Miti e verità sul Bilderberg – Seconda parte

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(Segue dalla prima parte)

Negli anni in molti hanno invano tentato di infiltrarsi nei riservatissimi luoghi di ritrovo del Gruppo Bilderberg: nel 2011 ci ha provato anche Mario Borghezio, l’eurodeputato della Lega Nord universalmente noto per la sua sobria moderazione, allontanato senza troppe gentilezze dall’hotel di Saint Moritz in cui era previsto il meeting. 
Tutti i detrattori del Bilderberg vogliono, infatti, in un modo o nell’altro, conoscerne gli argomenti di discussione.

L’aura di segretezza che ammanta questa novella Spectre insospettisce, sdegna, dissemina frustranti sentimenti di impotenza, ed è anche la chiave del successo delle teorie del complotto che circondano il Bilderberg.
Se, infatti, nulla trapela dalle blindate conferenze del gruppo, allora tutto diventa lecito, persino immaginarsi che al loro interno siano concepiti diabolici progetti di dominio globale, studiati comodamente su lisce poltrone di pelle e con morbidosi gattoni bianchi accoccolati sulle ginocchia di mefistofelici individui vestiti di nero, che li accarezzano con la punta dei loro anelli di lusso.
Un’analoga teoria del complotto postula, ad esempio, che le élite oligarchiche si riuniscano una volta l’anno in un bosco di sequoie giganti poco fuori San Francisco, il Bohemian Grove, e vi officino aberranti riti pagani (come adorare un enorme gufo totemico).

Insomma, più organizzazioni come il Bilderberg appaiono segrete, più l’atmosfera di mistero in cui operano accende la fantasia delle persone, perché si pensa che il segreto sia inevitabilmente connaturato a una qualche malvagia forma di potere.
Se c’è un segreto, si crede che questo debba per forza essere di capitale importanza e che la sua rivelazione sia pericolosamente compromettente per i suoi custodi, altrimenti perché nasconderlo con tanta tenacia?
Ma chi ci assicura che sia davvero così?

In primo luogo, segreto e potere non sempre coincidono: anche i consigli di amministrazione delle aziende non sono pubblici, eppure non celano arcani sconosciuti. Si confonde, quindi, il segreto con la riservatezza o, peggio, con la discrezione.
In secondo luogo, nessuno può dimostrare che gli incontri del Bilderberg producano effettivamente dei segreti. Tuttavia – e qui giace l’efficacia delle teorie della cospirazione, per natura infalsificabili – nessuno può anche provare il suo contrario, ovvero che il Bilderberg non sia la sede preposta per il piano di assoggettamento dell’umanità, e questo proprio per la medesima ragione di cui sopra: nessuno dispone dei verbali delle riunioni del gruppo, perché vi vige una sorta di “segreto”.

Un tale assioma sarebbe per di più valido anche nella remota ipotesi in cui un membro del Bilderberg o un cameriere dell’hotel o chi per lui si impossessasse a tradimento di una qualche prova (un documento, un file audio, un video ritraente un devastante scambio di effusioni fra Rockefeller e Lilli Gruber) e la mostrasse al mondo: ci sarebbe sempre qualcuno che, scandalizzato, griderebbe che le prove sono state manipolate e che i cospiratori non perdono occasione di fare disinformazione.
Non resta, dunque, che valutare la plausibilità della teoria complottistica.

Partiamo innanzitutto dai “segreti” del Bilderberg: se davvero esistono, è verosimile che mai in questi sessant’anni nessuno si sia lasciato sfuggire niente, neppure una confessione di pentimento sul letto di morte? 
E non azzardatevi a citare i soliti discorsi di Bush senior, di Sarkozy o di qualche Bilderberger che accennano a un “Nuovo Ordine Mondiale” perché non dimostrano nulla, se non la scarsa creatività dei politici in materia di perifrasi.

Ancora: se il progetto di tirannide mondiale è concreto, allora per quale ragione il mondo sembra governato dal caos? Perché l’Onu, il cuore della cospirazione nera, è totalmente ininfluente? Perché l’Unione Europea e l’Euro, capisaldi del Bilderberg, sono sempre più in crisi?
Queste élite hanno davvero ben poco di onnipotente se non riescono a tenere a bada qualche leader euroscettico o a farci amare la moneta unica; inoltre, devono annoverare fra le loro fila un bel numero di fessacchiotti se giudicano ancora segreto un governo come quello del Bilderberg, che ormai è dominio pubblico di metà della comunità internettiana.

