apparizioni con l’Atletico di Madrid; ma anche crack come i legamenti crociati del ginocchio sinistro in una maledetta partita di Coppa di Francia contro il Monts-en-Ternois il 22 gennaio 2014. Fino a quel momento, Radamel è uno dei tre centravanti più forti del mondo, con un palmares di due Europa League, una Supercoppa Europea più un tot di campionati e coppe nazionali tra Argentina, Spagna e Portogallo.
Quell’infortunio patito contro il Monaco segna la svolta negativa della sua carriera: niente mondiale in Brasile coi Cafeteros della Colombia, un incolore prestito al Manchester United nella stagione 14/15 (4 gol in 29 presenze) e una situazione ancor più fallimentare oggi, con appena una rete in 11 partite tra le fila del Chelsea. Già, oggi Radamel è parcheggiato in prestito nella ricca rosa dei londinesi: ha dimenticato come si fa? Pare di sì, anche se nessuno si fa una ragione del fatto che un infortunio, per quanto grave, dilapidi una montagna impressionante di talento e voglia di primeggiare. E a 30 anni ancora da compiere molti già parlano del Tigre utilizzando verbi al passato.

BASKET: CLEVELAND

Un grande vincente presuppone un grande perdente: ecco riassunta in sette parole la serie delle Finals NBA tra Golden State Warriors e Cleveland Cavaliers. Ai tempi di Napoleone, i generali inglesi nel loro stato di servizio avevano la voce “È fortunato?”; sarebbe interessante applicare questa scala di valore al Prescelto, al secolo LeBron Raymone James, “appena” due anelli conquistati in 5 finalissime disputate e quel sospetto che abbia la classe per appartenere alla genìa dei Grandissimi (quella dei Wilt Chamberlain, dei Magic Johnson, dei Michael Jordan, o anche “solo” dei Kobe Bryant) ma che gli manchi quel qualcosina per passare dalla Storia alla Leggenda.
Nelle Finals 2015 James ha fatto in ogni caso il suo, con delle statistiche semplicemente mostruose; è mancata però la squadra, intesa come profondità di rosa. E se con i Miami Heat era bastato il concetto di Big Three per garantire una minima distribuzione della responsabilità tecnica ed emotiva, a Cleveland si è dimostrato una volta di più che il basket è uno sport inesorabilmente di squadra, dove il fenomeno è indispensabile ma non sufficiente. Soprattutto quelle volte in cui in campo se ne contano due.

TENNIS: SERENA WILLIAMS

“Chi mettiamo come perdente nel tennis?”
“Serena Williams”
“Sarà dura spiegare perché Djokovic con tre slam dominati è il vincente del 2015 e Serena con tre slam portati a casa è una perdente…”

Già, ma tutto è relativo; perfino tre slam. Intendiamoci, vincere Australian contro Sharapova, Wimbledon soffrendo contro una meravigliosa Muguruza e Parigi contro la Safarova più Miami e Cincinnati significa un ruolino di marcia per cui il 99% delle tenniste della storia metterebbe la firma. Purtroppo, Serenona fa parte di quell’altro 1%.
La più forte e soverchiante tennista di tutti i tempi, con una media sulla prima di servizio superiore ai 185 km/h e percentuali di game di servizio conquistati superiore al 70%, quest’anno aveva un unico obiettivo, e l’ha fallito. Sul più bello.
Tutti gli appassionati erano pronti a giurare che il 2015 sarebbe stato l’anno del Grande Slam, ossia l’anno in cui la campionessa del Michigan avrebbe conquistato nella stessa stagione tutti e quattro i principali tornei (roba riuscita solo tre volte nella storia: Maureen Connolly 1953, Margaret Smith Court 1970 e Steffi Graf 1988): se ne inizia a parlare seriamente dopo Parigi, e un mesetto dopo – con una pressione immensa -Serena conquista anche il suo sesto (sesto!) Wimbledon. Ormai è fatta, ce la portiamo a casa, manca solo Flushing Meadows, il torneo in patria che ha già vinto 5 volte. In più, nel tabellone, si assiste a un suicidio collettivo: Radwanska, Jankovic e Wozniacki escono in fretta, mentre la Sharapova non si presenta. La semifinale contro Robertina Vinci sembra una pura formalità, e la finale contro una sorprendente Flavia Pennetta non dovrebbe impensierire la Williams: sono due avversarie ampiamente digeribili per una come lei. Ma la pressione è ormai insostenibile, e complice la giornata di grazia di Roberta Vinci qualcosa si rompe: Serena non centra il Grande Obiettivo della Carriera, probabilmente all’ultima vera occasione. In definitiva: ha vinto tre Slam che non riuscirà mai a guardare con piacere.

