È nata la Quinta Turchia di Erdogan

È nata domenica la Quinta Turchia di Erdogan. La quinta di Erdogan, ma la prima a essere una Repubblica presidenziale.

Il Falco che ha guidato il Paese tre volte come Primo ministro e dal 2014 come Presidente della Repubblica, ha battezzato domenica la nuova Turchia: il DNA parlamentare – inscritto nella sua genetica dal 1923, anno in cui venne proclamata la Repubblica con Atatürk presidente – si è oggi disfatto: un nuovo aggettivo accompagnerà da adesso la sua definizione, concentrando nelle mani del Presidente e non più del Parlamento la maggior parte dei poteri.

La nuova Turchia nasce con un anno e mezzo di anticipo rispetto alle elezioni previste per novembre 2019. E anticipo dell’anticipo, nasce subito dopo il primo turno, senza necessità di andare al ballottaggio l’8 luglio.

Qualcuno sperava in una singolar tenzone tra il Falco al potere dal 2003, e il suo rivale più forte, il candidato del Partito Popolare della Repubblica (CHP) Muharrem Ince. Origini umili, cuore a sinistra, una fede ligia al dovere, una voce tuonante e carisma da vendere: in soli 3 mesi di campagna elettorale Muharrem Ince ha conquistato i cuori di molti Turchi e le penne di diversi analisti politici; presentato come figura messianica in grado di spezzare la continuità di Erdogan e del suo partito, non è riuscito, tuttavia, a portare il Falco al ballottaggio.

Niente da fare: pur denunciando brogli elettorali, lo stesso Ince non può fare a meno di riconoscere che è Erdogan il vincitore. E che lo è nettamente: 52 % contro 30 %. E la singolar tenzone ipotizzata per inizio luglio non avrà nemmeno luogo.

Lontani i tempi di Atatürk, sembra che sia Erdogan il nuovo « padre della patria »: un leader instancabile e carismatico che nei primi anni Duemila ha insegnato a un Paese allora economicamente e politicamente vacillante, a stare in equilibrio. Poi a camminare, poi a correre, poi a compiere piroette economiche e diplomatiche e infine a trasformarsi in un faro per l’intera regione. 

Dal 2003 in poi, infatti, le tre Turchie di Erdogan hanno vissuto un decennio dorato. Esempio di progressismo musulmano e di pacifica coesistenza tra religioni ed etnie, grazie al fascino immutato delle sue coste e dei suoi siti archeologici, il Paese ha conosciuto un turismo più che florido, un’economia in ascesa e un diffuso benessere: dal 2003 a oggi, tutto è stato merito di Erdogan e del suo partito, sembra di capire. Questa la vulgata corrente tra i confini del Paese, questa la fede che ha portato Erdogan ha ottenere i risultati di domenica.

« Il Falco e l’AKP hanno fatto miracoli. Hanno portato la prosperità ».

Dovranno tornare a farlo, se vogliono restare sul trono sul quale sono incollati dal 2003.

Perché nonostante il turismo e la fama internazionale, gli ultimi anni di Erdogan al potere hanno anche dovuto fare i conti con una crisi economica che piega e spaventa: la lira è ai minimi storici, i debiti si accumulano, la disoccupazione aumenta, un’economia non produttiva crea evanescenti posti di lavoro, e la speculazione edilizia grava il territorio nazionale di inutile e dannoso cemento.

Ci son stati inoltre le proteste di Piazza Taksim (2013), gli attentati terroristici, le manifestazioni di scontento e un tentativo di golpe (2016), tutti allarmanti episodi che sembrano aver minato la sacralità del Falco al potere e del suo partito.

Infine, l’inaspettato successo dell’HDP (Partito democratico dei Popoli), il partito turco-curdo che già nel 2015 ha guadagnato qualche seggio in Parlamento facendo tremare i piani alti di Ankara.

La scorsa domenica poi, il Segretario del sopracitato HDP, Selahattin Demirtas, si è aggiudicato il terzo gradino del podio come leader più votato dai turchi. Stesso risultato per il suo partito, che risulta la terza forza politica del Paese e si aggiudica una sessantina di seggi in Parlamento. Due successi importanti se si considera che Demirtas  e altri membri del partito sono stati costretti a fare campagna elettorale in video-conferenza, dalla prigione in cui sono rinchiusi dal 2016 (su pretesto di affiliazione terroristica: come da copione).

 

Demirtas e i 10 minuti di campagna elettorale concessi dal carcere

Tuttavia é evidente, Erdogan e l’AKP hanno vinto e stravinto: loro è la prima Turchia presidenziale, ma è legittimo chiedersi se lo saranno anche la seconda e la terza. Nonostante tutti i nonostante, la debole opposizione ha comunque il merito di esserci e di continuare a dimenarsi. E tra gli alleati del neo-eletto Presidente, un occhio di riguardo dovrà essere puntato sul Partito del Movimento Nazionalista (MHP), lo storico partito della destra nazionalista, presentatosi in coalizione con l’AKP di Erdogan. E’ infatti merito del MHP e del suo 11 % se la coalizione a guida del Presidente ha superato la soglia del 50 % necessaria ad aggiudicarsi la maggioranza in Parlamento.
E’ merito di questo partito se Erdogan ha  sbaragliato gli avversari al primo turno.

Insomma il Falco alla guida del Paese è forte e amato, ma non è il solo a esserlo. Non più almeno.
Nuovi germogli travestiti da oratori carismatici e aspiranti leader son spuntati in Anatolia. E il futuro sarà forse loro.

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