Percorsi biografico-musicali: V come… Venom

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Per il prossimo capitolo di questo percorso vi chiederò qualcosa di più che seguirmi semplicemente in uno spaccato biografico e musicale; nello specifico vi chiederò di guardare nella vostra psiche, nei meandri più cupi dell’inconscio umano.
Inoltre, questa volta non sarà sufficiente immaginare un viaggio nel tempo e nello spazio, ma bisognerà anche superare i limiti ordinari del nostro mondo.

Dunque: salutiamo gli Uriah Heep ma restiamo in Inghilterra, ci spostiamo solo un po’ più a nord, a Newcastle. Andiamo anche avanti di un decennio, dagli anni ’70 agli anni ’80, ma soprattutto ci proiettiamo in un’altra dimensione, verso i regni del male, delle tenebre, della paura.
Questa breve catabasi è necessaria per entrare nel clima del prossimo evento musicale che andrò a raccontarvi.
Pur essendo ben lontano dal rassomigliare a un novello Virgilio, lasciate che vi guidi.

V come… VENOM

Vi consiglio: Venom, In League with Satan (Disc 1)
Tracklist: Intro Tape 83/84 / In League with Satan / Live like an Angel, Die like a Devil / Welcome to Hell / Poison / Witching Hour / One Thousand Days in Sodom / Angel Dust / Blood Lust / In Nomine Satanas / Venom Radio I.D. One / Black Metal / To Hell and Back / Buried Alive / Teacher’s Pet / Heaven’s on Fire / Countess Bathory / Die Hard / Acid Queen / Bursting Out
Etichetta: Sanctuary Records / Castle Music
Anno: 2002

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La prima radice del male, il parto del demonio – abominevole e dall’inconfondibile puzzo di zolfo. Il progetto è chiaro: portarsi oltre i limiti della musica in cerca di quella putrescente malvagità, tentare di evocare demoni che albergano nelle più istintive e mortali paure dell’essere umano.
È lì, in quella direzione che, presto o tardi, desidera spingersi chi si avventura nei territori di uno dei generi musicali più estremi e (quasi) privi di compromessi che esistano.
Il mondo del metal si arricchisce proprio del fascino di atmosfere, immagini e simbologie di questa estrazione; si potrebbe addirittura dire che fin dal suo primo atto di nascita ne sia in buona parte sostanziato.
L’ascoltatore va a soddisfare le sue voglie nei territori più oscuri e maligni di quel vasto e multisfaccettato continente sonoro: alcuni lo chiamerebbero gusto dell’orrido, altri perversa depravazione.
Quanto a me, preferisco chiamarlo magnetismo primordiale e viscerale; un’attrazione che parte dalle budella, dagli istinti più bassi e ferini, da quella parte animale che ognuno di noi sotto sotto cova: un quantum di selvaggio costantemente in cerca di libero sfogo.

Il punto è il magnetismo: quando c’è, esso riesce a muovere tanto il più temerario quanto il più ingenuo degli ascoltatori verso un ignoto di sonorità malefiche e demoniache. I Venom, trio di Newcastle sorto dalle ceneri di altre tre band locali, sono stati con ogni probabilità i primi e più sinceri interpreti musicali di questo sentire. Dalla loro lezione – sommata a quella di altri pionieri del male tradotto in note – prenderanno le mosse praticamente tutti i gruppi che successivamente andranno a ingrossare le file del metal estremo di ogni sorta.

Il nome è già di per sé cattivissimo, secco e tagliente: un livido veleno da bere alla goccia, una pozione letale e per la quale non esiste antidoto efficace. Non ricordo precisamente chi o cosa li gettò sui miei passi, né come arrivai all’interesse per un viaggio all’inferno con biglietto di sola andata.
Ricordo però bene come il moniker della band mi si sia inchiodato immediatamente nel cervello, e non solo: la descrizione del loro sound e della loro seminalità mi ammaliava.
Così, nel pieno del mio periodo di scoperta ed esplorazione del metal, l’assillo di poter trovare qualcosa dei Venom comincia a tormentarmi.
Ma è una ricerca difficile, spesso e volentieri inconcludente: non è affatto semplice trovare qualcosa dei Venom, anche quando le tasche non languono.

L’amicizia con David nei corridoi del Liceo mi verrà in soccorso e rapidamente Black Metal, secondo album dei nostri, si aggiunge alla lista di dischi che mi avrebbe copiato su nastro.
Un titolo, un programma: eppure per il momento la frase «il titolo dell’album ha finito per dare il nome a un’intera scena; è per questo motivo che molti indicano questo lavoro come il masterpiece assoluto della band» [1] mi suonava misteriosa.

Dopo una settimana circa, arriva il nastro generosamente promesso da David e a casa viene scoperchiato lo scrigno del male: mentre le bobine iniziano a compiere i primi giri, un suono acuto, violento e assordante, invade camera. [2]
È l’introduzione della title-track e, in pochi secondi, un marasma nero ed esplosivo si diffonde e si porta via il corpo e l’anima per precipitarmi in un abisso infernale che durerà almeno fino al termine del nastro.
La follia di questo primo incontro con l’inferno e con le sue legioni metalliche è segnato dal mitico ritornello «Lay down your sould to the gods rock’n’roll».[3]

Corre l’anno 1982 quando i Venom se ne escono con questo disco e con questo brano. Per la loro musica non esiste una classificazione che vada al di là di un generico heavy metal, una realtà già in via di affermazione in Inghilterra.
Ai nostri quel termine però non basta, sta stretto, è troppo poco e battezzano loro stessi il proprio stile così: «Our music is Power Metal, Venom Metal, Black Metal, not Heavy Metal ‘cos that’s for the chicks».[4] 

