L’Inter di Mancini non gioca male e può vincere lo scudetto

mancini.jpg

L’undicesima giornata di campionato regala a tutti noi appassionati un verdetto a suo modo sorprendente: l’Inter batte la Roma capolista in quel di San Siro e torna meritatamente in vetta alla classifica, già peraltro lungamente assaporata in questo primo scorcio di stagione.

La primazia della Beneamata non è un caso né un dato trascurabile, e una piccola statistica lo conferma. Negli ultimi cinque campionati, in tre casi su cinque chi era in testa al campionato all’undicesima giornata ha poi conquistato il titolo in primavera; negli altri due casi, l’Udinese arrivò terza nella stagione 2011/’12 e due anni dopo la Roma seconda.

Se si estende il calcolo alle prime quattro della classifica, si osserveranno risultati ancora più certi. Nel 2010 solo la Lazio, seconda all’undicesima giornata, non confermò il proprio posto nella top-four scendendo al quinto posto ai danni dell’Udinese dei miracoli di Guidolin.
L’anno successivo, le prime quattro (Udinese, Lazio, Milan e Juventus) si confermarono in blocco a fine stagione. Nel 2012/’13 fu l’Inter di Stramaccioni a illudere i propri tifosi con il crollo verticale della seconda parte di stagione, mentre Juventus, Napoli e Fiorentina mantennero le posizioni di vertice fino alla fine. Nell’anno dei 102 punti della banda-Conte, Roma, Juventus e Napoli occupavano già le prime tre posizioni a questo punto del campionato. Fu nuovamente l’Inter a mancare l’appuntamento con la top-four facendosi scavalcare dalla Fiorentina di Montella (ma giungendo comunque quinta).
L’anno scorso la Juventus era già in testa a questo punto del torneo tallonata da Roma, Napoli e Sampdoria. A fine maggio la classifica vide la retrocessione al quinto posto del Napoli a scapito degli uomini di Pioli e una risalita della Fiorentina dall’undicesimo al quarto posto.

Il 75% di chi all’undicesima giornata figurava tra le prime quattro ha poi concluso al vertice la stagione. Questo per dimostrare che  le ambizioni da primo posto dei nerazzurri non sono soltanto legittime, ma ben fondate.

In realtà oggi giorno la critica che viene mossa ai giocatori di Mancini (e a Mancini stesso) non è tanto quella di non poter nutrire ambizioni d’alta classifica  – giacché sarebbe un controsenso -, ma quella di non meritare la posizione guadagnata sul campo per via di un gioco non esattamente spumeggiante e di una buona sorte che un po’ troppo sfacciatamente, si dice e si legge, sta accompagnando le partite dell’Inter e voltando di volta in volta le spalle ai suoi avversari.
Su queste pagine non intendo certamente discutere se Mancini abbia o meno una buona luna con sé; voglio invece concentrarmi su quanto la critica afferma in merito al bel gioco dell’Inter.

La domanda a cui voglio dare una risposta qui suona così: “ma l’Inter gioca davvero così male?”. Fortunatamente il concetto di bel gioco non esiste in maniera oggettiva e legittimamente ognuno di noi può alzare il ditino ed esprimersi a riguardo senza temere risolini o risposte ironiche: è fondamentalmente una questione soggettiva.

È anche vero, però, che negli ultimi anni da questo punto di vista la critica calcistica è andata uniformandosi su definizioni di bellezza calcistica di provenienza ispano-catalana, che, seppur abbiano arricchito notevolmente il dibattito e cultura in merito all’estetica sportiva e in particolar modo calcistica del nostro paese, hanno finito per assumere contorni tirannici e se vogliamo anche un po’ apodittici.
Il modello è rappresentato da Guardiola e dalla sue esperienze barcelonista e bavarese, con una preferenza alla matrice blaugrana perché (per ora) più vincente e perché vuoi mettere Iniesta, Xavi e Messi in una stessa squadra; l’alternativa – non poi così tanto dato che gli uomini erano grosso modo gli stessi – la si può cercare nella Spagna campione di tutto degli ultimi anni.

Il fatto che questi modelli di calcio abbiano entusiasmato gli occhi di milioni di tifosi nel mondo vincendo tutto quello che c’era da vincere ha stretto un connubio ormai inscindibile tra stile, bellezza e vittorie rendendoci dimentichi di due dati fondamentali:
a) che quello non è l’unico modo di fare bel calcio, e
b) che si può vincere anche giocando male.

Il punto a) non ha bisogno di molte spiegazioni e in fondo non è questo il luogo giusto per dilungarvisi: basti dire che il Bayern Monaco di Heynckes (o, tornando leggermente indientro, il Milan di Ancelotti) si è bellamente pappato ogni tipo di trofeo nazionale e internazionale praticando un gioco anni luce lontano dai concetti sacri del Guardiolismo (possesso palla e copertura osmotica dello spazio) basato su verticalità e accelerazione e incantando ugualmente le platee di tutta Europa.

Anche sul punto b) in fin dei conti non c’è bisogno di spendere molte parole. Ne bastano due: Chelsea 2012. Come la Champions League 2011/’12 sia finita nelle mani dei ragazzi di Di Matteo la scienza non è ancora stata in grado di spiegarlo: l’unica cosa chiara è che non si trattò di bel gioco.

