Storie della Grande Guerra – Che cos’è l’irredentismo?

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Quando i manuali scolastici introducono la Prima Guerra Mondiale fanno tradizionalmente riferimento all’attentato di Sarajevo quale drammatico momento cruciale nel dare inizio alle ostilità.
Gavrilo Princip, irredentista serbo, fa così la sua fugace comparsa nei libri di storia per poi sparire altrettanto rapidamente sullo sfondo. E con lui quella parola: irredentista. Essa resta avvolta come in un’aura di mistero.

Chi sono gli irredentisti? Cos’è l’irredentismo? In pochi sarebbero in grado di rispondere in maniera adeguata. Spieghiamolo brevemente e sinteticamente, innanzitutto dicendo che fu una corrente ideologica con un suo peso negli eventi precedenti allo scoppio del conflitto.

Per capire l’irredentismo è necessario fare un passo indietro, precisamente al XIX secolo: l’Europa è attraversata da una serie di programmi attraverso cui i vari Stati tendono a far sviluppare e a far acquisire ai propri cittadini quello che viene chiamato “sentimento nazionale”.
Vengono studiate e insegnate la lingua, la storia, ma anche i costumi, le tradizioni e così via che si ritenevano caratteristici delle diverse nazionalità; a tutto ciò si affiancava un perenne richiamo alla memoria attraverso cerimonie, ricorrenze, monumenti, lapidi commemorative, etc.
Con modi e tempi diversi questo fenomeno è riscontrabile tanto nelle antiche formazioni di Stati nazionali (come ad esempio la Francia) quanto nelle più giovani nazioni recentemente emerse (Italia, Germania…).

Insomma: si crearono vere e proprie pedagogie nazionali, e il contributo per questo obiettivo venne da diversi settori. Su tutti la scuola, luogo privilegiato di formazione del cittadino.
Anche le arti furono largamente coinvolte nello sviluppo del sentimento nazionale: basti pensare al ruolo della grande letteratura, della pittura, della scultura e della monumentalistica, in particolare quella pubblica.
Infine pure l’esercito, con la progressiva introduzione della leva di massa, sarà un altro degli ambienti privilegiati di nazionalizzazione.
Ma queste pedagogie nazionali avevano un rovescio pericoloso: sottolineavano le incompletezze, i vuoti, le perdite a cui i diversi popoli erano sottoposti. Ed è qui che entra in gioco e si sviluppa l’irredentismo.

Col termine irredentismo intendiamo quell’aspirazione di un popolo sottoposto a un dominio straniero a riconquistare una libertà perduta (entrando a far parte di un altro Stato o costituendone uno proprio); oppure la pretesa di un popolo su parte del territorio di un altro Stato.
Il termine deriva insomma dall’idea che esistessero terre irredente, vale a dire “non redente”, non liberate.
L’irredentismo italiano, uno dei casi più noti, si rivolgeva ad esempio a quelle terre che non si era riusciti a strappare all’Impero austriaco (Trentino, Alto Adige, Friuli Venezia-Giulia, Dalmazia).

Ma quello italiano non era l’unico caso di ambizione e di aspirazione a liberare le “provincie perdute”: la Francia aveva sviluppato una vera e propria ossessione verso i territori dell’Alsazia e della Lorena che la Prussia le aveva strappato dopo la guerra del 1870 (ma oggetto di una più lunga e secolare contesa).
Un’altra questione nazionale particolarmente sentita era quella inerente alla regione della Transilvania, sottoposta all’Impero austro-ungarico ma abitata da romeni privi di diritti politici. Per non parlare, sempre all’interno dello Stato asburgico, delle popolazioni serbo-croate – che desideravano staccarsi per unirsi, tragica ironia della Storia, alla confinante Serbia – e i popoli slovacco e ceco, sottoposti invece all’Ungheria.

 

Di peso minore, ma che scenderanno al centro dell’interesse diplomatico nel corso della guerra, erano poi la questione polacca (divisa allora tra Impero russo, prussiano e austro-ungarico), la presenza dell’Impero ottomano nell’area balcanica e la combattività irlandese rivolta contro il dominio della Gran Bretagna.

Di per sé, nessuna di queste questioni fu all’origine della Grande Guerra, ma furono tuttavia incubatrici di antichi e mai sopiti risentimenti che avranno un loro ruolo. Ad esempio saranno i fattori determinanti della mobilitazione interventista (tanto nelle piazze quanto nei Parlamenti) e della propaganda a favore della guerra – prima dell’intervento militare e nel corso dello stesso.

Le forze politiche che si fecero coinvolgere dai sentimenti irredentisti furono un coacervo vario e confuso, generalmente riconducibile tanto all’area democratica o della sinistra rivoluzionaria, quanto a quella della destra nazionalista.
Caratteristica comune era la grande combattività dei contenuti, resi pubblici tramite stampa, opuscoli e propaganda. Non mancarono comunque anche diverse iniziative concrete: manifestazioni, attività cospirative, attentati, specialmente ad opera di gruppi giovanili.
L’irredentismo però era ben lontano dall’essere un pericoloso movimento di massa: in verità, ben pochi erano gli irriducibili disposti a lanciarsi eroicamente nella guerra, e comunque molte delle delicate questioni nazionali erano di fatto già oggetto dell’attenzione dei governi.

Principalmente l’irredentismo andò a riempire un vuoto: gli Stati-nazione avevano da tempo iniziato a rappresentarsi in un determinato modo, a spingere l’acceleratore in una certa direzione; ma non avevano tenuto conto che le sempre più sentite frontiere linguistiche, culturali e politiche non corrispondevano affatto ai confini statali tracciati in ambito diplomatico.
Insomma, gli stessi Stati avevano costruito un immenso vuoto di sentimento sciovinista che l’irredentismo si proponeva di riempire.
Così, progressivamente, l’irredentismo si caricò di una massa di risentimenti nazionalisti, di una volontà di rivalsa patriottica che contribuì infine – pur non essendo determinante di per sé – a far saltare la polveriera europea nel 1914.
Esplose, simbolicamente, assieme a quei colpi di pistola sparati dal giovane serbo Princip contro Francesco Ferdinando d’Asburgo.

doc. NEMO
@twitTagli

Bibliografia:

Patrick Cabanel, Sentimenti nazionali e terre irredente, in La prima guerra mondiale, vol. I, Einaudi, Torino, 2007.

Leo Valiani, La politica delle nazionalità, in Il trauma dell’intervento: 1914/1919, Vallecchi, Firenze, 1968.

Attilio Tamaro, Irredentismo, in Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1949.

Benedict Anderson, Comunità immaginate. Origini e fortuna dei nazionalismi, Manifestolibri, Roma, 1996.

Hugh Seton-Watson, Nations and States. Am Enquiry Into the Origins of Nations and the Politics of Nationalism, Westview Press, Boulder, Colorado, 1977

 

 

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