Mi sono stufata delle foto dei profughi (perché sento di doverlo ad Aylan)

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Stamattina ho in mente questa immagine. È in rete, nei post indignati su Facebook, sulle copertine dei giornali. Ovunque. Accostata a slogan più o meno efficaci, ad articoli di cordoglio, a dibattiti sull’uso dell’immagine e sulla necessità di innovare il diritto di asilo.
Quasi che fossero due problemi in qualche modo accomunati: si tratta di scegliere la faccia con cui la cultura occidentale vuole presentarsi al resto del mondo, in effetti, in entrambi i casi.

È una foto che in questi giorni, se hai un pc, una tv o l’abitudine di uscire di casa, hai visto per forza.
C’è questo piccolo profugo siriano.
Morto.
A faccia in giù. Meglio, così si può fotografarlo e sbatterlo in prima pagina certi di non aver violato alcuna regola sulla protezione dell’identità dei minori.
Questo bambino è a faccia in giù, nella terra. Morto, appunto, annegato. Le onde lo hanno romanticamente portato a riva, e così una mattina, tra le conchiglie, qualcuno lo ha trovato. Qualcuno lo ha fotografato. Qualcun altro lo ha messo su un manifesto.
Non si vede la sua faccia. Ha addosso dei vestiti, scelti in base a un qualche criterio dalla persona che glieli ha comprati – forse erano gli abiti più adatti a proteggerlo dal freddo della notte, su quella barca, doveva affrontare un lungo viaggio.
Ha le unghie sporche bene in vista. La sua pelle probabilmente ha cambiato colore e consistenza, è stata immersa in acqua salata per molte ore. 
Però non ha ancora un’identità precisa, è soltanto un’immagine. E noi dobbiamo assolutamente capire chi era, questo bambino.

Come Occidente abbiamo il dovere di testimoniare, di andare a pescare anche la sua storia e di raccontarla al mondo. Che serva da monito, che smuova le coscienze.
Partono le ricerche. Ottawa news intervista la zia, che ci ha raccontato la sua storia. Scopriamo che il bambino si chiamava Aylan, che aveva tre anni, che la sua famiglia era curda e scappava da Kobane. Sappiamo che il Canada aveva respinto la regolare richiesta di asilo avanzata dai suoi genitori.
Huffington Post Italia prontamente rilancia l’intervista.
Ci sono due belle foto a corredo dell’articolo: Aylan con il fratellino Galip, morto anche lui nel mare. Sorridenti, insieme a un pupazzo che a momenti è più grosso di loro.
Ed è qui che parte la mia incazzatura. Radicale. Così forte che devo smettere di fare quello che stavo facendo e mettermi a scrivere per capire cosa mi disturbi tanto.

Non esiste forse un diritto di cronaca? Non è forse giusto tentare di colpire l’opinione pubblica con questa immagine così potente? Raccontare questa storia non può forse servire a convincere i populisti della necessità di un approccio più maturo al problema dell’immigrazione? Non lo dobbiamo forse ad Aylan? Non si merita una condivisione sulla bacheca e cinque minuti del pensiero di tutti noi?
Beh, no. No e no.
Quello che dobbiamo ad Aylan, a parer mio, è mettere sulla copertina dei nostri giornali altre immagini e altre notizie.

La foto degli intellettuali che hanno deciso di intervenire in Libia per deporre Gheddafi, per esempio. La spiegazione di quella scelta, la descrizione delle attuali attività diplomatiche in corso nel Paese. Qualche cenno al signor Assad, pare che di lui tutti si siano dimenticati. Mi piacerebbe molto conoscere la sua storia, sapere chi lo ha appoggiato nella sua corsa al potere, quali sono i poteri politici ed economici occidentali che lo hanno sostenuto negli anni, di quali (eventuali?) appoggi goda attualmente.
Vorrei qualcuno che mi parlasse della Turchia e del suo atteggiamento ambiguo nei confronti dello Stato Islamico. E questo qualcuno mi piacerebbe che fosse non un reporter, ma un diplomatico, un ministro degli esteri, un parlamentare.
Gente chiamata a prendere delle decisioni, per intenderci; gente che in teoria ha la responsabilità di fronteggiare i fenomeni dell’attualità adottando determinate strategie. Le semplici descrizioni non mi bastano più: voglio qualcuno che mi dica “Abbiamo scelto di agire così perché… motivo 1, motivo 2, motivo 3”.
Così potrei votare qualcuno con un progetto di gestione dei flussi migratori, magari pure coerente con le mie idee. Sento di doverlo ad Aylan. Come sento di dovergli un altro po’ di cose.

Mi piacerebbe che sulle prime pagine dei giornali ci fosse l’elenco delle industrie che ancora oggi, grazie ad accordi capestro con i fragili/corrotti “governi” locali, si avvantaggiano della situazione di instabilità nel Medio Oriente. Vorrei vedere le facce di quegli imprenditori. Sapere se quando faccio la spesa finanzio per caso qualcuno di questi signori.
Così potrei evitare questi acquisti. 
Vorrei che qualche giornalista incalzasse i politici con vere domande. 

A me non interessa sapere chi era Aylan. Mi interessa già di più sapere perché suo padre, dopo aver tentato le vie legali, sia stato costretto a intraprendere un viaggio simile. Capire da cosa scappava. Ma anche questo non mi basta.
Io voglio sapere perché gli strumenti del diritto occidentale non stanno funzionando. Voglio sapere se abbiamo delle alternative a quelle attuali. Quali sono i pro e i contro.
E non mi basta che mi si dica “la Merkel non vuole i profughi” un giorno e “la Merkel ha aperto le porte ai siriani” il giorno dopo. Voglio che mi si dica perché. Cosa le ha fatto cambiare idea. Perché non lo facciamo anche noi.
Voglio capirci qualcosa di più, perché, in quanto semplice cittadina, non ho da sola le competenze necessarie per darmi delle risposte e vorrei una classe intellettuale e politica in grado di offrirmele.