Naturalmente l’Inter non si può ascrivere a nessuno dei due esempi sopracitati perché è ancora ben lontana dall’ottenere i risultati delle squadre sopra citate e perché non gioca certamente così male come il Chelsea di Di Matteo.
L’Inter quest’anno ha vinto ben sei partite per 1-0 e una per 2-1. Ha pareggiato tre partite, due volte 1-1 e il pareggio a reti bianche contro la Juventus. È capitolata nettamente contro l’altra capolista, la Fiorentina, per 4-1, una partita strana che vedeva dopo la prima mezz’ora i nerazzurri in dieci e sotto 3-0.

Calcoli alla mano, l’Inter ha subito 7 reti in 11 match e, se escludiamo il match casalingo contro i viola di Sousa, il bilancio sale a 3 in 10. L’anno scorso Mancini subentrò a Mazzarri proprio dopo l’undicesima giornata, quando l’Inter era nona in classifica e aveva già incassato 14 reti. A fine anno, di fronte a un ottavo posto, le reti subite ammontavano a 48 in 38 presenze. Questo vuol dire che, nonostante il cambio di guida tecnica, l’Inter ha manifestato per tutta la scorsa stagione una criticità nel reparto difensivo che l’ha portata a subire più di un gol a partita (1.26 con Mancini, 1.28 con Mazzarri).
(Non si pensi che il privilegiare la fase difensiva sia argomento del solo calcio italiano: ciascuna delle vincitrici dei cinque maggiori campionati ha subito nella scorsa stagione meno di un gol a partita.)

La campagna acquisti stile Expendables degli uomini mercato interisti ha fornito a Mancini materiale su cui lavorare per mettere a posto la situazione. Non soltanto Miranda e Murillo, ma anche Melo e Mr. 40 milioni Kondogbia per dare fisicità e vigore atletico a una mediana risultata incapace di fare filtro e dare protezione alla retroguardia. A giudicare dai numeri, il tentativo è più che riuscito.

A questa inespugnabilità difensiva si accompagna una certa stitichezza offensiva: è innegabile che l’Inter segni poco (un gol a partita) e che, soprattutto, abbia saputo distribuire le reti in ogni match: solo in una circostanza, contro il Carpi alla seconda giornata, ha realizzato più di una rete; solo in una non è stata capace di segnarne nemmeno una.

L’incontro con la Roma di sabato sera dice molto sulla forza e sull’attitudine di gioco dell’Inter 2015/’16 e, a mio modo di vedere, spiega perché attualmente non sia sostenibile l’affermazione che L’Inter gioca male.
Nello scontro tra il miglior attacco e la miglior difesa, come spesso succede ha prevalso la seconda, con buona pace dei vari Dzeko, Salah, Pjanic e compagnia cantante. Non una semplice prevalenza: se si esclude un’occasione in cui il centravanti bosniaco è libero di calciare a porta quasi sguarnita al 22’ del primo tempo, la difesa interista non ha concesso la benché minima palla gol. Al netto delle difficoltà romaniste in attacco – perché ce ne sono –, è un grande risultato dato che la squadra di Garcia era data per favorita e aveva totalizzato 25 reti in sole 10 giornate di campionato.

Questo grande risultato non è ovviamente frutto del caso né è, come testimoniano i dati, una prestazione occasionale. Partendo dal presupposto che c’era la necessità di registrare le sbandate difensive dell’anno scorso, Mancini ha deciso di costruire la propria corazzata facendo proprio della difesa il proprio punto di forza. Contro la Roma ha impressionato la forza tattica e mentale degli interisti, capaci di non soffrire mai in una partita in cui l’avversario ha fatto quasi il 60% di possesso, ha tirato quasi 20 volte e ha compresso i nerazzurri nella loro metà campo per lunghi tratti.

Difendersi bene non è un crimine e non è nemmeno sinonimo di brutto calcio. Difendersi con ordine, con eleganza ed efficacia, grazie a due fenomeni difensivi come Miranda (e si sapeva) e Murillo (grandissima operazione di mercato, la sua), e saper far male all’avversario quando necessario e in maniera imprevedibile – alzi la mano chi si era giocato il gol di Medel da fuori – rappresenta semmai uno stile asciutto e un po’ cinico, ma non necessariamente brutto o anti-estetico.
Certamente è lontano dal modello spagnolo, dai concetti di possesso palla totalitario e di movimento continuo e anche un po’ isterico. Fa piuttosto propri i concetti di ripartenza e di transizione rapida tra difesa e attacco, e libera l’estro e la fantasia dei propri uomini di talento – e così si spiega l’ottimo inizio di campionato di Jovetic. Valorizza le qualità di una rosa che, d’altra parte, è stata scientemente costruita scientemente per praticare un calcio così.

Non imporre il proprio gioco e riuscire nel tentativo di non subire mai quello altrui è una virtù che pochi nel calcio possono vantare e che sarebbe riduttivo circoscrivere alla categoria del pragmatismo – e si potrebbe intavolare una lunga discussione sul fatto che l’Inter non imponga sul serio il proprio stile agli avversari. Contro la Roma non si è avuta nemmeno per un secondo la sensazione che la partita si stesse per incanalare su binari indesiderati a Mancini, mentre in un paio di circostanze, il calcio situazionista di Mancini ha portato i suoi uomini a un paio di passaggi dal 2-0.

Commentando il match tra Lazio-Milan e la brutta prestazione dei laziali, Massimo Mauro ha detto un po’ ingenerosamente che Mancini è l’unico grande allenatore della nostra Serie A. Non condivido quest’affermazione nelle sua radicalità, ma certamente la forza mentale e l’essenzialità di questa Inter impressionano. E il merito di tutto ciò è da attribuire a una sola persona: Roberto Mancini.

Maurizio Riguzzi

Segui Tagli su Facebook e Twitter

Post Correlati

Leave a comment

Devi essere loggato per commentare.