Il problema di chi si ostina a interpretare gli eventi con il prisma del complottismo è che, così facendo, si preclude la possibilità di capirne la reale essenza.
C’è, infatti, qualcosa di vero nelle accuse rivolte al Bilderberg, ma non ha nulla a che vedere con una cospirazione. Autori come Daniel Estulin vogliono convincerci che le azioni delle élite che ci governano sono unicamente ispirate dal male.
Per loro le ideologie politiche sono irrilevanti o sono tutte uguali (non a caso per Estulin neoliberismo e comunismo sono la stessa cosa), ma non è affatto così.

Nel saggio Club Bilderberg. Gli uomini che comandano il mondo, Domenico Moro ci offre una convincente analisi sociologica del Bilderberg, facendo emergere tre aspetti primari: «la divisione della società in minoranze dominanti e maggioranze dominate, il rapporto tra le élite dominanti e la democrazia rappresentativa, e, infine, l’internazionalizzazione delle élite stesse». [1]

Il fatto che le élite si organizzino e coalizzino in entità chiuse ed efficienti non è una novità storica. Questa tendenza oggi trova la sua applicazione non solo in gruppi transnazionali come il Bilderberg o la Commissione Trilaterale, ma anche e soprattutto nel sistema collaudato delle cosiddette revolving doors (porte girevoli), che consiste nell’incessante scambiarsi di ruoli fra esponenti della politica e dell’economia, in particolare della finanza.

Si tratta di una pratica cospiratoria? No. È una pratica politica assai criticabile? Decisamente sì, perché crea una vasta zona grigia in cui la corruzione può piacevolmente sguazzare (nella foto accanto, Dick Cheney, segretario alla Difesa sotto Bush padre, poi amministratore delegato della società petrolifera Halliburton, e infine vicepresidente con Bush figlio. Fu accusato da numerosi e autorevoli media di aver tratto profitto dalla guerra in Iraq conservando alcune azioni della sua vecchia compagnia. Pose fine allo scandalo donando le sue stock options in beneficenza).

Il sociologo Luciano Gallino ha quantificato i membri di questa classe capitalista transnazionale in una decina di milioni di persone in tutto il mondo.
Una classe che è «sostenuta sul piano politico e su quello ideologico da una classe parallela, di grandezza forse doppia, formata da politici, dirigenti delle organizzazioni internazionali, intellettuali, accademici, editori, giornalisti, professionisti di successo, alti funzionari dello Stato». [2]

Il Bilderberg diventa così il prototipo di quegli informali organismi di potere in cui i rappresentanti dell’élite dominante mediano i propri interessi divergenti e li plasmano secondo l’ideologia di fondo che li accomuna (bipartisan consensus).
Organizzazioni come il Bilderberg devono, dunque, meritarsi le nostre critiche non a causa dell’aura di segretezza che da esse promana, ma a causa del loro rifiuto di rispondere ai principi della democrazia rappresentativa, che vengono sostituiti con appariscenti procedure tipiche dell’antica aristocrazia nobiliare, come la cooptazione (la partecipazione ai meeting su invito).
In questo modo l’attuale sistema di governo è, come scrive Moro, «un sistema misto oligarchico-democratico, in cui il contenuto oligarchico prevale sulla forma democratica. La forma democratica è il migliore “involucro politico” possibile del capitalismo, in specie del capitalismo finanziario cosmopolita. Infatti, garantisce quella flessibilità ed adattabilità, sia a livello economico che a livello politico, che i più rigidi sistemi fascisti hanno più difficoltà a garantire ». [3]

La globalizzazione (che i complottisti traslano sul piano paranoico di un Nuovo Ordine Mondiale, finalizzato a renderci schiavi) costituisce l’acme del successo dell’attuale élite capitalista transnazionale, che – grazie all’abbattimento delle barriere alla circolazione dei capitali – è ormai una classe fluida, liquida, non più ingabbiata dalle leggi dei singoli Stati nazionali.
I membri dell’élite sono riusciti laddove i proletari di tutto il mondo hanno fallito, ovvero nell’unirsi.
Sono interdipendenti e interconnessi fra loro, ma non lo fanno per perseguire un fine nascosto, o per ordire un complotto, e ciò per la semplice ragione che non ne hanno bisogno: grazie alla loro influenza e, in subordine, all’appoggio di centinaia di milioni di persone che li votano e li eleggono nei parlamenti, nei board aziendali, nei consigli accademici, ecc., possono agire alla luce del sole ed esercitare un’egemonia culturale.

