Netflix è il Roger Corman del nuovo millennio: viva la fantascienza, ma con stile

Ultimamente, tra noi consumatori seriali di cultura pop, va un po’ di moda parlare male di Netflix e della sua programmazione.
Un motivo ricorrente sembra essere l’impressione che la qualità generale dell’offerta del colosso di streaming americano sia scesa, rispetto a un periodo d’oro caratterizzato soprattutto da serie televisive originali di riconosciuto valore produttivo: da House of Cards alla prima stagione di Daredevil, dal boom di Narcos a Sense8, Orange Is The New Black, 13 Reasons Why, fino ai più recenti, clamorosi successi di Stranger Things e The Crown, Netflix si poneva come principale competitor ai canali televisivi tradizionali, con un’offerta diversificata che toccava una varietà di generi, formati e modelli.

Nella fase di “espansione territoriale” di Netflix partita in autunno 2015, che ha portato avanti lo sviluppo di prodotti originali extra-americani compresi il nostro Suburra, il francese Marseille e il tedesco Dark, la consistente qualità generalizzata dell’offerta ha cominciato a scricchiolare un po’.
I motivi sono probabilmente tanti, e comunque troppi per essere elencati: a mio parere c’entrano varie cose, tra cui gli evidenti tagli apportati ai budget di produzione delle serie più costose: gli show supereroistici, ad esempio, hanno drammaticamente ridotto i set, gli stunt e le sequenze d’azione, e si sono evoluti in una specie di soap da cucina e tinello con gente in calzamaglia che parla per 50 minuti a episodio.

Parallelamente all’indebolimento della sua programmazione televisiva, Netflix ha però apportato un evidente cambiamento di rotta: ha deciso di investire pesantemente sull’acquisizione in esclusiva di lungometraggi originali.
Il primo esperimento era stato fatto con Cary Fukunaga e il suo Beasts of No Nation, che ha lentamente lanciato una campagna di massiccia presenza a mercati e festival internazionali e ha portato all’acquisizione di prodotti come Into the Inferno di Herzog, First They Killed My Father di Angelina Jolie, I don’t feel at home in this world anymore, The Meyerowitz Stories, Okja, Mudbound e una moltitudine di film di più o meno alto livello che hanno permesso alla piattaforma di mettere in piedi un vero e proprio catalogo di contenuti inediti ed esclusivi, che diventa ogni giorno più ricco e variegato.

Ora, io potrei passare il resto di queste righe a citare titoli e numeri come se non ci fosse un domani. Dio solo sa quanto sarebbe divertente da leggere.
Potrei addentrarmi ad esempio in una riflessione sul perché Netflix abbia scelto ed approvato un tale investimento, arrivando al punto di indebitarsi pesantemente per arrivare all’obiettivo di avere una nutrita selezione di “originals” da offrire al proprio pubblico.
Per inciso, la risposta è semplice: viviamo in un mondo in cui sempre più studi e colossi cinematografici stanno mettendo in piedi la loro personale piattaforma di streaming online: primo fra tutti la Disney, che nel 2019 lancerà la sua piattaforma e che può già vantare un catalogo pressoché illimitato di contenuti eccezionali, dai film Marvel ai classici Disney, dai cartoni animati alle saghe di Guerre Stellari e Indiana Jones.
Dall’anno prossimo, Disney si prepara a mangiare il mercato e affossare in maniera più o meno sleale la concorrenza, grazie anche alla recente acquisizione dell’intera Fox Studios.

Potrei scrivere ancora di economia del cinema e logiche di mercato, ma non prendiamoci in giro. Qui siamo tutti riuniti per parlare di astronavi e io non mi permetterei mai di deludere il mio pubblico.
Cosa può fare Netflix, di fronte a una situazione in cui i tuoi concorrenti si preparano a scendere in campo con le armi spianate nello stesso settore di cui è stata pioniere?
Semplicemente, può decidere di non farsi turbare dal debito crescente, triplicare gli investimenti su film e televisione e produrre contenuti originali a tutto spiano, con particolare attenzione verso proprietà intellettuali dall’alto potenziale cattura-target e verso generi che da altre parti andrebbero più o meno persi o dimenticati.

