Percorsi biografico-musicali: B come Beatles

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Prosegue questa piccola odissea attraverso la mia formazione musicale. La lettera B era stata scritta sul finire di febbraio e conteneva una piccola postilla. In poche parole avevo dedicato questo piccolo esercizio di stile a Niccolò, mio grande, inestimabile amico e compagno d’avventure musicali da oramai quasi 10 anni. In quel periodo si era recato a Londra, da bravo anglofilo, e avrebbe dovuto farmi il piacere di portare un omaggio in un luogo – simbolo della storia del rock che si trova, guarda un po’, proprio nella capitale britannica. Ma vi ho già detto troppo. Buona lettura e buona musica.

B come… BEATLES

Vi consiglio: The Beatles, Abbey Road
Tracklist: Come Together / Something / Maxwell’s Silver Hammer / Oh! Darling / Octopus’s Garden / I Want You (She’s so Heavy) / Here Comes the Sun / Because / You Never Give me Your Money / Sun King / Mean Mr. Mustard / Polythene Pam / She Came in through the Bathroom Window / Golden Slumbers / Carry That Weight / The End / Her Majesty
Etichetta: EMI Records
Anno: 1969 (digitally remastered, 1987)

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Siamo alla B e direi che neanche stavolta c’è storia. Pur essendo vero che a questa lettera nella mia discografia figuri, tra gli altri, una band del calibro dei Black Sabbath, non posso in un percorso biografico-musicale non tributare il giusto riconoscimento ai Beatles.
La mia infanzia, da quando ne ho memoria, è pregna di nastri (eh sì, ancora musicassette) dei fab four, della loro grinta, della loro ricchezza stilistica, della loro personalità, della loro dolcezza, della loro orecchiabilità e dal loro coraggio sperimentale. In una parola, della rivoluzione musicale che porta le firme di John, Paul, George e Ringo.

Per me i Beatles sono significativi non solo a livello di storia della musica ma anche (e soprattutto) a livello biografico: i Beatles hanno scandito prima la maggior parte dei viaggi in macchina, quindi i miei tragitti casa-scuola-casa appena mi dotai di un walkman, i miei pomeriggi solitari, le mie passeggiate. Hanno nutrito e smosso il mio giovane apparato sensoriale, hanno sviluppato la mia passione e la mia ispirazione, hanno fatto da colonna sonora a diversi momenti (belli e brutti) della mia vita. In una parola, mi hanno salvato l’esistenza. In ex aequo con gli Iron Maiden, ma questa è sempre un’altra storia (la I è lontana…).

Come per gli AC/DC, mi pare inutile raccontare a chi legge chi siano i Beatles.[1] Dunque direi di proseguire sull’ozioso e non richiesto excursus biografico: Abbey Road è stato senz’ombra di dubbio il nastro più suonato e cantato dentro e fuori dalle vecchie Ford Escort e Mondeo. Provate a immaginare un bambino di 5-6 anni, senza neanche i rudimenti dell’inglese, che cerca di riprodurre il più fedelmente possibile i testi di quel capolavoro. Spero che i fab four me l’abbiano perdonata. E non solo per i testi sgangherati, ma anche per l’intonazione.
Tuttavia, io e la mia sorella Lara ce ne battavamo altamente e ci facevamo trasportare. Non avevamo la minima idea di chi o cosa stessimo ascoltando, ma era un capolavoro, per noi. Solo ora, a fronte di una certa maturazione, mi sento di confermare: Abbey Road è un capolavoro e basta.

Voi pensateci. Era il 1969 e questo fu l’ultimo album in studio dei Beatles.[2] Anni difficili quelli, nel pieno delle contestazioni e dei movimenti giovanili e studenteschi, in prossimità dell’esplodere della grande stagione hard rock degli anni ’70. I Beatles confermarono con questo lavoro di essere un gruppo pionieristico, antesignano, disponibile ad accostare al repertorio spendibile e commerciale un attitudine personalissima, una propria impronta che definirei senza esitazioni originale.
Altro che band sopravvalutata e capace di aprire la strada a niente di più che al pop rock! I quattro ragazzi di Liverpool dimostrano con Abbey Road (ma già lo avevano fatto nelle precedenti produzioni) di essere un gruppo determinante per tanti generi a venire, tra cui il nascente hard rock, il progressive rock e la psichedelia. [3]

Maturità completa, ecco le due parole con cui mi sento di riassumere questo lavoro dei Beatles. Accanto a brani dall’appeal popolare e di sicuro impatto mediatico come Something, Octopus’s Garden (tra le mie preferite di sempre), Here Comes the Sun e il noto singolo Come Together, troviamo una sequela di composizioni coraggiose o di arrangiamenti particolari. Potremmo citare ad esempio i contenuti provocatori e le allusioni della citata Come Together, che nasce a supporto della campagna di Leary contro Reagan, [4] oppure dell’uso di una vera incudine come percussione nel brano Maxwell’s Silver Hammer (peraltro a sua volta molto orecchiabile e catchy), l’arrangiamento armonico di Because che nasce (pensa un po’) da niente meno che Beethoven, o infine l’interpretazione vocale tutt’altro che melodica di Paul in Oh! Darling.