Se negli Stati Uniti i 400 americani più ricchi detengono un patrimonio pari a quello della metà più povera della popolazione non è mica perché hanno fondato una loggia massonica segreta, ma, ad esempio, perché negli ultimi sessant’anni l’aliquota massima sulle tasse sul reddito è crollata dal 90% al 35%, con il punto più basso raggiunto con il 28% della presidenza Reagan.
E fa sorridere che gli anti-Bilderberg americani considerino la tassazione progressiva sul reddito la gabella illegale di uno Stato dittatoriale!
Al contrario, sarebbe il mezzo più consono per ripristinare un po’ di giustizia sociale.

In un celebre saggio, il politologo britannico Crouch ha definito la nostra epoca come quella della “postdemocrazia”, un modello di governo per cui, «anche se le elezioni continuano a svolgersi e condizionare i governi, il dibattito elettorale è uno spettacolo saldamente controllato, condotto da gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione e si esercita su un numero ristretto di questioni selezionate da questi gruppi. […] A parte lo spettacolo della lotta elettorale, la politica viene decisa in privato dall’interazione tra i governi eletti e le élite che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici ». [4]
Si tratta di un’osservazione pienamente concorde con l’analisi sopra effettuata. Tuttavia, Crouch non manca di sottolineare un altro aspetto preoccupante della postdemocrazia, ovvero che «la massa dei cittadini svolge un ruolo passivo, acquiescente, persino apatico, limitandosi a reagire ai segnali che riceve ». [5]

Secondo Crouch, nelle persone sta progressivamente morendo la consapevolezza di possedere dei diritti di cittadinanza attivi, come il diritto di voto, di associazione e di informarsi in modo adeguato; parallelamente stanno crescendo sempre più gli approcci negativi alla democrazia, che concepiscono la politica come «un affare che riguarda le élite, soggette ad essere accusate e incolpate da una massa che sta a guardare e si arrabbia quando scopre che hanno commesso qualche errore». [6]

Le teorie del complotto sul Bilderberg combaciano perfettamente con questo modello negativo di cittadinanza passiva.
Le élite dominanti, che pure esistono e godono di potere (come abbiamo avuto modo di vedere), sono erroneamente considerate infallibili e invincibili nei loro infidi disegni cospirativi e vengono contrapposte a un’altra élite, quella dei risvegliati, che ha improvvisamente preso coscienza della Verità (con la “V” maiuscola).
I complottisti non intravedono alcuna speranza di cambiamento, giacché credono che il mondo sia stato imputridito dai tentacoli del male assoluto, ma si augurano soltanto una rinascita purificatrice, che, nelle forme più estreme di complottismo come avviene negli Stati Uniti, assume persino contorni violenti.
In questo modo – credendo che lo scopo di gruppi come il Bilderberg sia quello di tessere cospirazioni su vasta scala – essi perdono di vista l’ideologia sottesa alle azioni delle élite.
Allo stesso tempo, si tagliano automaticamente fuori da qualunque processo di comprensione e cambiamento degli eventi.

 Jacopo Di Miceli
@twitTagli

[1] Domenico Moro, Club Bilderberg. Gli uomini che comandano il mondo, Aliberti Editore, Reggio Emilia 2013, p. 11.
[2] Luciano Gallino, Finanzcapitalismo, Einaudi, Torino 2011, p. 82.
[3] Domenico Moro, op. cit., pp. 51-52.
[4] Colin Crouch, Postdemocrazia, trad. it. Laterza, Roma 2005, p. 6.
[5] Ibidem.
[6] Ivi, p. 19.

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