Nell’Europa che vorrei: cronache dall’Estonia libera

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Il 23 giugno del 2009, nella Vabaduse väljak (conosciuta all’estero come Freedom Square) di Tallinn, un’enorme folla raccolta sul lastricato della piazza salutava con stupore l’inaugurazione di un monumento atteso da più di ottant’anni: la Colonna della Vittoria, dedicata ai caduti della guerra d’indipendenza del 1918-1920. Alla congiunzione della croce militare, posta sulla sommità della colonna, spiccava infatti una grande “E”: la E di Estonia, stilizzata però al punto da ricordare il simbolo della moneta unica europea. Era qualcosa più di un equivoco, a giudicare dalle tinte tragiche che hanno adombrato il teatro socio-politico estone durante il Novecento. Più di un equivoco, forse un segno del destino. In quel 2009, a quasi vent’anni dalla liberazione dal giogo comunista, il lieto fine concesso alla coscienza nazionale andava a braccetto, ironicamente, con i preparativi di un altro grande e temuto matrimonio, costruito in più punti sulla cessione di questa stessa sovranità celebrata in Freedom Square. Di lì a poco l’Euro avrebbe pensionato la Corona, mentre la crisi finanziaria dell’anno precedente aveva già fatto dimenticare la sbornia della ricostruzione post-sovietica e allontanato anche le scorie del cosiddetto “miracolo” estone, che consisteva nella riuscita conversione ad un sistema di libero mercato durante i primi anni Novanta. La nostra guida (giovane e “pallida, come noi che non vediamo troppo spesso il sole”) ci racconta di questo e di altri episodi, mentre cerchiamo riparo dal vento tagliente di questo aprile che sa ancora di inverno, sulle rive gelide del Baltico. “Appena ci siamo liberati dei russi, in Estonia abbiamo guardato ad Ovest. Agli Stati Uniti, ma sopratutto a Bruxelles, in primo luogo per una questione storica: avere un alleato come l’Unione Europea significa allontanare la minaccia di una nuova invasione. Quando hai un vicino come la Russia, anche se adesso un conflitto armato sembra impensabile, non puoi mai dire di essere al sicuro”.

Nessuna diffidenza, ma senso pratico. Dopo i secoli di occupazione da parte del Regno di Svezia, dell’Impero Russo e perfino dell’antica Polonia, in Estonia i pur esistenti idealismi devono fare i conti con la realtà dei fatti. Per una nazione che conta 1.340.000 abitanti, equivalenti – secondo gli standard europei – ad un’area metropolitana di media grandezza, il senso di identità è forte almeno quanto la consapevolezza di dover scendere a compromessi con la forza di gravità dei giganti al confine. Sopratutto dopo la prima conquista dell’indipendenza, strappata sul campo di battaglia alla nascente URSS nel 1920, il Paese più a nord nel terzetto baltico (completato da Lituania e Lettonia) ha saggiato la propria capacità di autonomia con i limiti dettati dalla contingenza della geopolitica. Un dato significativo, in questo senso, è il paragone proposto dall’americana Heritage Foundation: nel 1939, dopo il primo ventennio di indipendenza, l’Estonia vantava un reddito pro capite pari a quello della Finlandia, Paese simile per tradizione economica e territoriale. Ripetendo il confronto nel 1991, al momento della seconda riunificazione, a Tallinn la ricchezza individuale era di sette volte inferiore a quella di Helsinki, e si trovava concentrata nei gangli arrugginiti dell’apparato industriale e militare voluto dal Cremlino.

Vent’anni dopo, a Tallinn, si respira un’aria diversa. Da periferia nascosta dietro la cortina di ferro, la piccola nazione sul Baltico ha riconvertito l’industria pesante in un cocktail 2.0 di tecnologia e di riscoperta culturale, vantando tra le frecce al suo arco la creazione di Skype e il rilancio del proprio ruolo come porta d’accesso ai quattro punti cardinali d’Europa. È proprio l’Europa, così lontana ai tempi del socialismo e così vicina sulla cartina geografica, il tema su cui si disnoda il capitolo del nuovo “miracolo” estone. Non sono tutte rose e fiori, però: l’E-stonia, paradiso del wi-fi pubblico e dei panorama da cartolina, si è trovata nella stessa situazione di tanti altri Paesi dell’Unione (in primis, i PIIGS), stretta nella morsa del debito pubblico e delle prospettive di crescita asfittiche. Trovando però in fretta la via di uscita, grazie alla tempestiva iniziativa di austerity pronunciata dal premier Andrus Ansip. Tagli alla spesa, compresi i finanziamenti alla scuola e alla sanità, uniti ad un generale riordinamento della cosa pubblica, hanno permesso di tornare rapidamente ad una condizione di crescita, trovando un consenso popolare che è perfino cresciuto durante i mesi della “pillola amara”. L’opinione degli esperti si è divisa, tra chi elogia la pressochè totale assenza di corruzione nel funzionamento della macchina pubblica e chi invece bolla i risultati ottenuti come una fortunata combinazione di circostanze, dove – non ultimi – dovrebbero essere inseriti i costanti investimenti delle floride economie scandinave nel sistema produttivo estone. I dati riferiti al 2010, comunque, parlano di una crescita al 7%, dopo un crollo verticale del 18% durante l’anno economico precedente.

