Politicamente corretto e discriminazione: quando la legge fa differenze

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A seguito della lettura di alcuni pezzi che toccano più o meno approfonditamente l’argomento del politicamente corretto (non da ultimo questo articolo di qualche tempo fa), come spesso capita nel mio cervello è partito un dibattito della durata di giorni e settimane, di quelli che Ballarò mi fa un baffo.
Risparmiando a chi sta fuori dal mio cranio tutti i passaggi intermedi, il risultato è stato la constatazione del fatto che si usa il politicamente corretto per imbellettare i problemi senza sapere come affrontarli.
Per chi come me ha molto a cuore la causa della libertà individuale è piuttosto arduo scrivere con lucidità, imparzialità e distacco dell’argomento, ma è altrettanto difficile comprendere cosa spinge la società a difendere questa libertà nel modo sbagliato.

Quello che capita comunemente è il cercare di negare le differenze nel parlare quotidiano ma contemporaneamente tutelarle con la legge.
Dovremmo fare l’esatto contrario: negare le differenze è come imporre che tutti fossimo fatti nello stesso modo. Vogliamo appiattirci ad un’unica cultura uniforme mondiale? L’assenza di varietà deprime l’animo umano. Volete un esempio?

– Di dove sei originario?
– Del Senegal.
– Com’è il posto dove sei nato?”

Non vedo nulla di sbagliato in ciò: eppure, in un paio di occasioni qualcuno – non il senegalese dell’esempio, anzi contento di raccontare qualcosa di sé a un qualcun altro interessato – mi ha ripreso dicendo che non stava bene far sentire straniero un immigrato. Ma è straniero, dico io. Sì, ma non sta bene, dice l’altro. 
Non sta bene a chi? Nessuno mi sa dare una risposta soddisfacente.

O ancora: quante risorse mentali spendiamo per coniare nuovi vocaboli atti a definire chi vive con una qualche forma di disabilità? Non si può negare che talvolta i termini corretti divengano inutilizzabili per via di un loro uso improprio e offensivo da parte di qualche persona deprecabile, ma a un disabile importa maggiormente essere apostrofato in modo “appropriato” o che si faccia qualcosa di concreto per rendergli la vita migliore?
La risposta dovremmo preferibilmente ascoltarla dagli interessati, piuttosto che da chi si preoccupa unicamente di grammatica “politicamente corretta”.

femminismo

Un discorso a parte merita la questione femminismo. O meglio, meriterebbe un trattato in sei volumi, come ogni materia che si voglia discutere in maniera esaustiva: infilo il discorso qui poiché non se ne può parlare senza divenire politicamente scorretti ed essere dunque etichettati di maschilismo.
Se ci guardiamo attorno assistiamo ad alcune, per così dire, anomalie (per citarne alcune: borse di studio riservate alle donnemicrocrediti per le donne…) fino a sconfinare in proposte lesive della dignità, come i posti auto di cortesia riservati alle donne  (non parlo dei ben condivisibili posti per le donne in gravidanza, ma per donne e basta) che mi è capitato di vedere, per fortuna in rare occasioni.
Peraltro, mi scappa un sorriso quando provo a immaginarmi le reazioni ad una eventuale Associazione Uomini Architetto, così per dire. E penso a quel vigile che trova un veicolo parcheggiato nelle strisce rosa e deve risalire al sesso del conducente. Vedo tutto questo e mi immedesimo in una femminista delle origini, e come tale penso a quali sarebbero i miei desideri:

“Desidero la libertà di scegliere della mia vita, desidero il diritto di voto, desidero la completa parificazione di diritti e doveri al maschio. Non desidero corsie preferenziali, agevolazioni, accesso a quote rosa e circoli esclusivi.
Non desidero accentuare la mia differenza, ma affrancarmi dalle discriminazioni che il mio sesso ha subito e continua a subire”.

Personalmente ho sempre trovato offensive nei confronti della donna tutte queste iniziative. Le leggo come: “visto che con le vostre forze non ce la fate, vi riserviamo delle posizioni che altrimenti non sareste in grado di raggiungere, o vi diamo degli aiuti per poter competere ad armi pari”. A quante femministe vere piacerebbe?
Donne e uomini sono diversi, negarlo è essere ciechi (e con questo, a proposito, non voglio offendere i non vedenti). C’è del bello in questa differenza.
Essere diversi non significa non avere accesso alle stesse opportunità; al contrario significa poterlo fare pur continuando a essere se stessi. Riconoscere la differenza non corrisponde a negare la parità, anzi è il primo passo per ottenerla.

Proprio perché è bello che la varietà esista, per tutelarla non si può cristallizzarla in una norma. Rischiamo il paradosso di Stati pluralisti come l’Indonesia e l’Eritrea, che nel riconoscere ufficialmente (nelle rispettive costituzioni) alcune denominazioni religiose come religioni nazionali, in modo che nessuna domini sull’altra, riducono in condizione di inferiorità i devoti di tutte le altre fedi non nominate (atei e agnostici inclusi).
Tali leggi, dunque, sono politicamente scorrette, nel senso che non tutelano l’interesse e la libertà dei cittadini.

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. 
Art. 3 della Costituzione della Repubblica Italiana

Nella Costituzione c’è già quanto serve. Solo l’Art. 3 è politicamente corretto in materia. Vero è che dalla teoria alla pratica c’è un divario, ma non è approvando leggi apposite che tale divario si colma. Anzi, è la legge stessa che, quando è esplicitamente formulata contro – per esempio – l’omofobia, il razzismo o altri casi specifico di discriminazione, discrimina essa stessa.

Per vedere applicata tale legge, la vittima dev’essere riconosciuta nella sua diversità, nel suo non essere normale.
La legge non deve discriminare: io mi aspetto di vedere punito un crimine poiché rivolto verso la persona. Mi aspetto di veder applicata l’aggravante della discriminazione se il reato è stato compiuto con tale movente; ma sono urtato dall’idea che se un tipo di diverso-fobia non è contemplata dalla legge allora non meriti di essere punita. È il paradosso della discriminazione… della discriminazione.
La prima mossa da fare è educativa, non legislativa. Dobbiamo educare noi stessi. L’orientamento sessuale, l’origine etnica, la religione, le idee politiche e il numero di scarpe del mio vicino non influenzano minimamente la mia libertà; e bisogna piantarla di ritenersi autorizzati a convincere il proprio vicino ad avere un certo orientamento sessuale, di cambiare il suo codice genetico, di pregare il mio dio, votare il mio partito e calzare anfibi numero 45. Vale per tutti.

Lorenzo Pace
@TwitTagli

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