Totonomi: chi sarà il prossimo nominato (alla Presidenza della Repubblica)?

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Mi stavo apprestando, calcolatrice in una mano e Costituzione dell’altra, a fare qualche rapido calcolo per capire su quanti deputati, senatori e rappresentanti regionali potesse contare ciascun partito al momento dell’elezione del Presidente della Repubblica, quando mi sono accorto di esser stato anticipato: mi sono imbattuto in questo articolo del professor Roberto D’Alimonte, apparso sul Sole 24 Ore pochi giorni fa.
Va da sé che il lavoro del professore mantovano è precisissimo, e ne consiglio la lettura: sostanzialmente, il politologo dimostra che sarebbero sufficienti il Partito Democratico, Sel e la Lista Monti per eleggere di forza il successore di Napolitano. Un accordo fra queste tre fazioni, infatti, garantirebbe 567 voti su 1003: una maggioranza che, dopo i tre scrutini necessari per passare dalla maggioranza dei due terzi a quella assoluta (50%+1 degli aventi diritto al voto, come da dettato dell’art. 83 Cost), sarebbe ampiamente sufficiente per indicare il prossimo inquilino del Quirinale.

Sono però necessari due notazioni: innanzitutto, il voto sarà assolutamente segreto (come del resto tutte le votazioni che hanno ad oggetto persone singole, alla luce della riforma dei regolamenti di Camera e Senato del 1988). Questo significa che gli ordini di scuderia, sempre presenti, saranno di sicuro meno efficaci del solito: deputati e senatori, soprattutto quelli non di primo pelo, non sempre reagiscono positivamente alle comandate di questo tipo.
Il secondo aspetto lo sottolinea lo stesso D’Alimonte: visto il disastro politico generato dall’ultima tornata elettorale, non sarebbe male aggrapparsi ad un Presidente della Repubblica che gode di stima e appoggio trasversale. Egli avrebbe il carisma, la forza e l’autorevolezza per tenere la barra a dritta anche in uno scenario devastato come quello attuale.
Perciò, il colpo di mano di Monti, Bersani e Vendola è uno scenario ai limiti dell’apocalittico: così facendo, i magnifici tre è vero che si garantirebbero un “alleato” solido in un punto nevralgico delle istituzioni, ma allo stesso tempo acuirebbero la tensione tra le forze parlamentari (e il Paese di tutto ha bisogno tranne che di ulteriore attrito).

Detto questo, quali sono i favoriti? Tempo addietro, quando il peso politico del Popolo della Libertà era se possibile ancora maggiore di oggi (nessuno lo evidenzia, ché tutti sono impegnati a parlare di Grillo, ma i Berluscones hanno preso poco meno del 30% alle urne), c’era chi sognava un Silvio Berlusconi al Quirinale – o almeno Gianni Letta. Non pare questo il caso: sarebbe sorprendente al posto di Napolitano già solo trovarsi il secondo.
Nella storia, tendenzialmente, l’elezione ha sempre subito una sorta di alternanza: ora toccava a un Dc, ora toccava a un socialista (o comunque a un rosso). Non vi sono molti dubbi sul colore politico di base di Giorgio Napolitano: ecco quindi una breve analisi dei possibili nuovi presidenti della Repubblica.

prodi romanoRomano Prodi (25%): per usare un detto di Santa Romana Chiesa, tra l’altro di moda in questo periodo, “chi entra Papa esce cardinale”.
Lui è il superfavorito, e questo potrebbe giocargli contro: grande esperienza istituzionale, statura europea (da ricordare la sua pluriennale presidenza dell’Unione continentale), indiscussa competenza economica, (comunque buona) presa sul popolo – se si tralascia il tono di voce soporifero.
È un democristiano di ferro, quindi nella logica dell’alternanza avrebbe un senso; ma per restare nel campo delle immagini canoniche, è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago piuttosto che il Pdl voti l’avversario di più di vent’anni, quello la cui caduta fu salutata da beffarde fette di mortadella in Parlamento (una delle più brutte e pecorecce scene di tutto il dopoguerra). Non capiterà mai, a meno che…

Giuliano Amato (20%): …a meno che l’alternativa concreta non sia Amato. Il Dottor Sottile nella sua carriera istituzionale è stato Ministro del Tesoro, Ministro dell’Interno e Presidente del Consiglio. Il suo soprannome certifica una abilità fuori dal comune nel destreggiarsi tra le pieghe e le pieguzze degli scenari politici ed economici.
È lui l’autore di una delle più infingarde manovre economiche della storia della Repubblica, quella “patrimoniale in una notte” con prelievo diretto sui conti correnti. Per questo, gli italiani lo detestano; nonostante questo, lo rispettano e gli riconoscono quella che i politologi chiamano “capacità di leadership”. Ed è per questo che Berlusconi lo teme. È un socialista, perciò l’alternanza lo sfavorisce, ma è un virtuoso del compromesso.

