Montezemolo defenestrato: la Ferrari è una scusa nella guerra Della Valle-Elkann?

addio20montezemolo20marchionne.jpg

Questo articolo è pieno di illazioni, raccordi, parallelismi che senza troppo sforzo potrebbero esser definiti campati per aria, ed abusa bambinescamente dell’adagio andreottiano dell’ “a pensar male…“.
Ma qualcuno di parecchio intelligente aveva scritto che per capire chi vince le prossime elezioni bisogna guardare quale tetta mette Chi in prima pagina, e non le pippe interminabili di Polito e Sorgi (che comunque son da leggere, sempre). Mi ricordassi l’autore, vi schiafferei il link qui.
Comunque, visto che son quasi due anni che tentiamo di dare qualche chiave di lettura su cosa sta succedendo o è successo nel mondo, ci proviamo anche questo giro: son solo ragionamenti, e giova rammentare che non abbiamo uno straccio di prova, e se a riguardo ci sono delle notizie sfrucuglianti beh da noi non sono passate.

Ad ogni modo, se il discorso delle tette vale per la politica, idem per i grandi nomi della finanza: mica uno deve sciropparsi il WSJ o il Sole a intervalli regolari (pure questi, comunque, sì) per capirne di lotte di potere.
Ed è curioso che se digiti su google “capitalismo straccione” ti viene sì fuori il richiamo a Gramsci, ma la fotazza che ti piazzano non è mica quella di Tonino o’ Scapigliato, no no.
Ti vien fuori questo. 

Dunque scopriamo le carte sul tavolo, tutte insieme e chissenefrega del ritmo scenico: come in quelle tristissime barzellette dove ci sono un italiano, un francese e un tedesco, anche noi abbiamo il nostro catalogo di personaggi. Ci sono un rampollo, un uomo col maglione, uno col ciuffo e un calzolaio che gira col foulard.
Non ci sono topless, ma in compenso c’è  la Ferrari. E dunque la scusa ufficiale di “Alonso che si ritira a Monza è una figuraccia insostenibile” diventa il fumo negli occhi per risolvere una querelle molto più seria e molto più radicale.

IL MICRO-PROBLEMA

Montezemolo è stato silurato senza complimenti dalla presidenza della Ferrari adducendo come motivazioni l’insuccesso sportivo in Formula 1 dello scorso anno ed il disastro di questa stagione. Sergio Marchionne ha scolpito l’epitaffio elencando i sei anni di insuccessi, calcando la mano in maniera sproporzionata rispetto alle magagne della Rossa.
A ben vedere, la stagione tragica è questa, non le passate: negli ultimi 6 anni per due volte il mondiale piloti si è deciso all’ultima gara (2010 e 2012), e c’è da dire che negli ultimi 35 anni (da dopo Niki Lauda) solo due piloti sono riusciti a vincere il titolo con la scuderia di Maranello (Raikkonen e Schumacher).

La Ferrari, insomma, può stare senza vincere; e Montezemolo ha comunque vinto tanto nei 27 anni non consecutivi in cui ha avuto ruoli apicali nella Scuderia: 11 campionati costruttori e 8 campionati piloti, in altri termini 19 successi su 54 disponibili.
Quello che la Ferrari non può fare è non partecipare: la Formula 1 non esiste senza la Ferrari, e in buona parte vale anche il contrario. Questo è il pomo della discordia della micro-questione Ferrari-Marchionne-Montezemolo.
Leo Turrini – il cui debordante accento emiliano dice tutto circa la sua passione, competenza e vicinanza al mondo rosso – scrive:

“Ma la Ferrari ha un altro obbligo: PARTECIPARE. Sempre. Senza vincolare la sua permanenza in pista ai risultati. Piero Ferrari l’ha capito benissimo, il rischio: e infatti domenica ha detto di sperare che a nessuno venga in mente una Ferrari lontana dalle gare.
Semplifico. Nello schema Marchionne, sottinteso ma intuibilissimo, ci si può anche ritirare, in assenza di successi. E non l’hanno fatto, per stare a epoca recente, colossi come Toyota, Honda e Bmw?
O il Reparto Corse giustifica gli investimenti con i trionfi o potrebbe calare la tela.
Una scusa qualsiasi la si trova sempre: i regolamenti, il calo dell’audience e bla bla bla.
Ma Montezemolo era il ds di Enzo Ferrari e non accetterebbe mai uno sbocco del genere. Forse anche perché sa quanto è stato bello tornare in paradiso, nel 2000, dopo ventuno anni di sofferenze”.