I Venom spingono il tempo al limite, pompano il volume al massimo, distorcono oltre il tollerabile, declamano versi truculenti, ancestrali e apertamente satanici.
Insomma, esagerano.
Fanno di tutto per essere più estremi, più cattivi, più violenti e più maligni di quanto non lo fossero altri gruppi in circolazione: diventano il parto demoniaco dell’heavy metal, si muovono in un’area musicale che è ancora terra di nessuno.
Le loro photo session e l’artwork che ha accompagnato i lavori fino ad allora sono satanismo e paganesimo spicciolo sbattuto in faccia a tutti, ma soprattutto agli inglesi benpensanti che avevano da tempi non sospetti iniziato le loro personali crociate contro questo genere di cose. 

Beninteso, si tratta di un gioco, ma un gioco preso dai Venom dannatamente sul serio e col fine di aprire una breccia nel mondo del metal di allora: così borchie, cuoio, catene e immagini mostruose non bastano più, anche la musica deve spingersi oltre assumendo i ritmi serrati dell’hardcore/punk, approfondendo l’oscurità e la pesantezza dell’hard rock e dell’heavy metal. 
Il tutto è reso ancor più bestiale, sporco e brutale dalla scarsa confidenza che Cronos (basso e voce), Mantas (chitarra) e Abaddon (batteria) hanno con i propri strumenti.

Le prime due pietre (nere) miliari partorite dal trio di Newcastle, Welcome to Hell e il già citato Black Metal, sono raccolte per sommi capi nel primo disco dell’antologia In League with Satan del 2002.
Quando trovai il doppio CD sugli scaffali del mio negozio di fiducia non me lo lasciai sfuggire, continuando il viaggio in quell’abisso infernale dove mi aveva portato il nastro del mio amico David.
Inutile – si tratta in fondo di un best of – snocciolare i titoli salienti di questa prima, pionieristica, irrinunciabile e seminale parte di carriera, ben condensata in questo prodotto che per lungo tempo non ha abbandonato il mio fedele lettore CD portatile.

Vi basti sapere che, come un arcano e tremendo sortilegio, quella musica si impossessò della mia anima e da allora cominciò un viaggio che prosegue tutt’ora nei territori più integerrimi e oltranzisti del metal.
Pur non potendo sperimentare direttamente cosa abbia rappresentato negli anni ’80 la comparsa di un gruppo come i Venom, la loro incursione improvvisa e a gamba tesa nella mie esperienza è stata altrettanto sconvolgente.
La musica dei nostri mi ha portato per la prima volta a contatto con un mondo primigenio e ancestrale, facendomi vagare tra scenari tetri e macabri in cui le orde del male marciano assieme a quelle di Satana, strette in una terrificante lega.
Attraverso loro ho sperimentato la perversione di Sodoma, ho baciato la mano alla contessa Bathory, ho viaggiato all’inferno e visto il paradiso consumarsi in un rogo senza possibilità di salvezza, ho preso parte all’ora delle streghe, ho preparato pozioni letali e conosciuto la brama di sangue.

In una sentenza, sono tornato alle radici dell’animalità e delle paure umane, il tutto senza abbrutirmi ma semplicemente lasciandomi ammaliare dalla musica, una musica così violenta e viscerale da non sembrare di questo mondo.
Eppure si tratta di un sound tremendamente e profondamente umano, di un umanità istintuale e impulsiva che troppo spesso la musica ha preferito mettere da parte per privilegiare altri aspetti (non meno umani, ad ogni modo).

Si ha a volte l’idea che la musica possa e debba esprimere solo grazia, bellezza, armonia: alti e nobili sentimenti, grandi ideali, e in generale tutto ciò che ricorda il lato migliore dell’essere umano; come se non fossero parte della nostra natura anche gli istinti, le pulsioni più basse e libidinose, l’inconscio, la perversione e tutta una serie di aspetti tutt’altro che ameni.
Questo è ciò che rappresenta la musica dei Venom, questa è l’eredità che hanno lasciato al mondo della musica e, tra gli altri, anche a me.

doc. NEMO

 

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[1] Venom, in Metallus. Il libro dell’heavy metal, a cura di Luca Signorelli e della redazione di www.metallus.it, Giunti, Firenze, 2001, p. 185.
La scena black metal invero non è stata la sola a ricevere l’influenza della musica dei Venom e potremmo aggiungere alla lista anche thrash metal e death metal. Particolare però che siano stati i blacksters – influenzati, sì, ma lontani anni luce dal sound dei nostri – a battezzare il proprio stile con il titolo del secondo lavoro dei Venom. 

[2] La mia mente ha fantasticato a lungo su quale avrebbe potuto essere l’origine di un tale rumore.
Conferme certe non ne ho mai avute né trovate, ma si vocifera che si tratti di una sega elettrica che sta tagliando una lastra di metallo. Ciò confermerebbe in pieno la totale dedizione dei Venom alle follie del rumore.

[3] Traduzione: «prostrate le vostre anime al rock’n’roll degli dei».

[4] Citato da Dave Ling, in In League with Satan, CD booklet, Sanctuary Records/Castle Music, 2002, pagina unica. Traduzione: «La nostra musica è Power Metal, Venom Metal, Black Metal, non Heavy Metal perchè quella è roba da signorine».
In altre parole, musica potente e nera, dal fascino macabro e senza compromessi; il termine black metal fino ad allora neanche esisteva, ma avrebbe presto – come detto – suggestionato e ispirato numerosi musicisti.

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