Napoli senza speranze? La risposta di Terra di Confine, quartiere Ponticelli

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La mia idea era questa: intervistare Pasquale Leone, presidente di Terra di Confine, un’associazione che sostiene la legalità e combatte la camorra a Ponticelli, quartiere della Napoli Est.
In questi giorni Terra di Confine è tra gli organizzatori di una marcia per la memoria delle vittime innocenti causate dalla criminalità organizzata che si terrà l’11 novembre per le strade del quartiere. Un evento destinato alla cittadinanza e in particolare agli studenti di ogni ordine e grado: costoro, nelle settimane precedenti, sono stati coinvolti in un percorso di formazione e testimonianza.
Insieme ai giovani sfileranno anche rappresentanti delle istituzioni e del tessuto associativo.

Però si parla di Napoli. E quando si parla di Napoli, i toni si radicalizzano molto facilmente. Avete visto il putiferio scatenato recentemente da Massimo Giletti; eppure, qual è il vero volto di questa città? A quale racconto deve credere chi, come me, a Napoli non ha mai messo piede?
Non è facile farsi un’idea.
Da una parte c’è la storia di una Napoli preda dell’arretratezza e dell’immobilismo, raccontata da opinionisti e giornalisti – spesso senza grandi supporti documentali. Ci sono casi di cronaca che testimoniano un clima di degrado sociale e culturale: elemento, questo, che viene spesso indicato come cifra stilistica di un’intera città.

Ma su quali basi? Ci sono davvero evidenze statistiche o prove che ci consentano di rinchiudere Napoli nello stereotipo di cui sopra? La cronaca di altre città non riporta ogni giorno storie altrettanto grottesche?
Quando un certo genere di episodi accade a Napoli, spesso la retorica di certo giornalismo tende a sottolineare l’ambientazione partenopea, a discapito di un altro volto di Napoli, culturalmente vivace, molto turistico, che emerge nei racconti di altri giornalisti
Ma siamo sicuri che nel resto del Paese le cose vadano in modo diverso?
Forse sono più attendibili questi dati ISTAT relativi al 2012: a Milano e a Torino il numero di furti in appartamento è statisticamente molto maggiore che a Napoli, e il numero di denunce registrate dalle forze dell’ordine partenopee è globalmente in ascesa, in alcuni casi ad un ritmo superiore alla media nazionale.
Sicuramente raccontare Napoli come lo scenario della serie tv Gomorra è più semplice che coglierne l’effervescenza, la vitalità, le spinte all’affermazione della legalità.
Più semplice: ma anche più superficiale.

Io però voglio raccontarvi la Napoli che ho conosciuto nel tempo. Pasquale, infatti, non è soltanto il presidente di Terra di Confine. È anche uno dei miei più cari amici. Lo conosco da anni.
Attraverso la nostra amicizia, ho avuto la fortuna di essere testimone, per quanto indiretta, della storia che sto per raccontarvi. È una storia vera, documentata, che fa meno rumore di una dichiarazione di un Giletti qualsiasi: la storia di come la camorra, a Napoli, stia perdendo dei pezzi importanti. 
È la storia di un quartiere intero, che – forte di una consapevolezza maturata attraverso l’esercizio della memoria – sta diventando un esempio di convivenza civile e legalità. Una storia che merita di essere raccontata con ordine, prima di parlarvi della Marcia dell’11 novembre (che per inciso non è uno di quegli eventi un po’ retorici che a volte si vedono in giro). 
Ma andiamo con ordine.

ATTO PRIMO: UNA STRAGE
L’11 novembre 1989, a Ponticelli,  la camorra ha ucciso quattro persone innocenti. Una vera e propria strage, nel bel mezzo dello struscio di un sabato sera qualunque. 
Queste quattro persone erano Gaetano De Cicco, Salvatore Benaglia, Domenico Guarracino e Gaetano Di Nocera.
Cittadini qualsiasi.
Stavano bevendo un caffè al Bar Sayonara. Erano al posto giusto al momento giusto, Pasquale lo ripete più volte. Alle sette di sabato, il posto giusto in cui essere è il tavolino di un bar, in compagnia dei propri amici. 
La camorra, però, per quel sabato sera ha altri programmi.

In quel periodo, a Ponticelli, era in corso una lotta fra clan: alcuni uomini dei Sarno–Aprea irrompono nel bar, armati di fucili e mitragliette. Si sentono padroni di quelle strade, di quel quartiere. Sono tutti strafatti di cocaina.
Hanno l’incarico di uccidere quattro affiliati del clan rivale: fanno fuoco sparando all’impazzata, devastano il bar Sayonara.
Non paghi, continuano a sparare anche uscendo dal locale, lungo il Corso Ponticelli. Bilancio finale: sei morti. Due camorristi e quattro innocenti.

