Manuale estivo di baccaglio selvaggio (con chitarra)

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Poche cose ho imparato nella vita. Su tutte, una: la chitarra ha un mostruoso effetto moltiplicatore, ed anche il peggior imbranato con il gentil sesso trova nelle sei corde altrettanti assi. Perché la chitarra fornisce un personaggio vincente da giocarsi, un ruolo sociale facile da recitare. Giustifica l’esibizionismo, fa allegria, tu sei “quello che sta suonando”.
A patto, va detto, di avere una strategia giusta. Certo, una strategia: cos’è, credete di tuffarvi nella malabolgia di una spiaggia serale senza un piano ben congegnato?
Ecco a voi il…

MANUALE ESTIVO DI BACCAGLIO SELVAGGIO (con chitarra)

SITUAZIONE IDEALE – Spiaggia del Bel Paese, da Ventimiglia a Trieste passando per Scilla e Cariddi.
QUANDO – Serata; o meglio, pre-serata. Nonostante l’indiscutibile fascino della chitarra, c’è ancora qualche buzzurro che preferisce zompare in discoteca a ballare (?) house piuttosto che stare su una spiaggia a ripassare il Grande Rock Internazionale.

Iniziare la pantomima attorno alle nove ha quindi degli indiscutibili vantaggi:

  • consente di non passare troppo per orsi, perché – formalmente – non state rompendo le uova nel paniere a nessuno, “perché in realtà in discoteca ci andremo dopo” – se proprio qualcuno ce lo imporrà con la forza;
  • lo spazio di tempo tra l’abbuffata serale e l’orario in cui ci si può fiondare in un locale per pagare nove euro un Mojito deve essere occupato;
  • si può sfruttare il momento-tramonto, che pur essendo uno dei topoi narrativo-scenografici più logori, frusti e abusati, il suo porco effetto lo fa ancora, specie sulle straniere – le quali sono intimamente convinte che “un tramonto in Italia è diverso”. E chi siamo noi per mettere in discussione questo loro dogma?

Palma de Mallorca falò spiaggia

IL GRUPPO – Meglio che sia misto: italiani e stranieri. Non che il seguente manualetto funzioni solo con rampanti tedeschine, francesine, olandesine e via discorrendo.
Solo che questa alla fin fine è una pagliacciata in piena regola, una moina napoletana, e le nostre connazionali (abituate) la sanno valutare per quel che è.
Le straniere, invece, vengono colte di sorpresa. La componente italiana del gruppo, tuttavia, serve: serve per il coro.
Ma andiamo al sodo. La regola fondamentale è questa: tatuatevela in caratteri gotici sul braccio sinistro se non riuscite a mandarla a memoria.

COLUI-CHE-SUONA-NON-DEVE-SUONARE-TUTTA-LA-SERA

Primo, perché se no rompe le balle; secondo, perché tampinare una tizia mentre sei comunque concentrato a fare l’accordo giusto è complesso.
Quello che intendo è semplice: su una spiaggia bisogna suonare 15-20 minuti, ed avere uno spettacolo teatrale messo ben ben a puntino. Sono quattro, cinque canzoni, appunto 15 minuti (perché uno non le finisce praticamente mai, le tracce, e dunque durano di meno).

Inizi con un grande classico italiano, Ligabue va benissimo: Viva, Seduto in riva al fosso, Certe notti son perfette. Ho messo via, secondo me, meno, perché provoca nella parte italiana femminile del gruppo quei lucciconi malinconici che le altre pischelle avvertono, pur non capendo un tubo del testo.
Se uno è capace, può arrischiarsi anche nell’arpeggio di Una canzone per te, di Vasco. A patto di non fare troppo lo splendido; a patto di non sbagliare il riff.
Vietato Batttisti – ma se siete chitarristi, ve lo vietate da soli, ché dopo un po’ vi chiedon di suonare sempre e solo “LeBiondeTrecceGliOcchiAzzurriEppoi” e hai voglia a spiegare, tutte le volte, “Ah, sì, La canzone del sole” “Sì sì, quella quella”.

Il grande classico italiano serve per rompere il ghiaccio, far cantare i compatrioti, creare atmosfera.

Secondo pezzo: ballad del grande rock internazionale. Ché voi siete uomini di mondo, aperti e raffinati. Van bene Wish you were here, Nothing else matters, Sunday bloody Sunday.
Intanto, ti inizi a guardare attorno: no, quella è un cesso; quella è troppo fica, non me la darà mai. QUESTA! Questa è un onesto ceto medio, vediamo di giocarcela.
E ti metti a gigioneggiare – possibilmente, non dicendo il termine “gigioneggiare”, che sa di rancido come un vino al confine con l’aceto. Il vocabolario forbito non serve, anzi fa danni, soprattutto in tenera età.

Terzo e quarto pezzo: devi far vedere che sei bravo. E quindi blues. Get back dei Beatles, Sweet home Alabama, Sweet home Chicago. Brani che fanno effetto, ma alla fine son davvero semplici, più fumo che arrosto.

Se si vuole deviare dal copione, e si inizia a suonare uno Sweet home Moncalieri, si sappia che può essere un errore difficilmente recuperabile.
Impara a memoria: Sweet home Moncalieri = stai facendo troppo lo scemo = stai andando fuori dagli schemi = ti stai prendendo dei rischi. Magari ci sta la superfica, ma magari non ci sta nessuna. Limitati al compitino, che il pareggio lo porti a casa!

 Manuale estivo 1

Sulla quinta canzone non c’è scelta – almeno, non c’era per me: Your song di Elton John, facendo il piacione. Se il ceto medio è capitolato, lo capisci lì.
Non importa che abbia gli occhi del più ordinario e desolante nocciola di questo universo: alla frase “You see I’ve forgotten, if they’re green or they’re blue”, detta ammiccando e in modo che questa pensi “Oh, la sta cantando proprio a me”, tu capisci.

Capisci se ce n’è o non ce n’è. E se il ceto medio è capitolato, passi la chitarra alla tua destra e fai vedere che sai arpeggiare ben altro, con ben altro stile.

Umberto Mangiardi 
@UMangiardi

[Non funziona sempre, ma ha dato frutti migliori di tante altre cose]

 

 

 

 

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