Percorsi biografico-musicali: U come… Uriah Heep

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Va bene, questo percorso mi è definitivamente sfuggito di mano o quasi, e per l’appunto mentre si avvia alla conclusione. Comunque sia, senza indugio, provo a riprendervi per mano e a condurvi, se lo vorrete, fino alla sua conclusione.
Tanto per cambiare, anche stavolta vedremo mutare decisamente il paesaggio e il periodo, sempre correndo su quella che è sempre stata la direttrice principale di questo viaggio nella mia formazione musicale: quella USA – UK. Dai cupi e marginali sobborghi californiani di inizio millennio torniamo così alla cara vecchia Inghilterra, culla dell’hard rock anni ’70.
Si tratta dell’ennesimo gruppo che ho scoperto grazie alla collezione paterna, ma che – come vedrete – forse è in qualche modo un po’ più “mio” rispetto agli altri cui sono stato in qualche modo introdotto. Leggendo capirete meglio cosa intendo.

U come… URIAH HEEP

Vi consiglio: Uriah Heep, Live
Tracklist: Sweet Lorraine / Gypsy / Easy Livin’ / Look at Yourself / Sunrise / July Morning / Traveller in Time / Tears in My Eyes
Etichetta: D.V. More Record
Anno: 1995 (riedizione ridotta dell’originale della Bronze Records, 1973)

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In un giorno come un altro, ti capita di frugare tra i dischi di babbo nel salotto. Vi siete trasferiti da poco, la casa nuova è ancora territorio straniero e hai un bisogno disperato di qualcosa che ti aiuti a svagarti per poco più di una mezz’oretta. Hai già saccheggiato diversa musica dal repertorio del tuo vecchio, ma stavolta c’è qualcosa di diverso: per l’appunto, cerchi qualcosa di nuovo, forse per la prima volta non stai frugando in cerca della copia originale di un disco che magari hai ascoltato su musicassetta nell’autoradio.

Per una volta vuoi provare il brivido di avventurati in solitaria tra la collezione di dischi ottici di casa e così, in un salotto ancora tutto scatoloni, speri di trovare qualcosa che possibilmente suoni bene come quella musica che si ascolta in macchina, che possa in qualche modo portarti in una dimensione diversa da quella attuale che ancora fai fatica a inquadrare.
L’aver mosso i primi passi nella musica a te contemporanea è ancora lungi dal trasformarti in un esploratore di quei nuovi territori: le tue sicurezze, le tue preferenze risiedono ancora nel retroterra creato dagli ascolti ereditati dal padre.

Così, a un tratto, ti capita per le mani un disco dalla copertina estremamente semplice in cui figurano cinque tipi – dai capelli visibilmente lunghi – mentre suonano dal vivo. Dalle pose e dalle espressioni si direbbe che stiano facendo un discreto macello e ti incuriosisce quel nome strano, Uriah Heep, che suona (nella tua sgangherata e sbagliata pronuncia) quasi come un grido di battaglia.
Ti allontani dal salotto e muovi passi decisi verso una stanza che dovrebbe essere la tua, ma che ancora non può essere definita tale.

Accampato alla meno peggio,[1] hai tuttavia pensato bene di montare almeno il tuo piccolo impianto personale. Sul piatto, il Live di questi Uriah Heep.
Pochi secondi di boato del pubblico.
Colpo su cassa e rullante. 
Qualcosa che sembra una chitarra – ma che, scoprirai dopo, è in realtà un Hammond – emette dei fischi squillanti e dannatamente ficcanti, disegnando una trama semplice quanto azzeccata sulla base musicale. 
È l’attacco di Sweet Lorraine e tu, completamente scatenato, ti sei già lasciato andare a gesti e movenze convulse in mezzo alla camera.

  

Uriah Heep, si scopre a volte troppo tardi con cosa si ha avuto a che fare da ragazzini. Il nucleo originale del gruppo, orbitante intorno al chitarrista Mick Box e al vocalist David Byron, era nato nell’Inghilterra di fine anni ’60, vera e propria fucina di gruppi destinati a segnare in maniera indelebile la storia del rock.
Il loro nome viene scelto pensando a un personaggio presente nel David Copperfield di Charles Dickens: è il 1969, centenario della morte dell’autore, tutti ne parlano e Gerry Bron – produttore e manager del giovane quartetto inglese fresco di contratto – si lascia ispirare dal clima della ricorrenza per lanciare la band.

L’ipocrita umiltà del personaggio dickensiano sembra riecheggiare anche nel titolo dell’LP di esordio del gruppo, Very ‘Eavy…Very ‘Umble (1970). Gli Uriah Heep cercano di sbozzare un sound personale, lontano dagli schemi del rock: ne risulterà uno stile potente, ma molto incline al melodico e dal gusto progressive, che troverà la propria consacrazione nei lavori successivi.
La mano di Ken Hensley, tastierista, sarà la vera guida verso l’evoluzione della band, grazie soprattutto al suo gusto compositivo e al suo magico tocco sui tasti che favoriscono la creazione di straordinarie amalgame sonore, impensabili per i tempi e che pure vennero snobbate dalla critica musicale.