Le indagini si incagliano quasi subito. All’epoca non esisteva ancora Libera, la coscienza collettiva non era ancora stata scossa dal clamore degli omicidi Falcone e Borsellino. Denunciare era molto più complicato: prevalse l’omertà.
Non vi furono condanne per assenza di prove contro gli indagati.

ATTO SECONDO: L’OBLIO
La strage dell’11 novembre ha cambiato profondamente le abitudini degli abitanti di Ponticelli. Ha svelato il volto spaventoso di un quartiere vittima di camorra, nel quale il semplice gesto di un caffè al bar poteva portare alla morte.
Per molto tempo, la gente ha avuto paura di uscire di casa, soprattutto di sera.
Ancora oggi certe strade vengono evitate, perché considerate pericolose. 

Insomma, un anno zero, per Ponticelli, primo quartiere d’Italia a cacciare i fascisti, prima ancora dell’arrivo degli Alleati.
Un quartiere con una storia importante, schiacciato dalla presenza di bande criminali che quella sera hanno dimostrato di avere il controllo degli spazi pubblici, il dominio degli spazi.
Eppure il ricordo di questo episodio così traumatico e significativo è stato rapidamente archiviato e rimosso dalla coscienza collettiva di quel quartiere.
Da chi?

ATTO TERZO: L’ASSOCIAZIONISMO GIOVANILE
Passano gli anni. Nel frattempo qualcosa si muove. 
Nasce Libera, emerge una cultura dell’antimafia prima assente. Il caso letterario Gomorra (2006) accende i riflettori sulle storie di camorra, raccontate da molti giornalisti ben prima di Roberto Saviano ma per la prima volta portate all’attenzione del grande pubblico con la potenza mediatica di quel libro.
Ponticelli è un quartiere con le sue difficoltà, nel quale sono presenti ancora molte bande criminali. Nel 2008, un altro evento traumatico segna una frattura nel quartiere: una rivolta popolare porta all’assalto del locale campo rom

Alcuni giovani decidono che è arrivata l’ora di voltare pagina: nasce così l’associazione Terra di Confine, attiva nella zona orientale di Napoli e in particolare a Ponticelli.
Sul loro sito si legge questa descrizione:

In un contesto sociale degradato, in cui i giovani della periferia risultano abbandonati a sé stessi, spogliati delle loro ambizioni, cresciuti senza figure di riferimento e persi in una città senza luoghi d’incontro, noi vogliamo -con piccoli e grandi gesti-  migliorare la vita dei giovani nei nostri quartieri, riprendendo il concetto di Politica inteso come bene della polis. (…)
Come è manifestato dal nostro nome crediamo nella periferia non come rigetto della società e del centro ma come terra di confine tra le esperienze culturali del centro e dell’hinterland napoletano, con una propria identità ben definita.

Terra di Confine organizza cineforum, momenti di dibattito culturale, doposcuola e laboratori.
La lotta alla camorra è solo uno degli obiettivi di questa organizzazione, che ha un progetto più ampio di riqualificazione sociale. In questo quartiere, tuttavia, è evidente che l’affermazione della legalità e il contrasto alla camorra in ogni sua forma diventano il presupposto fondamentale di qualsiasi percorso di sviluppo civico.

ATTO QUARTO: LA PRIMA MARCIA PER LA LEGALITA’
Dal 2010, Terra di Confine è affiliata a Libera.
La collaborazione con questo network nazionale è occasione di crescita per alcuni degli associati, tra cui Pasquale. Ogni anno, infatti, Libera organizza una Marcia nazionale per la Memoria e l’Impegno, nel corso della quale vengono letti i nomi delle vittime di mafia e di camorra.
È un lungo elenco.
Che però non comprende i nomi dei quattro innocenti uccisi a Ponticelli. 
Uccisi due volte: freddati e dimenticati.
Nasce così l’idea della Marcia. Mi racconta Pasquale:

L’assenza di quei quattro nomi da tutti gli elenchi delle vittime di camorra, lo confesso, mi faceva male. Non potevo sopportarlo. Il bisogno di testimoniare quanto accaduto era forte.
Così con Terra di Confine decidemmo di organizzare la prima Marcia per la Memoria delle Vittime dell’11 Novembre.

