Se questa è l’Europa, meglio uscirne

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Questa è l’Europa in cui alcuni paesi vengono spregiativamente chiamati “maiali”, Pigs, come se fossero bestie ingrassate per la loro pigrizia. Ma se questa è l’Europa, meglio uscirne. 
Questa è l’Europa che stabilisce inflessibili regole fiscali, come l’obbligo di non superare il 3% nel rapporto decifit/Pil, costringendo i governi a tagliare la spesa pubblica e ad approvare nuove tasse.

È l’Europa che impone parametri d’acciaio in modo autoritario, scavalcando i parlamenti nazionali e quello europeo, templi della democrazia, e servendosi di invisibili burocrati non eletti da nessuno.
Ed è anche l’Europa che impone le sue misure in modo arbitrario e casuale, malgrado il complesso linguaggio scientifico che le ammanta, come ha svelato Guy Abeille, lo sconosciuto funzionario francese che nel 1981 inventò il vincolo del 3%, poi fatto proprio da Bruxelles:

«Abbiamo stabilito la cifra del 3 per cento in meno di un’ora.
È nata su un tavolo, senza alcuna riflessione teorica. Mitterand aveva bisogno di una regola facile da opporre ai ministri che si presentavano nel suo ufficio a chiedere denaro (…).
Avevamo bisogno di qualcosa di semplice. Tre per cento? È un buon numero, un numero storico che fa pensare alla trinità
»
.

Questa non è economia, è psicopatia. E se questa è l’Europa, meglio uscirne.

Questa è l’Europa che lascia morire migliaia di persone nel Mediterraneo e che pensa di poterle salvare cambiando il nome alla missione umanitaria, passando da “Mare Nostrum” a “Frontex Plus”, invece di risolvere il problema alla radice, in Africa, dove un nuovo e silenzioso colonialismo provoca guerre e povertà. Ma se questa è l’Europa, meglio uscirne.

Questa è l’Europa in cui il debito è tornato a essere una colpa, come nella Grecia di 2.600 anni fa, quando circolava la massima “chi non ha denaro, paghi con il corpo”.
È l’Europa che dimentica che, in economia, il creditore e il debitore hanno le stesse responsabilità (perché non si presta denaro a chi non è in grado di restituirlo).
Ed è l’Europa che ingannevolmente ci avverte che il debito pubblico di un Paese è un debito per le sue future generazioni, mentre in realtà è l’esatto opposto: è una loro ricchezza, perché se un cittadino acquista titoli di debito pubblico, non è in debito con lo Stato, ma in credito, come avviene in Giappone, che da anni ha un debito pubblico superiore al 200% e non per questo corre il rischio di andare in bancarotta. Ma se questa è l’Europa, meglio uscirne.

Questa è l’Europa che conia espressioni oscure e incomprensibili, come “riforme strutturali”, con la stessa arroganza con cui nel Medioevo gli intellettuali escludevano la massa dall’accesso al sapere attraverso la barriera del latino. È l’Europa che ripete il proprio linguaggio in codice come un mantra ipnotico, senza spiegare cosa significhi veramente:

  • riduzione del 22% del salario minimo e del 32% per gli under 25; ridimensionamento della contrattazione collettiva; estensione della facoltà di licenziare senza giusta causa;
  • tagli alla spesa sociale, alle pensioni, alla sanità, all’istruzione;
  • aumento dell’Iva su benzina, sigarette, alcolici e su tutta una serie di beni di largo consumo;
  • piano di privatizzazioni delle maggiori società pubbliche e del patrimonio immobiliare dello Stato;
  • inventario di tutte le proprietà statali commercialmente valide (opere d’arte e monumenti inclusi).

Queste sono le riforme strutturali che l’Europa ha chiesto alla Grecia [1]. Ma se questa è l’Europa, meglio uscirne.