Hensley, Box e Byron diventano in breve tempo l’anima del gruppo e l’affinarsi della loro intesa produce frutti sempre più maturi e apprezzabili, corroborati dal duo ritmico composto dal batterista Lee Kerslake e dal bassista Gary Thain.
L’apice verrà con ogni probabilità toccato con Demons and Wizard, 1972, primo grande successo di vendite e senza dubbio una delle pietre miliari dell’hard rock degli anni ’70.[2]

La fotografia più fedele della personalità del sound raggiunta dagli Uriah Heep e, più in generale, della loro parabola ascendente è offerta per l’appunto dal doppio live album del 1973. Un doppio live album, già: dovetti scoprire che il CD del babbo era una riedizione ridotta pubblicata dalla D.V. More Record, etichetta milanese specializzata in questo genere di prodotti che rilascerà in buon numero nel corso degli anni ’90. Un’estrazione limitata, nel caso del Live degli Uriah Heep, a otto brani, ma per fortuna otto brani salienti e inconfondibili, classici intramontabili del complesso inglese.

Eccoti lì, dunque, che agiti il capo forsennato al ritmo della opening track del disco. Il meglio, al solito, deve ancora venire, ma tu ancora non lo sai. Già i tuoi occhi hanno scorso il prossimo titolo, Gypsy, e sono letteralmente sbarrati alla lettura della sua durata: tredici minuti e mezzo. Probabilmente non hai mai ascoltato un brano rock così lungo in vita tua.
Coda del primo brano, gran finale con rullata, segue boato.
Pochi secondi e attacca il secondo, qualcosa di pesantissimo: le tastiere di Hensley restituiscono una trama semplice, decisa e accattivante, la chitarra segue la scia e la batteria ne sottolinea i passaggi con accenti decisamente heavy.

In poco più di un minuto il pezzo deflagra in un energico turbinare di suoni rock che lascia presto il posto a un andamento cadenzato, maestoso e ossessivo. Due strofe di cantato e poi si parte alla deriva, persi in una ragnatela di suoni in cui primeggia un caleidoscopio di arrangiamenti stranianti delle tastiere e una decisa presenza ritmica di cui è protagonista il basso, capace di inventare e variare sul tema del  giro di base, rendendo il suono ancora più pieno.

Restano poi solo i suoni più stridenti di Hensley, il viaggio diventa acido, psichedelico, stralunato: dal suo tocco sui tasti sembrano partire avvolgenti liane elettriche che si estendono conquistando palmo a palmo il vuoto che pare essersi creato intorno alle tastiere. Un’estensione capillare, un’atmosfera sospesa che ispira la fantasia, una cascata di emozioni che ti attraversa.
Micidiale.
Progressivamente il resto del gruppo rientra ad accompagnare il delirio che si protrae e dilata in altre alchimie sonore fino al ritorno al tema principale.
Segue assolo di batteria di Kerslake e altro gran finale.

Non ci hai capito granché, ma lasci proseguire il disco nella più catchy e breve Easy Livin’, uno dei brani che hanno consegnato gli Uriah Heep alla storia del rock grazie anche al suo giro, al suo andamento coinvolgente e all’equilibrio tra gusto melodico e potenza sonora.
La formula conosce numerosi altri picchi in episodi come Sunrise, Tears in My Eyes, Traveller in Time e Look at Yourself, ma diventa veramente sublime in un pezzo come July Morning: il tema delle tastiere pare evocare l’albeggiare e la sua progressiva diffusione, l’ingresso del resto degli strumenti pare coincidere con l’esplosione della luce solare, esaltata dal rincorrersi tra solo di chitarra e di basso.

Poi la quiete e la pace di un mattino di giugno, caldo e discreto, vengono descritte e modulate dalla splendida voce di Byron. Lo sviluppo del brano esalta ancora una volta i solismi di tastiera, chitarra e basso, un accavallarsi continuo, suadente ed esaltante fino al termine della canzone, quando il tripudio musicale si ricollega – non si sa come – al tema principale.
Non te ne sei accorto ma, silente e avvolgente, il rapimento è durato più di undici minuti: il mattino, sublimato e impressionato nella musica degli Uriah Heep, ha raggiunto il suo culmine.

La domanda sorge spontanea, ha davvero capito e colto tutto questo al suo primo e inesperto ascolto? Ovviamente no, ai tuoi ricordi si aggiungono oggi le impressioni più mature che sono venute nel tempo, dopo ripetuti ascolti. Hai trovato però in quel pomeriggio quasi un’ora di musica nuova, un’altra dimensione del rock che ha lasciato una traccia, segando un altro momento del tuo romanzo di formazione musicale, un momento in cui nel solco della musica paterna hai scelto e scoperto da solo per la prima volta.

Allora forse non hai colto tutte le caratteristiche del sound degli Uriah Heep, ma il rapimento è stato forse ancora più totale perché ancora più inconsapevole di oggi: gli Uriah Heep probabilmente non saranno tra i primi nomi che vengono in mente quando si enumerano i grandi dell’hard rock britannico, ma per te restano ancora oggi una band ineguagliabile tanto che da allora quel live non ha più abbandonato la tua collezione di dischi.

doc. NEMO

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[1] Per intenderci, la stanza era ancora da imbiancare, la struttura del letto si era rivelata alquanto cedevole e si reggeva su elementi portanti di fortuna, il comodino era un pouf (un bidone di latta) del Liquore Strega.

[2] Ricordo che una volta discussi a lungo con un mio amico che ebbe a sostenere che gli Uriah Heep fossero un gruppo tutto sommato di poco conto in quanto sostanzialmente simili ai Deep Purple, che li avrebbero di fatto resi superflui (sic). Non starò a commentare la sentenza, vi invito ad andare a confrontare i due sound e a farmi sapere se Uriah Heep e Deep Purple suonino nello stesso modo.

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