Quando hanno eletto Hitler? L’Eredità e l'(in)utilità della Storia

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In questi giorni sta rimbalzando sul web un video di un’imbarazzate serie di momenti avvenuti durante la trasmissione televisiva «L’Eredità» (Rai Uno, 12 dicembre 2013). I concorrenti, interrogati sull’anno dell’elezione di Adolf Hitler alla carica di cancelliere, non hanno saputo rispondere.
La domanda in sé potrebbe non apparire semplicissima, ma le opzioni proposte – 1933, 1948, 1964, 1979 – non avrebbero dovuto lasciare spazio a troppi dubbi. La prima concorrente invece risponde 1948. Ok, può darsi che si sia confusa: durante i quiz televisivi non mancano episodi di questo genere.

La mano passa pertanto al concorrente successivo e qui comincia il degenero. Il nostro risponde 1964 e il gelido stupore che mi ha attraversato è stato penetrante. A questo punto però le opzioni rimaste sono due, 1933 e 1979, e ho sperato che con la successiva mano il travaglio sarebbe finito. E invece no, la successiva concorrente afferma – con tono fermo e sicuro – 1979.
Lo stesso conduttore Conti rimane allibito e senza parole, ma non finisce qui. Poco dopo arriva un’altra domanda di storia che stavolta riguarda l’anno dell’incontro tra il poeta Ezra Pound e Mussolini. Le opzioni proposte sono sempre 1933, 1948, 1964 e 1979.

Stavolta la risposta deve essere secca, non si passa mano. La concorrente è la stessa che ha avviato la precedente serie di gaffes storiche. Si dovrebbe supporre che ora, dopo il primo imbarazzante round, la risposta sia più semplice da individuare. E invece no, la nostra colloca l’incontro a metà anni ’60 e questa volta persino il pubblico non riesce a trattenere un boato di disapprovazione. Conti sorvola ironicamente, suggerendo di farsi «un ripassino di storia».


Le osservazioni che si accumulano nella mente di un laureato e dottorando in Storia sono tante.
Anzitutto risulta spiazzante il fatto che a commettere questi errori grossolani siano stati concorrenti giovani, ma ancor di più lo è la loro non curanza e leggerezza nel commetterli. 
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Ciò indica, in primo luogo, un grave problema nel collocare cronologicamente dei fatti storici di una certa importanza: i regimi di Hitler e Mussolini sono infatti due eventi capitali della storia contemporanea e vi hanno lasciato un segno profondo. Già è spiazzante vedere che nessuno si è ricordato che entrambi tramontano con la fine della Seconda Guerra Mondiale (1939-1945), altro evento drammaticamente importante della contemporaneità. Ancor di più però lo è l’aver voluto tentate (tre volte!) di collocarli dopo di essa, in un periodo in cui la Germania era divisa da un muro e l’Italia attraversava tutt’altra fase politica, sociale ed economica.

In secondo luogo va però notata anche la relativa indifferenza con cui si avverte tale mancanza: i concorrenti reagiscono quasi divertiti ai loro errori, come se si trattasse di qualcosa di non troppo importante e quindi di sbagli tutto sommato non gravi. Nessuno sembra rendersi conto che si tratta di domande di storia, non di curiosità.
Ora, senza dubbio non posso essere autorizzato a trasformare questi tre concorrenti de «L’Eredità» nello specchio preoccupante di un Paese senza cultura storica. Però, riflettendo su altri episodi analoghi cui ho potuto assistere o che mi sono stati raccontati, lo sconforto resta e la domanda più pressante è: perché?
Le risposte possono essere varie e molteplici.

Senza dubbio un problema del genere nasce a scuola dove molto spesso la storia è trattata in maniera nozionistica (date, eventi, personaggi, dati, etc.), contribuendo a farne una materia odiata dalla maggior parte degli studenti. Non avete idea di quante volte, anche in ambiente universitario, sia stato investito da tanti e scorretti luoghi comuni sulla storia e sul suo studio.
Va detto che gli storici, per parte loro, non hanno fatto molto per rompere tali pregiudizi: in Italia (e non solo) la figura dello storico è in effetti quella di un personaggio lontano e criptico, incapace di comunicare le proprie conoscenze in maniera accessibile, chiuso nelle università, negli archivi e nelle biblioteche, in un compiaciuto auto-esilio. 

Vi è poi l’aspetto del largo (ab)uso pubblico che spesso e volentieri si fa della storia. Dovrebbe essere cura proprio di chi fa storia quella di inserirsi nel dibattito, ma a livello mediatico gli storici mancano. Un po’ perché gli autori dei programmi preferiscono non guardare le cose nella loro complessità, un po’ perché gli stessi storici tendono ad appesantire il discorso. In Italia il vuoto viene perciò spesso riempito da giornalisti o improbabili personaggi che, anche quando non hanno una minima infarinatura, si improvvisano storici. Basti pensare che, specie tra i non specialisti, le Storie d’Italia più lette sono spesso quelle di Montanelli e di Vespa.

Bisogna poi dire che, anche quando gli storici hanno tentato la strada delle divulgazione, i media e il grande pubblico non hanno voluto venirgli troppo incontro: Rai Storia è ad oggi l’unico canale televisivo che tenta di far entrare la storia nelle case italiane, mentre buone trasmissioni televisive sono spesso relegate alla seconda serata o vengono addirittura cancellate dai palinsesti –  «La Storia Siamo Noi» è il caso più recente. Dunque anche chi è responsabile della programmazione e chi la riceve dimostra scarsa sensibilità verso l’argomento.

StoriaSe si vuole evitare che la storia scompaia dagli interessi culturali degli italiani, o peggio che venga lasciata in mano a figure poco professionali, è necessario insomma intervenire su diversi aspetti. Non posso certo dare una ricetta per migliorare l’insegnamento scolastico o per portare un po’ di storia al livello di una seria ma accessibile divulgazione, problemi tutt’altro che semplici a risolversi.

Nondimeno è importante evitare – come vedo fare quasi ovunque – il limitarsi all’indignazione o a una mesta rassegnazione all’ignoranza diffusa, impegnandosi invece a sviluppare idee per arginare quanto più possibile questo processo. Sono convinto che chiunque abbia a cuore la storia possa (e debba) offrire anche il più piccolo contributo in questo senso. Anche perché per capire dove andiamo e dove vogliamo andare è indispensabile anzitutto capire da dove veniamo: un Paese senza passato è un Paese senza futuro.

doc. NEMO
@twitTagli

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