Questa è l’Europa che cerca di allargare i suoi confini con lo stessa propensione a infischiarsene della democrazia che esibisce in politica interna.
È infatti l’Europa che tenta di firmare un accordo di libero scambio con il governo di Kiev pur sapendo che quasi un quarto della popolazione ucraina è filorussa e non vuole allontanarsi da Mosca. Ed è anche l’Europa che, dopo la caduta di Yanukovich, sostiene un governo appoggiato da forze dal sentore neonazista che premono per l’abolizione dei diritti delle minoranze russe. Ma se questa è l’Europa, meglio uscirne.

Questa è l’Europa in cui gli attivi delle banche sono superiori al Pil di una nazione:

  • HSBC ha attivi pari al 120% del Pil britannico;
  • Barclays ha attivi pari al 114% del Pil britannico;
  • Bnp Paribas ha attivi pari al 99,8% del Pil francese;
  • Deutsche Bank ha attivi pari all’84% del Pil tedesco;
  • Banco Santander ha attivi pari al 118% del Pil spagnolo [2].

Ma se questa è l’Europa, meglio uscirne. 

Questa è l’Europa in cui un singolo paese, la Germania, grazie al suo peso politico, economico e demografico, può dettar legge agli altri senza che esistano contropoteri atti a frenarne l’influenza.
È l’Europa che ignora il precedente storico degli Stati Uniti, che costruirono una federazione sui valori della solidarietà e della pari dignità fra gli Stati dell’Unione: gli americani istituirono una camera dove fossero rappresentati tutti i cittadini a prescindere dallo Stato di nascita, così da creare una coscienza nazionale, e un’altra camera dove fossero egualmente rappresentati tutti gli Stati a prescindere dalla loro popolazione, in modo che il più piccolo degli Stati non fosse oppresso dal più grande.
Ma questa, purtroppo, è l’Europa in cui la Banca Centrale non può direttamente fornire liquidità ai Paesi in difficoltà perché questi sono “maiali” di cui non ci si può fidare.
E se questa è l’Europa, meglio uscirne.

Questa è l’Europa che da un lato si mostra spietatamente rigida con chi, a suo giudizio, non ha i conti in ordine, ma dall’altro è ignobilmente permissiva con chi, come il presidente Orban in Ungheria, modifica in modo illiberale la Costituzione, restringe la libertà di espressione e dichiara fuori legge alcuni partiti.
Se questa è l’Europa, meglio uscirne.

Questa è l’Europa che incolpa le persone che guadagnano 1.000 euro al mese o poco più di aver provocato la crisi, perché avrebbero vissuto al di sopra delle loro possibilità, quando in realtà fra il 1975 e il 2006 i lavoratori dipendenti e autonomi hanno perso annualmente centinaia di miliardi di euro a vantaggio delle rendite, soprattutto finanziarie [3].
Ma se questa è l’Europa, meglio uscirne.

Questa è l’Europa che pensa che la ricchezza di un paese (il Pil) cresca se i suoi abitanti si procurano armi, trafficano droga e prostitute, acquistano medicine perché si sono ammalati, inquinano l’ambiente con prodotti nocivi.
Per citare Robert Kennedy, questa è l’Europa che misura tutto, «eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta». E se questa è l’Europa, meglio uscirne.

Questa Europa ha ucciso il suo sogno originario, ha rinfocolato i nazionalismi, ha sparso povertà e disuguaglianze e ha spezzato il futuro delle giovani generazioni. E se questa è l’Europa – lo dico con dolore –, è meglio tornare ai tempi in cui l’Europa era solo un’espressione geografica.

Jacopo Di Miceli
@twitTagli

[1] Luciano Gallino, Il colpo di Stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa, Einaudi, Torino 2013. Sergio Cesaratto, Massimo Pivetti (a cura di), Oltre l’austerità, Micromega, Roma, luglio 2012, www.micromega.net.
[2] 
Erkki Liikanen, High-level Expert Group on reforming the structure of the EU banking sector.
[3] Luciano Gallino, op. cit.

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