Percorsi biografico-musicali: E come… Eminem

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Per la prossima lettera possiamo restare negli U.S.A. Ma lasciamo Boston e il Massachusetts per andarcene su un altro scenario non solo geografico ma anche musicale. Detroit, Michigan, sobborghi industriali e hip hop sono al centro della nuova nota biografico – musicale.
Credo che la scelta farà discutere. Forse perché a far discutere è il personaggio stesso. O forse perché il genere non è particolarmente apprezzato dagli ascoltatori di musica rock. O per ambedue i motivi. Ma la mia formazione passa anche da qui.

E come… EMINEM

Vi consiglio: Eminem, The Marshall Mathers LP
Tracklist: Public Service Announcement 2000 / Kill You / Stan / Paul (skit) / Who Knew / Steve Berman / The Way I Am / The Real Slim Shady / Remember Me? / I’m Back / Marshall Mathers / Ken Kaniff (skit) / Drug Ballad / Amityville / Bitch Please II / Kim / Under the Influence / Criminal
Etichetta: Aftermath Entertainment / Interscope Records
Anno: 2000

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Non è semplice spiegare come in mezzo alla mia formazione musicale ci sia anche l’hip hop. Chi è abituato a conoscermi come un patito del sound hard’n’heavy, se ne stupisce ancora e non poco. Eppure, tra i vari mostri sacri del rock, la musica d’autore italiana e i gruppi della mia generazione, a un certo punto eccoti spuntare un lungo periodo da patito della musica rap/hip hop. [1] Sul finire degli anni ’90, qualcuno di voi forse lo ricorderà, stavano salendo alla ribalta i nostrani Articolo 31 – che senza dubbio hanno giocato un ruolo non indifferente in tutto questo. Ma, sempre in quel periodo, emergeva un artista controverso e talentuoso, destinato a lasciare un segno indelebile nella scena musicale e nella mia biografia: Eminem.

Marshall Bruce Mathers III, in arte Eminem (a.k.a. Slim Shady), nasce nel 1972. Vive un’esperienza biografica travagliata e complessa, segnata dall’abbandono da parte del padre, dai continui litigi con la madre e da una devastante esperienza scolastica. Giovanissimo si appassiona di musica rap e pubblica il suo primo EP nel 1996. I problemi con la moglie Kim e un tentativo di suicidio segnano il flop di questa prima esperienza musicale; ma superate le crisi Eminem incide una nuova demo che finisce nelle mani del produttore Dr. Dre, che decide di scommetterci sopra. Nel 1999 esce così The Slim Shady LP, trampolino di lancio di una carriera stratosferica.

Ricordo distintamente che incrociai per la prima volta il rapper bianco su MTV: era il 2000 e veniva passato il video del suo oramai immortale singolo, The Real Slim Shady. La clip era condita di humor e sarcasmo pesanti, con annessi colpi bassi alla scena pop di quel periodo (particolarmente Britney Spears e Christina Aguilera), e ambientata in un manicomio. Refrain accattivante, base ritmica semplice e azzeccata, una metrica al vetriolo e il piatto è servito. Semplice e schietto come dev’essere. Amore a primo impatto uditivo.

Fu un anno pazzesco quello per Eminem: tre singoli incredibili (The Real Slim Shady, The Way I Am e Stan con l’importante collaborazione di Dido), scalata delle classifiche, critica musicale divisa tra l’acclamazione e la demolizione, inchieste e interviste su diverse reti televisive. Credo che Eminem sia stato il primo “spauracchio” del XXI secolo: tutti i benpensanti (americani e non) hanno gridato allo scandalo, i genitori di tutto il mondo occidentale hanno temuto che potesse influenzare i loro figli, la demonizzazione e la stigmatizzazione di chiunque si dichiarasse appassionato alla sua musica era all’ordine del giorno.