Uno su tutti? La fantascienza di medio-basso budget. Quella che si fa con 30-80 milioni e non un centesimo di più, perché altrimenti sei costretto a infilarci dentro un supereroe.
Potrà piacere o non piacere, ma la verità è che in questo momento Netflix è il principale incubatore di contenuti di genere orientati alla fantascienza speculativa, ai nuovi talenti emergenti nel genere e soprattutto ai contenuti di medio budget, quei film che verrebbero inevitabilmente cannibalizzati se uscissero con una programmazione nelle sale, ma che trovano spazio, pubblico e dignità all’interno di un palinsesto proto-televisivo.

Come Roger Corman, il folle e illuminato produttore cinematografico che nella Hollywood degli anni ’70 produceva contenuti a basso costo guidati da talenti semi-esordienti e orientati sempre e comunque al genere e alla fantascienza in particolare, Netflix sta mettendo in pratica una strategia di valorizzazione di una nicchia di mercato che le permette di identificarsi e distinguersi come autentico “player” dell’Industria.
Per la prima volta da decenni a questa parte, uno Studio cinematografico non deve preoccuparsi strettamente solo del ritorno economico immediato di un prodotto, ma della sua capacità di orientare, guidare ed attirare nuovi pubblici.

La fetta di mercato attirata dai film dei fratelli Duplass non è certamente la stessa che correrà verso Netflix alla notizia dell’acquisizione del nuovo film di Adam Sandler: Netflix rincorre questa “diversificazione” di sensibilità e preferenze non solo in nome di un profitto immediato, ma con l’obiettivo preciso di posizionarsi come “depositaria di un catalogo” che non ha nulla da invidiare a Disney o HBO.
E qui arriviamo al bello.

C’è un motivo ricorrente dietro le recenti uscite targate Netflix, ed è un motivo fatto sostanzialmente di futuro distopico, astronavi, alieni, replicanti e tutta quella specie di cose per cui vale veramente la pena accendere la televisione ogni sera.
I tre più recenti esempi che mi saltano in mente sono The Cloverfield Paradox, Annientamento e Mute, prodotti che per motivi e storie diverse sono finiti nel catalogo Netflix semplicemente perché rappresentava il migliore posto possibile per la loro distribuzione.

Si tratta di film (soprattutto nel caso del primo e del terzo) discussi e non esattamente osannati dalla critica, ma non è questo il punto.
Il punto è che in questo momento Netflix è l’unico posto al mondo in cui ci si può permettere di raccontare storie di fantascienza originali e ambiziose, che non si fondano su proprietà intellettuali da centinaia di milioni di dollari ma più che altro sull’intuito produttivo di chi le ha selezionate e portate avanti, oltre che sul talento degli autori e registi che ne hanno curato la realizzazione: gente come Duncan Jones e Alex Garland, filmmaker tipicamente adorati dal pubblico dei festival ma spesso traumatizzati da poco edificanti esperienze di distribuzione cinematografica.
Netflix oggi può permettersi di affidare loro un progetto che in qualunque altro posto andrebbe in perdita nel 99% dei casi, semplicemente con l’obiettivo di attirare lo stesso pubblico che un paio di anni prima li applaudiva al Sundance.
E se questa non è una manovra degna di Roger Corman, non so cos’altro può esserlo.

La fantascienza è un genere che rischierà sempre di alienare (capito il gioco di parole? Fantascienza – alienare! Ah ah ah ah… Scusate) il pubblico e dividere la critica. È un ambito produttivo eternamente pericoloso e drammaticamente costoso, e anche i suoi esponenti maggiormente “economici” e indipendenti si posizionano statisticamente nella categoria morente del “medium budget”, il film dai costi compresi tra i 30 e gli 80 milioni.
A mio avviso, i meriti di Netflix e del suo crescente ruolo nel panorama cinematografico mondiale non vanno ricercati solo nei suoi prodotti “da copertina”: personalmente sono felice che esista ancora una finestra aperta sulle imprese un po’ spericolate alla Roger Corman, quelle che ci insegnano che le astronavi hanno un preciso ruolo sociale.
Se ancora vi state chiedendo quale sia, correte a comprarne una. Poi ne riparliamo. 

Davide Mela

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