Già, ma perché ci si pone il problema che la Ferrari possa anche non partecipare alle F1? Perché sussiste un pretesto del genere (ci arriviamo dopo) per silurare Montezuma?
Perché Montezemolo ha fatto un errore; o meglio, è stato sconfitto.
Parlare di errore implicherebbe una responsabilità, una sottovalutazione del problema, una valutazione appunto sbagliata. In base ai dati che son stati diffusi, di questo non si è trattato.
Piuttosto, è capitato che a cavallo del 2005 ci sia stato uno scontro epocale, in cui Federazione Internazionale dell’Automobile (la FIA prima di Max Mosley e poi di Jean Todt), Bernie Ecclestone (padrone di tutto il circus) e soprattutto le principali case automobilistiche mondiali (negli anni: Toyota, Renault, Mercedes, BMW, Honda) hanno posto i paletti:

  1. il carrozzone costa troppo, e
  2. non ha senso mantenere su un carrozzone dove tutti investiamo miliardi di euro e in cui vince sempre e solo il tedesco sulla macchina rossa.

Se le cose restano così, uno per volta noi prendiamo l’uscita di servizio: ci stiamo ad essere cornuti (= pagare cifre folli per uno show che arricchisce molto poco), ma se ci chiedete di essere anche mazziati (= non vincere, non avere ritorni pubblicitari, non dividerci la torta degli incassi come Dio comanda) allora arrivederci e grazie.

Sono gli anni della FOTA, orripilante acronimo per la Formula One Team Association, sono gli anni in cui si parla di organizzare una Formula 1 parallela, sono gli anni in cui vince una macchina assurda come la Brawn GP (palesemente fuori dal regolamento, senza mezzo sponsor e la cui esistenza cesserà l’anno seguente) o a metà campionato del mondo ci si accorge che la Benetton è molto stabile sull’anteriore perché monta un aggeggio del tutto fuori regolamento ma di cui non si era accorto nessuno (il mass-dumper), e sono anni in cui c’è persino lo spionaggio industriale di tecnici che comprano e vendono progetti da decine di milioni di euro l’uno.
Insomma, troppo casino per pensare che siano anni normali.
E infatti normali non lo erano: si stava – anche giustamente – cercando di massacrare lo strapotere-Ferrari che non conveniva a nessuno e di riorganizzare lo show in modo che diventasse ancora più redditizio.

E dunque Montezemolo paga il non esser stato in grado di fronteggiare un cartello di tutte le principali case produttrici con aggiunti gli organizzatori del baraccone? Paga gli errori di scelta dei dirigenti sportivi?
E dunque i risultati commerciali di Ferrari non valgono niente?
Piccola parentesi: la Ferrari-febbrica non va solo bene, va benissimo. C’è chi parla di 400 milioni di euro di utile, che è già una cifra spropositata per un’azienda che sì e no produce 8.000 vetture all’anno.
Il marchio Ferrari è in testa alla classifica mondiale dei brand commerciali (una classifica che prescinde dal fatturato nudo e crudo), e la Ferrari ha sfruttato magistralmente questi anni di globalizzazione selvaggia espandendo e radicando il suo mercato in realtà più nuove e sensate: Cina, Emirati Arabi, Nord America, Russia.
Tutto questo è merito di Montezemolo e degli uomini che lui ha scelto.

Perciò: detto che è perfettamente normale che dopo 23 anni qualsiasi azienda cambi il proprio top manager; detto che un classe 1947 è anche pensabile che nel 2014 venga sostituito e invitato a godersi la vita in altri lidi; detto che la grande battaglia del 2005 il nostro eroe l’ha persa (ma detto pure che era una battaglia difficile da vincere), che senso ha questa rapida, brutale e arrogante decapitazione del cocco di Gianni Agnelli?