MOTORSPORT: JORGE LORENZO

Si può diventare Campioni del Mondo e passare in secondo piano? Per informazioni chiedere a Jorge Lorenzo, che ha vinto un mondiale senza che se lo filasse nessuno. Tutti troppo impegnati ad assistere all’odio totale tra Valentino Rossi e Marc Marquez, tutti beati da uno spettacolo (perché è stato uno spettacolo) in cui sono confluiti rivalità, ambizione, frustrazione, simbolismi vari (chi tra Vale e Marc è il “maschio Alfa” del gruppo?) e cattiveria agonistica esasperata e transustanziata in qualcosa di veramente mai visto prima.
In tutto ciò Jorge ha vinto un mondiale, sminuito come mai prima d’ora e ridotto a “gentile regalo” offerto dal connazionale (per giunta di una casa rivale), senza contare la nomina ufficiale a “male minore”, se si analizza il Marquez-pensiero – ed essere il male minore per un tuo avversario non è mai una gran dichiarazione di stima. Lorenzo è un ottimo pilota eppure un pessimo vincente: non scalda i cuori, non muove emozioni, non coinvolge né travolge, sia come stile di guida sia come personaggio. Ha vinto lui, e quasi nessuno se n’è accorto.

ALTRI SPORT: RUGBY EUROPEO

Mondiale di Rugby 2015 organizzato dall’Inghilterra: parata di Altezze Reali, passione traboccante ovunque, Twickenham tirato a lucido. Poi si va a guardare le semifinali e trovi All Blacks (e va bene), Sud Africa, Australia e Argentina: fringuelli, ma quest’anno il Four Nations l’avete organizzato a Londra? Bastava dirlo, eh.
Il grande assente è stato il rugby europeo, uscito devastato dall’impatto con l’Emisfero Sud e pesantemente ridimensionato: non tanto la piccola Italia, il cui massimo obiettivo (riqualificarsi per la prossima edizione) coincideva spaventosamente col minimo obiettivo, ma perfino l’Inghilterra padrona di casa è stata piallata via da Galles e Springboks ai gironi. Ma il vero macello è avvenuto ai quarti di finale: se la timida Scozia ha perso di misura contro la finalista Australia (35-34) e se Sud Africa e Galles hanno dato vita a un match combattuto e “sensato” nel suo 23-19 finale, sono stati imbarazzanti i punteggi con cui Argentina e Nuova Zelanda hanno umiliato rispettivamente l’Irlanda vincitrice del Sei Nazioni (43-20) e una Francia mai così poco a suo agio (62-13 con un paio di mete realizzate di puro strapotere fisico: ricordo la marcatura di Savea in cui letteralmente butta giù tre francesi e arriva senza eccessivi patemi oltre la linea che conta). Inghilterra 2015 ha emesso un verdetto inappellabile: il rugby è cosa dell’Altro Mondo.

MENZIONE D’ONORE: PLATINI & BLATTER

A livello politico, il 2015 verrà ricordato per la sospirata fine dell’interminabile regno di Sepp Blatter come plenipotenziario della FIFA: lo svizzero comandava dal 1998 ed era malvisto da più parti. Il 27 maggio una retata dell’FBI (!) ammanetta sette altissimi dirigenti della FIFA, accusati di corruzioni multiple nelle assegnazioni degli ultimi campionati mondiali di calcio. Il tutto, tanto per gradire, a due giorni dalle elezioni per la Presidenza, a cui Blatter si era ancora una volta candidato.
Succede un putiferio mediatico-giudiziario, perché sono in molto a voler dare una spallata al tiranno in disgrazia: uno di questi è Michel Platini, fuoriclasse degli anni ’80 e attuale Presidente UEFA. Nel giro di qualche settimana, le stilettate che il francese ha inferto al Presidente Blatter presentano il conto. Salta fuori una controversissima storia di consulenze di Platini presso la FIFA, pagate suon di milioni di euro: sia Blatter che Platini vengono sospesi per 90 giorni dal Comitato Etico della FIFA, e nei corridoi si sussurra l’adagio “Muoia Sansone con tutti i Filistei”. In altre parole, il decaduto Blatter sta trascinando con sé tutti quelli che – a suo parere – hanno contribuito alla sua defenestrazione. Una brutta storia, in ogni caso, perché pare che Platini quei soldi li abbia presi, e il finale pare essere chiaro: carriera politica finita. Peccato, perché come dirigente Michel aveva dimostrato di avere una visione.

Umberto Mangiardi (ha collaborato Maurizio Riguzzi)

LEGGI ANCHE

Segui Tagli su Facebook Twitter

Post Correlati

Leave a comment

Devi essere loggato per commentare.