Quei sette secondi che cambiarono l’America

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Ci vollero appena sette secondi per cambiare il corso della storia dell’America e del mondo. Sette secondi perché Lee Harvey Oswald, un ventiquattrenne disadattato, sparasse a John Fitzgerald Kennedy da un deposito di libri, mentre il corteo presidenziale percorreva, alle 12.30 del 22 novembre 1963, la Dealey Plaza a Dallas.

In cinquant’anni sono state spese molte parole sull’assassinio di JFK, forse troppe (esistono più di duemila libri al riguardo). Due americani su tre non credono alla versione ufficiale, quella del lone gunman, il folle tiratore solitario che riesce a eliminare l’uomo più potente del paese.

«Sono soltanto una marionetta», disse Oswald la sera dell’omicidio, durante la conferenza stampa. Non ebbe mai il tempo di dire di più: fu ucciso la mattina del 24 novembre da Jack Ruby, il proprietario di un night club, mentre stava per essere trasferito, scortato dagli agenti della polizia di Dallas, nella prigione della contea. Da allora un’unica domanda ossessiona la nazione: perché?

È questa la vera domanda: perché? Il chi e il come sono solo diversivi per il pubblico. […] Tengono la gente occupata come in un gioco, evitando che si chieda la cosa più importante: perché. Perché fu ucciso Kennedy? Chi ci guadagnò? Chi ha il potere di coprire il tutto? Chi?

Le parole di “X”, la Gola Profonda del film JFK di Oliver Stone, riecheggiano nella testa delle vecchie e delle nuove generazioni, unite dalla convinzione che le cause della morte del presidente più amato nella storia americana vadano cercate non nei pensieri contorti di un pazzo armato di fucile, ma nelle scelte dell’amministrazione Kennedy.

Oswald non poteva agire da solo, affermano i teorici della cospirazione. Il Mannlicher-Carcano, l’arma del delitto, sarebbe stato un vecchio arnese della seconda guerra mondiale, incapace di sparare tre colpi in sette secondi, per di più con una tale precisione. Oswald poi – proseguono i detrattori della versione ufficiale – nonostante fosse stato un marine, sarebbe stato un pessimo tiratore. La terza pallottola, il colpo fatale per il presidente, sarebbe stata esplosa da una posizione frontale, come suggerirebbe il movimento della testa di Kennedy, e non dalle sue spalle, dove era appostato Oswald.
Diversi testimoni, inoltre, asserirono di aver sentito degli spari provenire dalla collinetta erbosa, alla destra del corteo. Qualcun altro quindi – è la conclusione dei complottisti, di cui si riassume qui solo una parte insignificante delle argomentazioni – avrebbe fatto fuoco sul presidente, usando Oswald come capro espiatorio.

Ma chi erano i suoi burattinai? Oswald era stato un marine, ma aveva anche tradito la sua patria. Nel 1959, mentendo all’esercito sulle reali motivazioni del suo viaggio, si era recato a Helsinki e di lì in Unione Sovietica, rinunciando alla cittadinanza statunitense e offrendosi di passare segreti militari ai russi. Dopo un paio d’anni, tuttavia, era già tornato in patria, sposato e con una figlia piccola.
Era stato arruolato come spia di Mosca? E cosa ci faceva nell’estate del 1963 all’ambasciata sovietica di Città del Messico a colloquio con Valery Vladimirovich Kostikov, agente del Kgb del tredicesimo dipartimento, i famigerati “affari bagnati”, preposti alle attività di sabotaggio e agli assassinii? Uccidendo Kennedy, Chruščëv si sarebbe ben vendicato dell’umiliazione subita l’anno prima nella crisi dei missili di Cuba.

La pista russa sembra promettente, ma sentite questa. Oswald aveva prestato servizio ad Atsugi, in Giappone, dove venivano testati gli aerei-spia U2 della Cia. E se Oswald fosse stato un agente della Central Intelligence Agency, inviato poi in Urss come doppiogiochista? Fu per questo motivo che nessuno della Cia lo interrogò al suo ritorno dall’Unione Sovietica, nonostante il naturale interesse che avrebbe suscitato un disertore? Chi, inoltre, se non i servizi segreti avrebbe avuto le capacità per condurre un assassinio di tale portata, come quello del presidente, e poi di insabbiare il tutto?
Fra i membri della commissione Warren, d’altronde, c’era Allen Dulles, l’ex direttore della Cia, e poi il fratello del sindaco di Dallas era Charles Cabell, ex numero due dell’intelligence, silurato proprio da Kennedy nei mesi precedenti. La Cia avrebbe avuto un movente formidabile per far fuori JFK: il suo rifiuto di fornire appoggio aereo nel tentativo di sbarco alla Baia dei Porci di Cuba. Il presidente voleva smantellare l’agenzia e porre fine alla Guerra Fredda?