IL MACRO-PROBLEMA

È lunedì, sono passate poche ore dalla picconata di Marchionne al vertice della Ferrari: le agenzie battono una dichiarazione di Diego Della Valle.
“Marchionne che vuole dare lezioni a noi italiani su cosa e come dobbiamo fare per sottolineare il suo orgoglio italiano è una cosa vergognosa e offensiva. Se si sente orgoglioso di essere italiano, cominci a pagare le sue tasse personali in Italia dove le pagano i lavoratori Fiat. Noi italiani non dobbiamo permettere a questi furbetti cosmopoliti di prenderci in giro in questo modo, sicuri di farla sempre franca”.

Ma come? È un affare di gestione interna ad una grande azienda come Fiat, com’è che viene permesso a Della Valle di concedersi un’uscita del genere senza che l’uomo col maglione si profonda in un più o meno sboccato “fatti una slavina di fatti tuoi”?

Non è semplice amicizia: la ricostruzione potrebbe essere facile, Della Valle e Montezemolo sono soci nell’affaire Italo (la compagnia ferroviaria che naviga in pessime acque, tanto da meritarsi gli sfottò pubblici di Maurizio Gasparri) e la boutade del calzolaio col foulard serve a dare manforte all’amico.
Ma non è solo questo: Montezemolo si è trovato in mezzo alla macroquestione della scalata ai vertici del gruppo editoriale RCS, che pubblica tra gli altri il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport.
Da una parte, la famiglia Elkann-Agnelli, che di Montezemolo è datrice di lavoro (anche se la definizione fa sorridere); dall’altra la famiglia Della Valle, che ha in Luca Cordero un prezioso socio.

Elkann e Della Valle litigano da anni: il patron di Tod’s ha le idee molto chiare sull’operato di Fiat. Secondo lui gli Agnelli stanno smobilitando gli asset italiani, e avevano bisogno di una stampa favorevole. Per questo hanno infranto il patto di gentilmen agreement tra gli azionisti di RCS e, alla prima occasione utile, hanno comprato una valanga di azioni in RCS per salire al 20% e diventare soci di maggioranza. Un investimento di qualche centinaio di milioni di euro, che gli Elkann hanno compiuto quasi a cuor leggero – mentre invece per Della Valle sarebbe stato un investimento molto più incidente sul patrimonio suo e della sua azienda.
Non solo: attraverso giri ancora non molto chiari, anche la vendita dell’immobile di via Solferino a Milano dove han sede Gazzetta e CorSera (120 milioni circa) è stata effettuata da trader americani di cui si sospetta la vicinanza con la famiglia Elkann.
Quindi gli Agnelli pare siano riusciti nel magistrale piano di avere la botte piena (la maggioranza in RCS) e la moglie ubriaca (controllare lo smembramento dei beni di RCS, di cui in teoria avrebbe dovuto occuparsi una società terza). Logico che i Della valle, rimasti col cerino in mano, non l’abbiano presa benissimo.

È per questo che Della Valle ed Elkann si massacrano a colpi di dichiarazioni al cianuro, dandosi (ciascuno col proprio stile: il marchigiano con risolutezza, il piemontese con la sua algida flemma) i peggiori epiteti che son loro consentiti dal contesto pubblico.
Non si sa se Montezemolo abbia provato a mediare, c’è da supporre di sì. Ma di sicuro non si è esposto, ed è stato questo a far innervosire Torino: quando Della Valle ha pubblicamente dato del cretino ad Elkann, Montezemolo ha fatto il pesce in barile. Un silenzio che si paga, purtroppo: Fiat ha capito di non potersi più fidare – o meglio, di non potersi più fidare come una volta – di quello che in passato fu addirittura suo Presidente.
La Ferrari è stata un pretesto, e Montezemolo è una vittima illustre di una guerra tra famiglie apicali che si stanno contendendo una posizione di preminenza nel nostro complicato Paese.

Umberto Mangiardi 
@UMangiardi

Post Correlati

Leave a comment

Devi essere loggato per commentare.