L’equilibrista Matteo, tra Silvio, Grillo e un parlamento ingestibile (ma ricattabile)

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Ricapitoliano. Dopo mesi passati nel PD in cui il leitmotiv era “se c’era Renzi vincevamo le elezioni”, il PD ha fatto un congresso che ha consegnato all’ex Sindaco di Firenze una maggioranza schiacciante nel Partito.
Forte di quell’investitura, con un semplice voto nella Direzione del PD Renzi ha dimissionato Letta senza troppe difficoltà, preso in mano le redini del Governo e dato il via a tutta una serie di provvedimenti che – pur essendo lungi dall’essere compiuti – se portati a termine nei tempi previsti sarebbero una piccola rivoluzione della nostra Repubblica.
In tutto questo ci sono state le elezioni Europee, con il PD che ha disintegrato tutti gli avversari quasi doppiandoli, raggiungendo una percentuale mai vista nella storia recente del nostro Paese.

Eppure, nonostante quella che appare una strada spianata, Renzi è continuamente all’attacco, sempre al rilancio, con la minaccia sempre pronta per quelli che sembrano i suoi avversari principali, il M5S e i cosiddetti dissidenti interni.
Tutto questo in un panorama invece dove pare solida, anzi solidissima, l’alleanza con Berlusconi stilata nell’ormai celebre incontro al Nazareno (sede nazionale del PD).
I più maligni fanno notare, addirittura, che Renzi sia più ben disposto con Berlusconi che con alcuni dei suoi stessi compagni di partito.

Sorge spontanea dunque una domanda: perché? Perché Renzi non ha il pieno controllo dei “suoi” gruppi parlamentari. Tendiamo spesso a dimenticare, infatti, che l’attuale Parlamento proviene direttamente da un’altra epoca, quella di Pierluigi Bersani e della sua “Italia giusta” (il cartello elettorale con SEL che ha “non vinto”).
La compagine democratica che siede nei seggi di Montecitorio e Palazzo Madama è una derivazione del PD di Bersani. Certo, sappiamo bene come il “carro del vincitore” sia stato abbondantemente assaltato da una larga maggioranza dei parlamentari del PD, ma alla resa dei conti sono rimasti parecchi antirenziani che, pur essendo in netta minoranza all’interno del partito, sono ancora in grado di far la voce grossa nei gruppi della Camera e soprattutto del Senato.

D’altronde non è un caso che quel volpone del Presidente del Consiglio lavori ad un sistematico dividi et impera, nel tentativo di mettere le minoranze una contro l’altra per evitare che si coalizzino: difatti, se le minoranze riuscissero a essere unite, potrebbero boicottare sistematicamente i già zoppicanti provvedimenti che escono da un Consiglio dei Ministri tanto rapido nello sfornarli e tanto maldestro nello scriverli (basta accorgersi dei continui e trafelati accorgimenti che vengono impiegati in Aula e nelle Commissioni per renderli “commestibili”).

Ma uno su tutti è il cruccio di Renzi: quello dell’abolizione del Senato. Il Presidente del Consiglio sa che per abolire il Senato senza passare dal vaglio del referendum costituzionale (che allungherebbe di molto i tempi di realizzazione) è necessaria una maggioranza dei due terzi in entrambi i rami del Parlamento. Ed è precisamente questo il motivo per cui Renzi è così dialogante con Berlusconi e così poco con Grillo e la sua minoranza.
Crede (o quantomeno spera) che Berlusconi non abbia alcun interesse a far saltare un accordo che sostanzialmente porterebbe a compimento uno degli obiettivi storici del Cavaliere: l’abolizione del Senato (ricordate quante volte Berlusconi ci ha raccontato del palleggio tra le due camere per approvare una legge?).
Inoltre Renzi ritiene il leader di Forza Italia più rapido nel prendere decisioni, al contrario di una compagine grillina che non ha un processo trasparente dal punto di vista decisionale, con la rete e Casaleggio sempre pronti a far saltare il banco. In questa ottica si comprende anche la durezza nei confronti dei “dissidenti” interni.
Costoro, tuttavia, seppur maldestramente (vedi il caso-Mineo) stanno mettendo in luce dei pericoli reali: la manovra a tenaglia “legge elettorale+riforma del Senato” implica la rimozione dal nostro ordinamento di quei contrappesi tra i poteri (che sono alla base stessa della nostra Costituzione), e non si sa né come né quanto una conseguenza del genere sia stata soppesata dai legislatori.

Renzi al tempo stesso teme di perdersi nella giungla parlamentare (che non conosce e per certi aspetti non comprende): questo non solo rallenterebbe i suoi progetti di riorganizzazione statale, ma lo farebbe apparire immediatamente “uno da vecchia politica”, quella dei compromessi e delle decisioni rimandate.
Infine, Renzi teme che per accontentare i suoi dissidenti finisca per scontentare Silvio – e quindi perdere quel famoso 66% di cui ha bisogno per abolire il Senato.

Insomma, tutto gira intorno ai numeri in Parlamento, numeri che sono croce e delizia di Renzi. Già, delizia: perché c’è un altro fattore che gioca a favore del Matteo. 
Renzi può minacciare una volta ogni due giorni i dissidenti con il famoso “se non mi fate fare le riforme io vado a casa”. E questo è diabolico: tutti – soprattutto i dissidenti – sanno che, in caso di eventuali elezioni, una metà abbondante degli attuali parlamentari non sarebbe rieletta, proprio perché espressione del PD di Bersani…
Su questa “paura di perdere il posto” gioca molto Renzi, e continuerà a farlo – almeno fino a che i sondaggi o una nuova legge elettorale non gli suggeriranno di fare altrimenti.

Domenico Cerabona 
@DomeCerabona

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