Gustavo Zagrebelsky (14%): per la gioia di tutti i correttori automatici Word, il Presidente Emerito della Corte Costituzionale ha grandissime possibilità di uscire dall’urna.
Inviso alla destra ma forse simpatico ai Grillini, si è scagliato più di una volta dalle pagine di Repubblica contro un provvedimento sì e l’altro pure dei vari governi Berlusconi, tramite agili elzeviri a 12 colonne (in corpo minore).
Preparazione giuridico-istituzionale che definire sopraffina è quasi una diminutio, provoca più di una perplessità circa la sua indipendenza e abilità politica. Non è mai bello confondere, in special modo a altissimi livelli, i tipi di potere: un errore che fu già fatto con Scalfaro, anche lui ex magistrato. Certificare fino a questo punto la supremazia della magistratura sul potere legislativo ed esecutivo avrebbe quasi il sapore di un commissariamento; inoltre, mediare tra dotti e rispettabili giudici della Corte Costituzionale non è esattamente la stessa cosa che mediare in un sanguinante scontro tra un governo che non esiste, un Parlamento frantumato, parti sociali incattivite e personaggi abbastanza controversi (tra cui, giusto per fare un esempio, un imprenditore lombardo contro cui si è scritto di tutto in prima persona, ora nelle sentenze come il Lodo Maccanico ora come editorialista del Gruppo Espresso).

Stefano Rodotà (25%): uno dei veri outsider. Lo “penalizza” (neanche poi tanto) una vicinanza agli ambienti di sinistra, ma il suo profilo è di altissimo livello.
Giurista, professore universitario (ordinario di Diritto Civile a La Sapienza) e intellettuale, è già stato in Parlamento dove ha ricoperto il ruolo di Vice-Presidente della Camera. Le sue posizioni pro-eutanasia potrebbero costargli i voti degli elettori cattolicissimi – sicuramente, di quelli più miopi.
Ma l’assenza di grandiose polemiche con il Pdl è un suo vantaggio, così come la sua pacatezza ed il suo essere – da anni – fuori dal sistema.

Emma Bonino (10%): un paese ancora profondamente venato dal razzismo come gli Stati Uniti d’America è stato capace di eleggere un presidente nero; un paese ancora profondamente inciso dal maschilismo saprà invertire la tendenza?
Difficile, molto difficile. Soprattutto nel caso della storica leader dei radicali, unica donna il cui nome è finito nel tritacarne dei favoriti (vero è che alternative femminili consistenti non ce ne sono).
L’hanno giudicata “troppo compromessa” – invece Napolitano era una giovane educanda. Intelligenza, notorietà e determinazione non le mancano. Ma ci sentiamo di escludere grossi plebisciti in suo favore.

Antonio Di Pietro (1%): per quale motivo, se proprio vogliamo un magistrato al Quirinale, scegliere Di Pietro – in questa lista solo dopo e solo grazie al placet di Beppe Grillo – e non a questo punto proprio Zagrebelsky? Forse per un gusto della narrativa, l’eroe romanzesco che nel pieno della catastrofe (prima Scilipoti, poi il serviziaccio di Report, le grane giudiziarie, lo scisma di Donati, l’inglobamento in Rivoluzione Civile e il naufragio definitivo) trova l’insperato salvagente gettato tra i marosi dal fatto benevolo.
Ma di norma non sono molti gli sceneggiatori di Hollywood a partecipare all’elezione del Presidente della Repubblica Italiana.

dario foDario Fo (0%): è bastato che lo proponessero i Grillini per generare una serie di reazioni assolutamente inviperite.
Da ex icona della sinistra radical-chic, la stessa che (solo) dopo il Nobel aveva iniziato a frequentare certi teatri – senza rinunciare peraltro ai capelli rasta, al poncho, al piercing al naso e a tutta una serie di vistosi voluminosi indumenti di lana alpaca grezza – lanciandosi in succulente dissertazioni e critiche à la pàge a fine spetacolo, è stato travolto da vecchi e nuovi nemici i quali non lo sopportano più (anzi, specificano, non l’hanno mai sopportato).
Si è tirato fuori dalla mischia in tempo zero, con un’intervista in tv: tardi, comunque, per evitare che il suo passato nella Repubblica di Salò non fosse di nuovo resuscitato, e rinfacciato.
Magari, a spregio, qualche grillino lo voterà lo stesso; più probabilmente, il suo nome uscirà nelle prime tre votazioni, quelle che contano meno, assieme ad altre carnevalate come Moggi, Briatore, Alba Parietti eccetera.
Dopo la terza votazione, però, tutti quanti inizieranno a fare sul serio.

Altri (5%): dopo il siluramento di Andreotti in favore di Scalfaro, dare per scontato che restino tagliati fuori tutti i nomi del sottobosco politico è da presuntuosi. Ma la situazione contingente spinge in direzione opposta: grosso nome, grossa storia personale alle spalle, grossa competenza.

Umberto Mangiardi
@UMangiardi

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