Sarebbe giusto vietare il Mein Kampf?

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Il signore della svastica di Norman Spinrad (1972) è un bizzarro romanzo in cui si immagina che Adolf Hitler, finita la Prima guerra mondiale, sia emigrato negli Stati Uniti diventando un acclamato scrittore di fantascienza. Il cuore dell’opera è proprio il romanzo con cui, nell’universo alternativo, Hitler ha vinto il prestigioso premio Hugo, Il signore della svastica appunto, un libro di fantascienza pulp ambientato in una Terra postapocalittica fra mutanti cattivi e pochi uomini buoni rimasti puri di razza.
Nell’introduzione e soprattutto nella postfazione, Spinrad si cala nella parte di un critico letterario fittizio che recensisce il romanzo di Hitler stroncandolo per lo stile sciatto, la trama ordinariamente banale e le perverse scene di violenza gratuita, etichettate come il chiaro indizio di una personalità psicotica.

Allo stesso modo, il reale manifesto della follia hitleriana, il Mein Kampf (La mia battaglia), è stato recentemente definito un libro «pieno di frasi ampollose e difficili da seguire, di minuzie storiche e di garbugli ideologici», al punto che si potrebbe essere scettici sull’effettiva capacità di fascinazione esercitata da questo mattone mal scritto di circa 700 pagine.
Eppure, il timore che il libro più pericoloso del mondo, liberamente ripubblicabile ora che i diritti appartenuti al Land della Baviera sono scaduti il 31 dicembre 2015, riesca a plagiare le menti delle nuove generazioni è da più parti recepito come concreto.

La decisione dell’Istituto di Storia Contemporanea di Monaco di produrre una nuova edizione del Mein Kampf, corredata di un monumentale apparato di note volte a demistificare il testo e a inquadrarlo storicamente, ha infatti suscitato la reazione indignata della comunità ebraica locale e di diversi sopravvissuti all’Olocausto. «È un vaso di Pandora che, una volta riaperto, non può essere chiuso», ha ad esempio ammonito Charlotte Knobloch.
Le contestazioni hanno persino indotto il presidente della Baviera, Horst Seehofer, durante una visita in Israele, a bloccare ogni ulteriore finanziamento pubblico dell’edizione critica.

Il dibattito, spia di quanto in Germania l’eredità del passato pesi ancora sul presente, ha anche interessato altre terre, dalla Gran Bretagna, dove il parlamentare laburista Thomas Docherty ha proposto di vietare la vendita del testamento ideologico del Führer nel Paese, all’Italia.

Il 18 dicembre La Stampa ha pubblicato un articolo (Perché il Mein Kampf non va pubblicato, né ora né mai) in cui il professor Carlo Ossola risponde pessimisticamente all’interrogativo posto sul tema da una rivista francese: «Qual è lo stadio di maturità di una società democratica europea che, settant’anni dopo la fine della Guerra, ha ancora paura a dare in lettura ai propri contemporanei questo sinistro e indispensabile documento storico che resta Mein Kampf?».
Secondo Ossola, infatti, la diffusione del testo, benché inquadrata all’interno di un rispettabile studio critico, sarebbe un gesto scriteriato, equivalente all’inoculazione di virus in una società che ha già dimostrato di essere esposta alle infezioni del razzismo.

Le riserve del professore sono difficilmente condannabili. Eppure, in questi decenni, copie del Mein Kampf  sono comunque illegalmente circolate in Germania, prive di qualsiasi commentario che ne disinnescasse il contenuto.

Inoltre, indagando la storia del Mein Kampf, si scopre che il libro non riscosse successo prima dell’inizio degli anni Trenta, quando il nazismo era ormai giunto alle soglie del potere in Germania, e che fu Hitler stesso ad acquistare e distribuire sei delle otto milioni di copie diffuse nel Paese alla fine del 1945.

Bisogna quindi guardarsi dalla tentazione riduzionistica di suggerire una stretta correlazione fra l’ascesa del nazismo e il testo maledetto del Führer, rivelatosi all’opposto una lettura ostica e respingente, non diversamente dal romanzo immaginario di Hitler ideato da Spinrad. 
Insomma, è lecito dubitare che ogni simpatizzante del nazismo nel mondo abbia una copia del Mein Kampf  sul comodino, anzi persino i ministri del Terzo Reich Goebbels e Goering ammisero di non averlo letto.

Vietare il Mein Kampf per impedire la rinascita del nazismo, o di un’ideologia ad esso affine, è una soluzione troppo semplice, e come tutte le soluzioni semplici offusca verità più complesse. Interpretare la salita al potere del partito nazionalsocialista come l’esito di un incantesimo collettivo, con il popolo tedesco plagiato passivamente dal carisma di Hitler o dalla diffusione de La mia battaglia, è infatti, in un certo senso, una versione edulcorata e rassicurante di quel che accadde in Germania.

Siamo abituati a credere che esistano momenti nella Storia in cui uomini eccezionali, in positivo o in negativo, possano da soli imprimere sconvolgimenti impensabili nel mondo. Ma in realtà è la Storia stessa a reclamarli e a farli sorgere dal nulla, in un’irripetibile combinazione di idee e circostanze. In altre parole, furono proprio i tedeschi comuni a “creare” Adolf Hitler, a esigere un uomo forte che vendicasse il loro orgoglio ferito dalla sconfitta militare del 1918 e dalla crisi economica.
Come postula il controverso ma illuminante saggio I volenterosi carnefici di Hitler di Daniel Goldhagen, non vi fu nulla di accidentale o di imposto nell’antisemitismo eliminazionista della Germania del tempo, ma fu una scelta consapevole intrapresa dalla maggior parte del popolo tedesco.

In questo contesto, la ripubblicazione del Mein Kampf, per di più in un’edizione critica dal prezzo poco accessibile (59 euro), è ben lontana dal rappresentare un fattore di rischio per la tenuta della nostra società. Al contrario, guardare dritti in faccia i mostri del passato potrebbe aiutarci a dissipare la visione candidamente ottimistica di un’umanità fondamentalmente buona, guastata soltanto dall’influenza di malvagi agenti esterni. 

Jacopo Di Miceli

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