Come dimenticare? Ero un ragazzino appena entrato al liceo e avevo addosso quasi un marchio d’infamia. Mia madre e mio padre si preoccupavano, la mia professoressa d’inglese non perdeva occasione per bacchettarmi, chiedendomi se almeno avessi idea delle sconcerie che il rapper proferiva; buona parte dei miei compagni e delle mie compagne di scuola mi guardavano storto.
E io? Io nel pieno del fuoco della ribellione adolescenziale non trovavo altro che benzina in tutto questo. Ed Eminem divenne per me una vera e propria icona. La mia camera era tappezzata di citazioni tratte dalle sue canzoni che avevo letteralmente divorato, sempre in cerca di frasi e concetti scorretti e provocatori. Passavo buona parte del tempo a studiarne la metrica e l’attitudine cercando di travasarle nei miei pessimi e timidi tentativi di rappare in freestyle.

Appena ebbi i soldi comprai The Marshall Mathers LP, cui ero stato introdotto dai tre suddetti singoli, quindi The Slim Shady LP (contenente i mitici singoli My Name Is e Guilty Conscience), e infine acquistai il suo libro Angry Blonde uscito per la Mondadori nel 2001, che raccoglieva un po’ di autobiografia, testi e traduzioni. Di quest’ultimo ritengo fondamentale la premessa firmata da Jonathan Shecter per riassumere cosa rappresentino veramente la figura e la musica di Eminem: «Una combinazione di idee brillanti, caustico senso dell’umorismo e insalubre odio di sé: quello che Em veicola è una valore vero di entertainment. […] Molti lo vedono come un comico, ed è di certo vero che ha un’abilità tempistica da talento comico: ma in realtà sono la padronanza ritmica e linguistica a metterlo su un livello tutto suo». [2]

Eminem arriva a The Marshall Mathers LP sulla scia dell’inaspettato successo dei singoli estratti dal precedente lavoro. Inizia adesso la sua maturazione artistica e musicale, sotto la guida di Dr. Dre. Lo stesso rapper bianco sottolinea l’importanza capitale di questo evento: «Ho sinceramente imparato così tanto da Dre, perché il perfezionismo del suo modo di lavorare è maniacale. Facendomi il culo con il più grande produttore di hip-hop, sono stato costretto a essere al top. […] Ero arrivato al punto che non mi preoccupavo di rappare e recitare le rime, mi preoccupavo di più per la pronuncia, mi preoccupavo di riuscire a dire le strofe con autorevolezza o, quando era necessario, in maniera delicata. […] Ho imparato a giocare con la voce. Ho imparato a farci cose che neanche immaginavo si potessero fare». [3]

Nel mentre la critica musicale e la gente avevano appena scoperto quello che, a loro avviso, non era altro che un mostro. Lo stesso Eminem ha tentato a più riprese di spiegare quanto le sue rime fossero in realtà “sovranalizzate” quando, di fatto, non erano altro che strofe umoristiche, satiriche, rabbiose eccetera, ma in fondo nient’altro che strofe. Ho sempre pensato che Eminem abbia rappresentato, di fatto, la coscienza sporca dell’America: l’esagerato scandalo che si destava intorno ai suoi testi mi sembrava (almeno in parte) una buona maschera per coprire il perbenismo della società americana del tempo.
Quell’amena land of the free dove tutti sono uguali si scopriva ora piena di pregiudizi verso gli omosessuali, gli afroamericani e gli emarginati. Scopriva che esistevano party giovanili fatti di abusi di ogni tipo, dove le loro figlie non erano poi queste gran santarelline e i loro figli si scoprivano estremamente pervertiti. Scopriva un vasto universo borderline fatto di persone deluse, escluse e fottute dal sogno americano. Il tutto attraverso delle semplici rime dense di humor nero che venivano però analizzate eccessivamente, rendendo Eminem responsabile delle peggiori devianze sociali e giovanili.