Da subito, le ambizioni sono alte.
Terra di Confine si rivolge alle scuole: l’idea è tenere dei laboratori per raccontare la storia della strage del 1989, e, a conclusione di questo ciclo di incontri, far sfilare i bambini per le strade del quartiere, fino al luogo della strage, e lì leggere i nomi delle vittime.
Vengono coinvolti anche i commercianti: molti danno il proprio sostegno.
Più restii i presidi: c’è ancora una certa diffidenza, soltanto quattro scuole aderiscono all’iniziativa.
Le istituzioni nicchiano, Terra di confine scende in piazza a titolo personale, con il supporto indiretto di Libera, che però non manda sue rappresentanze nazionali.

L’11 novembre 2011, però, si rompe il muro del silenzio.
Dopo ventidue anni, il ricordo della strage del bar Sayonara è restituito al quartiere. Circa 450 studenti marciano per le strade di Ponticelli. Parecchie testate locali riportano la notizia.

ATTO QUINTO: ANCORA UN PASSO AVANTI
La marcia prosegue il cammino. 
L’anno dopo altre scuole decidono di sostenere l’iniziativa. L’allora presidente di Terra di Confine, Vincenzo De Luca Bossa, chiede alla Municipalità di poter installare una statua commemorativa davanti al bar Sayonara. 
È un gesto forte: si chiede alle istituzioni di schierarsi con la cittadinanza, di riaffermare il possesso collettivo di quello spazio, che è pubblico, e non privato, che appartiene al quartiere, e non ai clan.
Nel frattempo, nel 2011, una ventina di affiliati al clan Sarno vengono arrestati. La magistratura riapre le indagini: sono ancora in corso, ma finalmente una verità giudiziaria sta venendo a galla, anche grazie ad un contesto di maggior collaborazione da parte della cittadinanza.

Quest’anno la Marcia si terrà per la quinta volta.
Le scuole che hanno aderito all’iniziativa sono ormai 15, per un totale di circa 20 plessi: oltre 2300 studenti, dai 7 ai 18 anni, hanno preso parte in queste settimane a laboratori legati ad un percorso tematico che non si è limitato a ricordare la strage, ma ha voluto essere occasione per riscoprire il quartiere come comunità socialmente coesa, nella quale identificarsi e sviluppare la propria personalità all’insegna della legalità partendo dalla testimonianza di familiari di vittime innocenti di camorra .

Questa volta Don Ciotti, presidente di Libera, parteciperà personalmente alla Marcia. Le istituzioni saranno presenti con loro rappresentanze.
La statua dedicata alle vittime dell’11 novembre verrà collocata nella piazza del quartiere.
Davanti a un muro, su cui, fino a un paio di settimane fa, campeggiavano scritte e disegni. Uno era particolarmente odioso: il ritratto di un giovane camorrista, morto in un incidente motociclistico.
In previsione della posa della statua, quel muro è stato ripulito dagli abitanti del quartiere. Studenti, ma non solo. La presidente della Municipalità ha preso parte all’iniziativa di riqualificazione della piazza.
Le sue pennellate di bianco hanno cancellato dal muro l’effige della criminalità, con un gesto semplice ma fortemente simbolico.

Infine, da quest’anno, la Marcia dell’11 novembre rappresenta un momento di verifica di alcuni obiettivi periodici. Nel luglio del 2015, infatti, 35 tra scuole, istituzioni e associazioni locali hanno sottoscritto un Protocollo d’Intesa, vincolandosi ad individuare ogni anno alcuni obiettivi di riqualificazione sociale e supporto alla legalità.
L’impegno è quello di valutare ogni anno, in occasione della Marcia, quanti passi sono stati compiuti nella direzione di una Ponticelli legale, accogliente e coesa.

 

Dopo aver raccontato questa storia, la mia domanda ha forse più significato. Pasquale, riconosci la tua città nelle parole di Giletti?

No.
Napoli vive senz’altro una forte emergenza educativa. I giovani hanno pochi modelli a cui ispirarsi, e indubbiamente il successo della serie tv Gomorra, che umanizza le figure dei camorristi e in qualche modo riesce a mitizzare lo stile di vita criminale, è un ostacolo al nostro lavoro quotidiano.
Napoli, però, sta vivendo anche una stagione di grande vivacità culturale.
Le istituzioni cominciano a sostenere il lavoro delle associazioni impegnate sul territorio e la cittadinanza partecipa sempre più attivamente alla vita dei propri quartieri, riappropriandosi degli spazi.

Ecco, io a Napoli non ci sono mai stata.
Magari, scendendo dal treno, potrei provare sensazioni simili a quelle descritte da Giletti.
Eppure i fatti obiettivi che emergono dal racconto di Pasquale, la sua passione civile, condivisa con tanti suoi concittadini, sono sotto ai miei occhi. A raccontare una Napoli ben diversa.
Mi piacerebbe facesse più rumore. 

Irene Moccia

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