Un altro pezzo capitale, uno dei più sottovalutati di sempre, è secondo me I Want You (She’s so Heavy): un testo essenziale che si ripete, una struttura relativamente semplice anch’essa ripetuta in una sorta di rock blues acido e desolato, un tema principale che è in anticipo sulla stagione psychedelic rock (per non dire stoner) per il suo prolungarsi pesante e perpetuo per più della metà del pezzo fino al brusco cut al minuto 7:44. Un pezzo di quasi 8 minuti che utilizza la ripetitività per creare un senso appunto di pesantezza (come da titolo), di costrizione, un brano dove compare anche l’uso del sintetizzatore che egemonizzerà tutta la stagione rock del decennio successivo.
Altro che band pop rock easy listening!

Ma la cosa che tutti i critici musicali che hanno analizzato i Beatles hanno trovato straordinaria di Abbey Road è il lato B. Qui troviamo infatti un lunghissimo (e allora rivoluzionario) medley di pezzi[5] che parte da You Never Give me Your Money e prosegue fino alla brevissima The End. Le canzoni si inseguono e si saldano tra loro seguendo sviluppi tematici e cambi d’atmosfera imprevedibili, passando per la quieta Sun King, cui segue Mean Mr Mustard e il suo irresistibile groove, l’arrembante e proto-punk Polythene Pam (altro pezzo che ho amato da sempre), fino alla dolce Golden Slumbers e alla successiva Carry That Weight. Nota finale per la manciata di secondi di Her Majesty, pezzo ironico e divertente relegato al ruolo di traccia nascosta.
Il cosiddetto long medley era talmente innovativo come portata che trovò tra i suoi detrattori lo stesso John, che infatti apprezzava di Abbey Road solo il lato A. Chissà se si ricrederebbe oggi.

Ne è passato di tempo da quando canticchiavo questo nastro dai sedili posteriori della macchina del babbo. Da quando alle medie passavo gli intervalli per i cazzi miei su un banco a snocciolare il vastissimo repertorio dei Beatles. La mia passione per la musica e la mia vita avrebbero avuto tutta un’altra sostanza se non fosse stato per quei quattro ragazzi di Liverpool. Anche quando, per un periodo abbastanza lungo, mi sono barricato nell’intransigenza tipica del metallaro, non ho mai dimenticato i fab four e il loro ruolo di primo piano nella mia formazione. L’appassionato di musica, il musicista (e il recensore?) che sono arrivato a essere non sarebbero gli stessi senza i Beatles. La mia stessa vita avrebbe colori e toni diversi se ogni tanto non mi ripassassero sotto mano alcuni dei loro dischi. Arrivati a questo punto penso sia del tutto superfluo dirvi da che parte mi troverete nell’annosa sfida tra Beatles e Rolling Stones…

doc. NEMO
@twitTagli 


[1] Anche perché se non lo sapete non potete chiamarvi a buon diritto appassionati di musica – perdonate la franchezza e il tono lievemente intollerante della mia sentenza. Non me ne frega nulla se il rock vi piace oppure no, non me ne frega nulla se siete puristi della classica o del black metal più intransigente: ignorare chi siano i Beatles è una cosa per me inammissibile. Già chi, sostenendo una conversazione con me, dichiari di non apprezzarli, perde seduta stante una caterva di punti. Se poi invece mi viene detto: «I Beatles? Mai sentiti…» allora è segno che questa discussione non s’ha da fare. E non importa se l’argomento della discussione era l’alta incidenza di infortuni sul posto di lavoro negli uffici pubblici danesi: la discussione non s’ha da fare.

[2] Il successivo Let It Be contiene materiale composto tra la fine 1968 e l’inizio dell’anno seguente. Inoltre è stato in gran parte registrato dal vivo.

[3] Personalmente non ho mai potuto soffrire la miopia di chi sostiene che i Beatles siano un gruppo sopravvalutato. Al di là del mio gusto personale e soggettivo, va riconosciuto questo merito ai fab four. Ora, sarà anche vero che il botto lo hanno fatto con pezzi commerciali, easy listening (per non dire addirittura banali), ma resta il fatto che, guardando tanto agli LP quanto ai singoli, i Beatles hanno un immenso repertorio di b-sides da fare invidia. Non c’è cazzi, anche la loro attitudine va ben al di là dell’immagine da bravi ragazzi che gli era stata ritagliata addosso. Una bella testimonianza in questo senso l’ha data Ian “Lemmy” Kilmister dei Motörhead nella sua autobiografia (vedi Lemmy Kilmister e Janiss Garza, La sottile linea bianca. Autobiografia, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2004, pp. 35-37).

[4] In quel periodo Ronald Reagan correva per il posto di Governatore in California e Leary, scrittore e psicologo anticonformista molto apprezzato dalla controcultura underground, sosteneva una campagna contro la candidatura del repubblicano.

[5] Da piccolo non potevo evidentemente sapere che si trattasse di un medley. Per me, ad esempio, Mean Mr Mustard e Polythene Pam erano la stessa canzone come anche Golden Slumbers e Carry That Weight; però intuivo che da un certo punto in poi vi fossero delle congiunzioni continue e il tentativo di creare un’atmosfera unitaria. La riproduzione della musicassetta aiutava molto in questo senso. Scoprire del long medley in tempi più recenti, allorché potei spezzettare l’ascolto del CD traccia per traccia, mi ha portato a confermare la mia idea: i Beatles sono stati rivoluzionari, alla faccia dei detrattori! Nessuno a fine anni ’60 avrebbe mai concepito un’idea simile. Ripeto ancora una volta che chi banalizza i Beatles a band pop rock britannica compie un’ingiustificata e miope semplificazione.

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