Quando i DS si fecero una legge per far pagare a noi i debiti dell’Unità

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È sempre una immane perdita di tempo andare a scandagliare “cosa dice la legge”, perché di solito a una prima lettura non ci si capisce un accidente: serve una buona dose di concentrazione prima di tutto per capire il significato, e in secondo luogo per non perdersi nel mare magnum di rinvii, subordinate, incisi e materiale linguisticamente inutile gettato tra soggetto e predicato.
Ma in certi casi può essere istruttivo: così mi sono andato a prendere una legge molto corta che in questi giorni è stata frettolosamente citata e rispedita nel dimenticatoio, ché certe notizie si devono dare ma rimestarle più di tanto non conviene a nessuno.

La legge in questione è la legge 11 luglio 1998, numero 224: è la norma in base a cui, simpaticamente, i debiti dell’Unità, storico giornale prima del PCI, poi dei DS e poi del PD, sono stati pagati da Mamma Stato, e cioè da ciascuno di noi. Non bruscolini: si parla di 107 milioni di euro.
Com’è andata la vicenda? A un certo punto della sua storia, la storica testata fondata da Antonio Gramsci ha accumulato 450 milioni di Euro di debiti (su internet si indica proprio il 1998 come anno in questione): sono gli anni in cui paradossalmente (…) per la prima volta il PDS è al governo ed esprime come presidente del consiglio un ex direttore de l’Unità, Massimo D’Alema (così Wikipedia), e sono anche gli anni in cui Ugo Sposetti, potente e controverso ex tesoriere dei DS, si incarica di gestire la questione.

La gestisce bene, perché in qualche modo il buco passa dai 450 milioni ai poco più di 120. Su quale sia questo “qualche modo”, scrive Sergio Rizzo sul Corriere della Sera:

“Anche con l’aiuto di altre ancor più discutibili leggine approvate dal parlamento intero con rarissime eccezioni, che fecero lievitare come panna montata i rimborsi elettorali: l’ultima, quel capolavoro partorito all’inizio del 2006 che consentiva il pagamento dei contributi pubblici anche nel caso di scioglimento anticipato della legislatura, come avvenne nel 2008”. 

Ma il vero capolavoro, anche secondo Oscar Giannino, Sposetti lo realizza nel 2007, allorquando Margherita e DS confluiscono nel Partito Democratico: il PD è una creatura nuova, soprattutto dal punto di vista patrimoniale.
In altre parole, il PD nasce vergine, e i debiti di Margherita e DS restano ascritti solo ed esclusivamente a Margherita e DS (anche se, aggiunge Rizzo, “Margherita e i Democratici di sinistra, (…) pur defunti continuarono comunque a incamerare per tre anni cospicui fondi statali“. E qui dico solo un nome: Luigi Lusi).

Perché è un capolavoro? E che c’entra la famosa leggina di cui abbiamo parlato all’inizio? Perché nella suddetta leggina, scritta dal Governo Prodi, ci sono scritte una serie di cose, nonostante sia formata da soli 5 articoli (di cui uno sostanzialmente inutile). Dopo aver parlato della trasmissione radiofonica dei lavori parlamentari, all’articolo 4 comma 2 leggiamo:

“La garanzia concessa a carico dello Stato applicata per capitale, interessi anche di mora ed indennizzi contrattuali, è escutibile a seguito di accertata e ripetuta inadempienza da parte del concessionario ovvero a seguito di inizio di procedure concorsuali. Gli interessi di mora, se dovuti, sono calcolati in misura non superiore al tasso di riferimento cui è commisurato il tasso di interesse del finanziamento fino alla data della richiesta di perfezionamento della documentazione necessaria alla liquidazione e al tasso di interesse legale per il periodo successivo”.

Tradotto: se vi sono inadempienze o se vi è il fallimento (procedura concorsuale) della realtà editoriale gravata da debiti, a garantire per tutti ci pensa lo Stato. In questo caso, quindi, i debiti dell’Unità sono stati presi in gestione dai DS; i DS non esistono più essendosi interrotto il rapporto di continuità economica tra DS-Margherita e PD; essendo inadempiente il debitore, allora ci pensa lo Stato a pagare (interessi di mora inclusi).

È una legge ad partitum, visto che i beneficiari sono stati esclusivamente il Partito Socialista per una somma di “appena” 9 milioni di euro volta a sanare i buchi della gestione dell’Avanti, e i Democratici di Sinistra, per la ben più consistente somma di 107 milioni di Euro (a cui potrebbero aggiungersene altri 18 per collaterali vicende di recupero crediti).
Insomma: l’impresa editoriale dell’Unità è uno di quei casi in cui “si socializzano le perdite e si privatizzano i guadagni“, come ha detto Riccardo Maggi, Segretario dei Radicali Italiani. E aggiunge: “Le perdite sono i debiti contratti dall’Unità, i guadagni sono il patrimonio immobiliare che i DS negli anni hanno potuto acquistare, creando una serie di fondazioni che corrispondono alle sedi provinciali del partito“.
In questo caso, insomma, non si parla di danno erariale, ma anzi per legge si è deciso che quando un grande Partito si accolla una serie di debiti, può “decidere” se saldarli o non saldarli; se non li salda, interviene la collettività.

L’establishment pèrobabilmente ringrazierà qualche sua propria divinità che il popolo di Grillo & Co. sia caciarone, confusionario e intellettualmente squalificante: chi si indigna per paciocchi come quello appena descritto difficilmente ha molto da spartire con chi esulta per una trezzera siciliana realizzata alla viva il parroco.
Ed è un peccato che nessuno, dunque, abbia la forza e la credibilità politica per richiamare questi signori alle proprie responsabilità.
Perché questo è un gioco delle tre carte, realizzato ai danni della collettività, e chi lo ha orchestrato rimarrà non solo impunito, ma pronto a fare la morale al resto d’Italia.

Umberto Mangiardi

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