Intanto continuiamo l’esplorazione di Tallinn e arriviamo al parco, situato proprio dietro a Freedom Square, per osservare lo skyline di Tallinn dalle collinette che conducono al Parlamento. Come a Torino, e come avviene in tante città d’arte, anche qui la storia ha prevalso sull’ansia di futuro: la cima più alta resta quella della chiesa di St. Olaf, dedicata al medievale re di Norvegia che governò qui prima della calata danese del XIII secolo, con buona pace di grattacieli e di torri televisive. Da una parte la tradizione cattolica, dall’altra l’invadente richiamo che riconduce ad Est, per via ortodossa: la cattedrale di Aleksandr Nevskij, che guarda di fronte il palazzo parlamentare ai due lati di Lossi Plats, sembra indicare – anche fisicamente – uno stretto legame tra gli affari di Chiesa e quelli di Stato. Non è affatto così: secondo alcuni sondaggi effettuati recentemente sulla popolazione, soltanto il 20% della popolazione si è dichiarato religioso, nel significato di “appartenente ad un culto organizzato”. Un dato che non esclude altre forme di spiritualità, legate spesso ad una fede non mediata, luterana, come raccontano anche le processioni quotidiane dei giovani induisti Hare Krishna sull’acciottolato di Vana Viru, una delle vie principali della Città Vecchia. E che, allo stesso modo, non esclude il rispetto per i credenti e per le istituzioni religiose.Tra gli aneddoti e le leggende snocciolate dalla nostra (non così pallida) guida, in questo caso ci torna utile la storia dello scandalo sorto dopo il primo concerto di Madonna nella capitale estone, nel fatidico 2008. I fan del Baltico, per venare di trasgressione il compimento del proprio sogno proibito, hanno deciso di proseguire la festa dopo il concerto con un after-party all’interno della chiesa di Pikik. Per fare un confronto: se la popolazione non è scesa una sola volta in piazza durante i durissimi mesi di austerity, nel caso dell’after-party l’opinione pubblica si è letteralmente rivoltata contro quello che è parso un affronto alla comune convivenza delle tante anime riunite in Estonia.

Credenti e atei, estoni e russi, ma anche anziani e giovani. Una delle tensioni più rilevanti che attraversa la nazione baltica corre sui binari del divario generazionale, e si spiega prima di tutto con un approccio storico-biografico. Da una parte la vecchia Estonia, memore dello stile di vita socialista e delle riforme culturali sovietiche, che imposero il russo come lingua principale della vecchia Repubblica. Dall’altra la nazione rampante, che veste alla moda e infarcisce il vocabolario estone di inglesismi e di costruzioni linguistiche adatte ad un mondo in cambiamento. È anche una questione di ecologia, però, e di gestione degli spazi urbani. Se dividiamo la cartina di Tallinn in due macro-aree, troviamo l’anello centrale della Città Vecchia e tutt’intorno la periferia della città nuova, disposta a raggiera intorno al cuore geografico della capitale. Nella prima, l’ecosistema urbano coinvolge l’hi-tech, i locali a nostalgia medievale e l’elegante atmosfera di rivista di viaggi che ammanta ogni edificio storico. Come ci spiegano in molti durante il nostro soggiorno, non è qui che va cercata la vera anima della capitale. Per farlo, bisogna attraversare le mura e raggiungere uno dei quartieri più attivi della città, Kalamaja. Esaltato da molti come il vero polo culturale di Tallinn, questo borgo che si affaccia direttamente sul mare colpisce in realtà per la sua vocazione di cantiere sociale: baracche di legno che dividono lo spazio con affascinanti lounge bar, il mercato delle pulci russo proprio affianco alle scuole, dove cresce una nuova generazione di estoni liberi. Proprio loro, che scopriranno dai libri di testo il perchè di quei colbacchi e di quelle divise militari in vendita sulle bancarelle, si troveranno consegnata dai vecchi dirigenti una nazione che ha già saputo mediare tra le istanze del passato e quelle del futuro. Un Paese in cui, se si chiede alle persone giuste, non è difficile imbattersi in un rave organizzato in una villetta abbandonata a due passi dalla Città Vecchia, e dove la gioventù di oggi non sembra diversa dalla nostra.


È qui che ritorniamo all’inizio, passeggiando una volta ancora sotto il timido sole della centralissima Raekoja Plats, osservando architetture e negozi che sono sopravvissuti a 500 anni di travagliata storia estone.
Come il palazzo del municipio, sul cui campanile cinquecentesco svetta una piccola figura umana: è il vecchio Tom, che la leggenda vuole come antico guardiano della capitale, tornato a vegliare sulla città dopo essere stato colpito durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. O come l’antica farmacia, una delle prime in Europa, che conserva tra le medicine di ultima generazione gli intrugli e i vecchi rimedi ereditati dai druidi norvegesi. Non si tratta di nostalgia del passato, ma di un risultato raggiunto dopo secoli di guerra e di pacificazioni, di un fiore profumato che trae linfa dal sangue e dalle sofferenze di chi ha vissuto in questo angolo di mondo. È un fiore colorato, che risponde alle lingue scandinave e al russo, e che ora si cimenta con l’inglese. Un laboratorio ai confini dell’Europa, che serba come un tesoro le ricchezze e le contraddizioni di tutto un Continente. Dimostrando, a chi nell’Europa ci è sempre stato e ora vorrebbe chiudere le pagine di questo nostro romanzo corale, che anche sul ciglio del burrone esiste almeno una via per continuare a sperare.

Matteo Monaco

@twitTagli

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