Tanta voglia di monarchia

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Non si è ancora spento il coro di indiscrezioni e di titoli a tutta pagina riservati alla nascita del baby Windsor, che pare stia tornando di moda la questione inglese per eccellenza: monarchia sì o monarchia no? Ne parlava qualche ora fa Seumas Milne dalle colonne del Guardian: “Dobbiamo disfarci di questa dinastia antidemocratica – afferma Milne – che ancora conserva privilegi feudali e ha il potere di impedire lo sviluppo della Gran Bretagna sul terreno delle nuove sfide globali”. Insomma, non è solo l’esasperazione accumulata durante l’ennesimo pieno di gossip. Perchè se sono in molti a non poterne più del pettegolezzo (anche se le finanze dei tabloid sono in piena salute), il dibattito sulla Corona britannica è un ospite che non è mai mancato alla tavola della politica e degli affari costituzionali. È una lotta per le libertà civili di un popolo oppure la provocazione di un irriducibile libertario? Secondo chi scrive, probabilmente si tratta della seconda. Per spiegare il nostro punto partiamo da un dato: la Corona inglese, ristabilita dopo la dittatura militare di Cromwell dalla metà del XVII secolo in unione con l’istituto della Chiesa anglicana e con la Camera dei Lord, si trova al suo posto per volontà della stessa fazione che combattè e vinse contro di essa, il Parlamento. Un po’ come avviene quando si parla della promulgazione dello Statuto Albertino nel Regno di Savoia, si deve parlare in questi termini di una concessione – operata in questo caso proprio per permettere uno sviluppo non traumatico da un sistema rigidamente feudale ad un governo misto del “popolo”, della nobiltà e del clero. È un dato fondamentale, che spiega l’intrinseca lontananza della monarchia da ogni ipotesi di dispotismo e che – al contrario – racconta di come la stabilità del sistema britannico abbia permesso di raggiungere elevati standard democratici con secoli di anticipo rispetto alle attuali repubbliche europee. Il parlamentarismo inglese, già consolidato nelle ultime fasi del ‘600, si scontrava  all’epoca con i regni assoluti e con i piccoli potentati di un’Europa generalmente ancorata ad una filosofia politica risalente al Medioevo.

I primati del ‘600, però, potrebbero costituire un grave ritardo al  giorno d’oggi. Milne sembra raccontare questo, quando mette in chiaro la sua preoccupazione riguardo alle sfide future che riguardano la Gran Bretagna ai tempi della globalizzazione. In senso strettamente teorico, questa ansia di democrazia può essere condivisibile: tra le pieghe del complicato ordinamento di Westminster – un  misto di diritto civile, common law e diritto dinastico – gli atti legittimi a disposizione della Corona e della Camera dei Lord sono a tutt’oggi consistenti. Ad esempio, il re inglese detiene l’esclusivo controllo dell’esercito albionico insieme ad alcune prerogative di capo esecutivo dello Stato, mentre la Camera alta si riserva un temporaneo diritto di veto sulle proposte di legge approvate dalla Camera bassa. Eppure, nemmeno nei lunghi periodi di guerre civili e di dittature sul suolo continentale, l’isola al di là della Manica non ha conosciuto ingerenze reali all’interno del quadro parlamentare risultante dalla Rivoluzione. Permettendo, inoltre, di trovare soluzioni democratiche a decine di crisi economiche e conducendo la nazione alla vittoria di due guerre mondiali. Se sembra improbabile un’improvvisa virata autoritaria della Corona inglese, rimane la più piccola questione quotidiana del gossip a Buckingham Palace.

Questione che pare imbarazzante a molti commentatori, nella quale vedono il declino finale di un sistema che ha retto alle guerre più sanguinose ma non ai flash indiscreti dei paparazzi. Anche qui bisogna distinguere: se il pettegolezzo e lo show della vita privata possono minare la credibilità di un Capo di Stato – vero, Silvio? – bisogna pur sempre fare i conti con le richieste culturali della società. Negli anni del regno dei loghi e della pubblicità a tutti i costi, sfidiamo allora gli esperti di marketing  a trovare un marchio più affidabile della casata dei Windsor: imparentati (a quanto pare) con Dracula, Maometto e George Washington, sono gli ultimi eredi di un Impero che ha dominato il globo per gran parte degli ultimi secoli e i custodi di una storia che si fa ogni giorno più solida, se rapportata alla disillusione e alla penuria di romanticismo della politica odierna. È una versione 2.0 del diritto divino, che sfrutta oggi come ieri l’ambivalente rapporto di invidia e adorazione che lega il popolo al suo sovrano. Il gossip li getta nelle fauci della nazione, ma è solo un’illusione: i reali restano l’anello di congiunzione tra “l’umano, troppo umano” desiderio di potenza e un modello di prestigio da spendere sul campo (inter)nazionale – di cui prendersi gioco, di tanto in tanto. E allora, proprio come ai tempi della Rivoluzione, liberarsi della monarchia non sarà certo una passeggiata. Forse, nemmeno una buona idea.

Matteo Monaco  @twitTagli

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