E cosa dire, invece, della mafia, che aveva appoggiato la candidatura di John Kennedy e poi era stata duramente combattuta dal fratello Robert? O degli esuli cubani, delusi dalla mancata cacciata di Castro? O di Fidel stesso, che la Cia stava tentando di assassinare in tutti modi? O ancora dell’Fbi di J. Edgar Hoover, ostile ai Kennedy e maniacalmente geloso dei propri poteri? Oppure del vicepresidente Lyndon Johnson, che, temendo di essere escluso dal ticket elettorale del ’64, avrebbe potuto organizzare un complotto con i petrolieri del Texas, il suo Stato di nascita?

Vi sentite disorientati, vero? Più si indaga a fondo nel caso Kennedy, più si rimane impigliati negli intrecci della vita politica di quegli anni. Più si approfondiscono le potenziali piste, più si è frastornati dalla sconfinata mole di documentazione prodotta. Si perde ogni certezza di verità, tutto diventa possibile, persino la fisionomia del volto di Oswald incomincia a sfuggire (come postula la teoria dei “falsi Oswald”, secondo cui qualcun altro lo impersonò nei mesi precedenti a Dallas per poterlo incastrare).

La maggior parte degli americani ha smesso da molto tempo di credere alla versione ufficiale dell’attentato non perché sia stata persuasa da una teoria complottista in particolare, dato che nessuna di esse ha mai fornito prove certe di una cospirazione, ma perché, nel gorgo delle misteriose connessioni che vorticano attorno al 22 novembre ’63, la verità appare come una chimera irraggiungibile. Ognuno ha iniziato a credere più alla voce della sua coscienza che al monumentale rapporto Warren.

Una cospirazione assolve magnificamente allo scopo di dotare di senso la morte di JFK, ormai idealizzato come l’incarnazione del sogno americano. Il mito di Camelot e di un Kennedy-Artù non sarebbe probabilmente mai nato se non fosse stato per i tragici anni del Vietnam, degli assassinii politici (Martin L. King, Bob Kennedy) e del Watergate. Fu allora che l’America si scoprì improvvisamente corrotta e sentì di aver perso la propria innocenza. Fu allora che iniziò a domandarsi “perché”? Perché Kennedy fu ucciso e cosa sarebbe accaduto se la sua vita non fosse stata spezzata? La catastrofe del Vietnam sarebbe stata evitata? La risposta delle autorità e della storiografia non ha convinto la nazione, ma è molto probabile che di questa dovremo accontentarci in futuro, anche se non ci soddisfa.

Oswald aveva le capacità e la volontà di uccidere il presidente. Non fu manovrato dai sovietici, che lo consideravano inaffidabile e instabile, né dalla Cia o dell’Fbi, che, anzi, sottovalutarono la sua pericolosità e, dopo l’assassinio, ricorsero a ogni mezzo per nascondere la loro inefficienza e l’assenza di un fascicolo adeguato su di lui.

Oswald agì da solo. Disponeva da mesi di un buon fucile italiano, acquistato per posta per meno di 20 dollari e con cui aveva già tentato di uccidere il generale Edwin Walker nell’aprile di quell’anno. Pochi giorni prima del 22 novembre, quando la stampa pubblicò il tragitto che l’auto di Kennedy avrebbe compiuto a Dallas, Oswald capì di aver di fronte un’irripetibile chance per passare alla storia. Appena un mese prima, infatti, aveva iniziato a lavorare al Texas School Book Depository, che, per un assurdo scherzo del destino, si trovava esattamente lungo il percorso del corteo presidenziale.
In questo modo, le vite di Oswald, un giovane emarginato e violento, e di Kennedy, il simbolo della Nuova Frontiera americana, si incrociarono in quella piazza di Dallas. E forse è proprio l’imponderabile e tragica casualità degli eventi che condussero a quei sette secondi che ci sconvolge di più e ci induce a voler disperatamente credere in un complotto.

Jacopo Di Miceli

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