E il nostro che fece? Ciò che sa fare meglio, letteralmente: rispondere per le rime. A partire dal video di The Real Slim Shady, dove in una fabbrica venivano prodotti in serie diversi ragazzi vestiti come lui, dalla tragica storia epistolare della follia emulatrice di Stan, nel testo di Who Knew [4], e nella summa costituita dalla traccia conclusiva, Criminal. Accanto a tutto questo c’è spazio per pezzi rabbiosi, drammatici e introspettivi come Kim, The Way I Am e Marshall Mathers, nonché per una serie di pezzi da novanta per il loro beat, per la loro metrica letale e per le loro rime come Drug Ballad, I’m Back, Bitch Please II (con la collaborazione di una squadra clamorosa composta da Dr. Dre, Snoop Dogg, Xzibit e Nate Dogg) e Under the Influence realizzata con i D-12.

Eminem e quest’album in particolare hanno segnato profondamente la mia adolescenza. Il suo personaggio, più o meno costruito, rispondeva perfettamente ai criteri di provocazione, di rottura, di denuncia, di strafottenza che più o meno consciamente ogni giovane va a ricercare. Forse qualcuno ricorderà ancora lo scandalo e il tam-tam mediatico che suscitò in Italia semplicemente comparendo come ospite al Festival di San Remo.
Certo, sarà stato ben pagato; ma ad oggi mi sembra che sia probabilmente l’unico che si sia potuto permettere di mandare letteralmente a fare in culo l’intero Ariston. E non credo proprio che fosse semplicemente parte del personaggio e dello show che doveva vendere: lo sguardo torvo, la lingua velenosa e sciolta come una frusta, una tecnica affilata come una lama, l’attitudine dicono il contrario.

 

C’era autenticità a pacchi in quel semplice dito medio tirato su. Penso sia anche per questo che tutto di quel personaggio mi abbia colpito allora come oggi. Pochi personaggi nel mainstream sono infatti riusciti a imporsi senza lasciare che le logiche di vendita e di mercato annullassero del tutto la loro personalità e il proprio vissuto. Eminem ha portato sotto i riflettori diversa merda, spesso montandola oltre la realtà, spesso per quello che semplicemente era, spesso solo per gioco e per esorcismo personale. Ma sempre con la stessa classe, lo stesso stile e le stesse capacità artistiche. In culo a tutti.

 

doc. NEMO
@twitTagli

 


[1] Il perché risulta ad oggi strano e difficile da spiegare pure a me, anche se penso di aver avuto una prima infatuazione guardando il film Sister Act 2. Non so se lo ricordate, ma nel cast di quella pellicola figura una certa Lauren Hill (frontgirl dei mitici Fugees) che sta peraltro in classe con due ragazzi che fanno appunto rap. Penso che buona parte dell’immaginario hip hop (i murales, la crew, la cadenza, gli scratch dei dj, la metrica, i passi di danza) mi abbia investito lì.

[2] Jonathan Shecter, Premessa a Eminem, Angry Blonde, Mondadori, Milano, 2001, p. XI.

[3] Eminem, Angry Blonde cit., p. 2.

[4] Trovo particolarmente geniali le rime finali: «Wasn’t me, Slim Shady said to do it again!/Damn! How much damage can you do with a pen?/ Man, I’m just fucked up as you woulda been/If you woulda been in my shoes, who woulda thought/Slim Shady would be somethin’ that you woulda bought/That woulda made you get a gun and shoot at a cop/I just said it – I ain’t know if you’d do it or not» (Non è colpa mia, Slim Shady mi ha detto di farlo di nuovo/Cazzo, quanti danni si possono fare con una penna?/Bello, io sono tanto incazzato quanto lo saresti tu/Se tu fossi nei miei panni che penseresti?/Che Slim Shady sarebbe qualcosa che vorresti comprare/Che ti spinge a prendere un pistola e uccidere uno sbirro/Io l’ho semplicemente detto, non so poi se lo faresti davvero o no).

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