Per esempio mi piacerebbe leggere su un quotidiano a grande tiratura, attendibile e autorevole, qualcuno che si prenda la responsabilità di elencarmi le ragioni per cui non stiamo combattendo seriamente lo Stato Islamico ma abbiamo bombardato l’Afghanistan o l’Iraq.
Perché mi piacerebbe risolvere questa disequazione: un attacco alla sede del WTO giustifica un intervento militare in piena regola, è un attentato all’intero Occidente che, di fronte ai grattacieli fumanti, organizza nel giro di poche settimane una risposta militare significativa; invece, la distruzione di Palmira e di altri siti archeologici, demoliti proprio in quanto simbolo della cultura occidentale o comunque non islamica, non è una minaccia tanto seria da giustificare un attacco frontale allo Stato Islamico – che peraltro, a differenza dei terroristi, è un interlocutore reale, chiaramente identificabile, che non si fa tanti scrupoli nel dichiararci guerra ogni giorno con ogni mezzo.

In pratica: se i terroristi attaccano l’identità capitalista dell’occidente, sono un’inderogabile minaccia e dobbiamo intervenire in fretta, senza troppa ponderazione. Se invece uccidono chi non la pensa esattamente come loro, devastano i simboli culturali e archeologici dell’identità occidentale e costringono alla fuga ampi strati della popolazione locale, possiamo prenderci il lusso di stare a guardare e ad aspettare.
Mi piacerebbe che qualche giornalista chiedesse ai politici di dare una lettura dei fatti, di offrirci delle risposte un attimino più complesse di “modifichiamo il diritto di asilo“, perché stiamo a parlare degli effetti e non delle cause. Mi piacerebbe davvero.
Mi piacerebbe che la foto di Aylan morto non fosse su tutti i giornali. Perché quello non è Aylan. È Aylan morto annegato.

Il mio contatto più stretto con la morte risale a circa tre anni fa: ho perso mia madre. È morta a casa sua, dopo una lunga agonia.
Come da manuale, l’abbiamo esposta in una camera ardente. Ricordo ancora la mia vergogna nel mostrare mia madre morta a tutti coloro che avessero voluto guardarla. Mia madre non come le piaceva mostrarsi: non con i suoi splendidi ricci biondi messi in piega, non con addosso uno dei suoi vestiti preferiti, non con i suoi lineamenti di sempre.
Mia madre morta. Con le sue labbra ferite a sangue dagli spasmi del dolore. Con le occhiaie. Con i capelli radi, ingrigiti, tagliati corti, deturpati dalla chemioterapia.
Mia madre con addosso un completo che non le piaceva, ma era dignitoso e facile da infilare nonostante i tubi e tubicini attaccati al suo corpo e il rigormortis. Con una sciarpa regalatale da una sua amata amica, con ai piedi le scarpe che ci scambiavamo di più.
Non sono stata io a comporla per la bara. In quei momenti ero sconvolta. Ricordo di essere uscita di casa, dopo la sua morte, e di esservi rientrata qualche ora dopo. L’ho trovata già pronta, nella bara. Fredda. La pelle bianca come te la fa la morte.
Mia zia l’aveva truccata un minimo. Per non mostrarla nuda e cruda ai suoi amici e parenti. Per darle quel decoroso rispetto che avrebbe voluto. Ricordo di aver notato il lucidalabbra: glielo tolsi. Mia madre lo odiava. Lo sostituii con un bel rossetto color carne.
Questo espediente non servì a placare una sensazione, che definirei di vergogna.

Non sopportavo che chiunque potesse entrare in quella stanza e guardare mia madre in quelle condizioni, e riconoscere in quel corpo proprio lei. Lei che non era più quel corpo. Lei che era stata molto più che una malata di cancro, e ora era impietosamente ridotta a un fantasma dentro a una bara, costretta a farsi guardare senza poter selezionare il suo pubblico, senza poter celare le proprie sofferenze passate, senza poter scegliere come presentarsi al prossimo.
Ho sofferto molto, quanto hanno inchiodato la sua bara. Ma di una cosa ero felice. Finalmente nessuno avrebbe più potuto guardarla così, morta. 
Era come se potesse tornare viva, almeno nel ricordo e nell’immaginazione di chi la amava. Bella, come era e come voleva essere.

Guardando la foto di Aylan, ho provato la stessa, identica sensazione di vergogna. Mi sono chiesta che diritto avessi di guardare la schiena e le mani di un bambino sconosciuto, che non era mio figlio né mio fratello. Poteva esserlo; ma non lo era.
Io non ho mai conosciuto Aylan, la sua storia non mi appartiene, non ho alcun diritto di appropriarmene per vedere in lui il simbolo della sconfitta della mia civiltà.
Non ho il diritto di guardare il suo corpicino esanime sulla spiaggia. Posso, invece, smettere di leggere i giornali pigramente chiusi sull’oggettività delle notizie. Posso cercare delle spiegazioni al perché dell’emigrazione di massa. Posso pretendere dai politici del mio paese delle interpretazioni, delle risposte e delle decisioni. Questo è un mio diritto, ed è ora che lo rivendichi con forza. Lo devo ad Aylan.

Irene Moccia
@twitTagli 

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