Sei un Musulmano, ma non sei un terrorista? Allora ribadiscilo! Ogni volta.

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Nei confronti dell’Australia o si perde la testa o si è indifferenti. C’è chi vi si trasferirebbe domani e l’ha resa la propria Eldorado e chi invece la ritiene una semplice isolottola lontana, fondamentalmente innocua e non più interessante degli altri Continenti.
Eppure per la seconda volta da settembre, anche se per poche ore a causa dell’attentato a Peshawar, l’Australia rapisce l’attenzione mondiale, focalizzandola su uno degli argomenti preferiti – anche se leggermente in discesa, ultimamente – dai media nostrani. Il terrorismo islamico.
Già a settembre infatti un raid anti-terrorismo condotto dall’intelligence australiana, e conclusosi con l’arresto di una quindicina di sostenitori dello Stato Islamico, aveva scandalizzato per la prima volta l’opinione pubblica locale. 

Lunedì, invece, un tale Man Haron Monis – già ritenuto responsabile dell’omicidio dell’ex moglie e rilasciato su cauzione, nonché autore di una quarantina di molestie sessuali, e infine firmatario di numerose “strong sentences” nei confronti dell’impegno militare australiano in Afghanistan – è entrato in un bar nel centro di Sidney, ha tirato fuori una pistola, minacciato le persone all’interno e portato a termine il sequestro di 17 persone per ben 16 ore di fila.
Il risultato di tutto ciò è stata la morte di due ostaggi, quella del tutt’altro che innocuo Monis e il dilagante sentore di non essere più al sicuro da nessuna parte: ad esempio, non si è più al sicuro nello sconfinato Canada — un attentato in Quebec il 20 Ottobre e quello alla sede del Parlamento di Ottawa il 22 — e nemmeno più in Australia, dove in teoria sarebbero più frequenti gli attacchi all’uomo degli squali bianchi che le “breaking news” in pieno stile Occidente.

Il responsabile del sequestro di lunedì a Sidney non era un membro dello Stato Islamico, ma forse avrebbe voluto farne parte. Tra le minacce e le richieste lanciate alla polizia c’era quella di farsi portare nel luogo del sequestro una bandiera dell’IS, in modo da sostituire quella da lui usata, sempre nera e bianca ma con soscritta la semplice professione di fede musulmana.
La volontà di voler essere associato all’IS si evince anche dal fatto di aver espressamente chiesto al Governo di fare una pubblica dichiarazione sull’avvenuto, specificando che il suo fosse un gesto per conto dell’IS di al-Baghdadi.

Episodi come questo sono formalmente slegati dallo Stato Islamico e dai gesti a cui ci ha abituato negli scorsi mesi, ma hanno una consueta, inevitabile e altrettanto pericolosa conseguenza: fanno aumentare l’islamofobia.
Così facendo, si parcheggia sempre più facilmente il proprio cervello nella comune e facile banalizzazione secondo cui l’Islam sia fonte e causa di ogni atto terroristico a danno di Paesi le cui fondamenta religiose sono di altro genere.
L’opinione pubblica si divide tra chi punta il dito contro l’Islam, anche e più spesso nelle sue forme importate in Occidente — vedere alla voce “xenofobia nelle periferie romane” — e chi sa operare una distinzione tra il fanatismo e la criminalità da una parte e l’intaccabile essenza teologica di ogni credo dall’altra.
Sempre troppo pochi, questi ultimi.

Esiste poi una terza fascia di persone che assume il sempre più consueto atteggiamento della pretesa. Costoro, subito dopo incidenti come questo di Sidney, non criticano l’Islam nel suo insieme, ma pretendono con insistenza e autorevolezza che le comunità musulmane di ogni luogo ed epoca annuncino al mondo intero e con solenni microfoni: “Come Musulmano, io condanno questo attacco e il terrorismo in qualunque sua forma”.

Come spiega nel suo illuminante articolo Max Fisher, questo atteggiamento è deleterio: esso è il simbolo più alto e chiaro dell’islamofobia e del bigottismo. Il teorema secondo cui ogni musulmano è sospettato di simpatizzare per il terrorismo e ogni crimine commesso da un musulmano è responsabilità di tutti i musulmani, semplicemente in virtù della loro condivisa religione, è l’espressione più alta della discriminazione religiosa nei confronti dell’Islam.
Pretendere che i Musulmani condannino pubblicamente Monis — che è chiaramente una persona squilibrata a prescindere dalla sua religione — dovrebbe di conseguenza implicare la pretesa che i Cristiani condannino Timothy McVeigh, il responsabile dell’attentato ad Oklahoma del 1995.
E allo stesso modo, se qualcuno accusasse tutti gli Ebrei di essere responsabili dell’occupazione dei territori palestinesi in quanto Ebrei, un polverone si alzerebbe e la nostra prima (e corretta) reazione sarebbe quella di rigettare questa posizione poiché prevenuta, generalizzante e superficiale. È ovvio che tale rapporto causa-effetto sia sbagliato, ma non se ne riconosce l’infondatezza quando si parla di musulmani.

Non c’è alcun dubbio che gesti pubblici di condanna e dissociazione dal terrorismo siano ben accetti e riescano a infondere più tranquillità e fiducia negli animi degli scettici. Ma essi sono utili, non necessari.
Se, come avvenuto mesi fa a Milano, qualcuno ha l’ardita idea di bruciare la bandiera dello Stato Islamico di fronte a una folla di sostenitori e smartphone, tanto meglio, ma non bisognerebbe per nessuna ragione pretendere che tutti i musulmani lo facciano. 

Dovremmo trattare le persone come Haron Monis per quello che sono: degli individui pericolosi e squilibrati. E dovremmo trattare anche i Musulmani per quello che sono: persone normali, che ovviamente rigettano il terrorismo, e non un gruppo ristretto di persone da cui pretendere dichiarazioni anti-terrorismo ogni volta che si verifica un attentato.

Elle Ti
@twitTagli

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