L’ennesimo teatrino della solita Roma: quella che non vuol cambiare

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Non sono certo il primo a dire che Roma è una città piena di contraddizioni.
Però Roma è una città piena di contraddizioni, c’è poco da fare.
Vivere a Roma è come entrare ed uscire continuamente da dimensioni oniriche che una volta superate sbatti di nuovo la faccia contro la realtà.
Ad esempio si vede un magnifico tramonto da ponte Garibaldi, quello che passa sopra l’isola Tiberina (per i non romani). Dando le spalle all’isola ti si piazza davanti il Tevere, e sulla sinistra sbuca il cupolone e tutto ti sembra molto bello. Poi fai cento metri e ti ritrovi a far slalom tra cacche di cani e monnezza buttata un po’ ovunque.
Sogno e realtà, due colpi uno dopo l’altro.

Un altro portale dimensionale di questo genere lo varco quando mi ritrovo ai sempre più belli e numerosi tratti di strada inondati di street art. Interi quartieri (dal Quadraro a Primavalle, da San Basilio ad Ostiense) coperti di pezzi unici, di artisti nostrani ed internazionali, vere bellezze che danno finalmente un colore e molto spesso un’identità in zone dimenticate da troppo tempo, forse da sempre.
Poi però arriva il genio che con il suo tag va a rovinare il muro, perché scrivere il proprio “street name” ovunque è più importante che permettere al tuo quartiere di godersi la vista di un qualcosa che non sia una svomitazzata di spray.
E questo ti riporta alla realtà, con due schiaffi in faccia.

Non sono certo il primo a dire che uno dei più grossi problemi, a Roma, sono i romani.
Però anche questo è vero, è una realtà assodata.
C’è chi preferisce buttare il sacco dell’immondizia a terra perché il secchione è pieno e non fare cento metri in più per raggiungere quello vuoto è troppo faticoso. Un’impresa.
Ci sono le macchine in doppia fila per comprare al volo le sigarette che “ah viggile ma sò stato via solo cinque minuti!”, c’è la cicca buttata in terra con decisione ché siamo tutti star del film di azione con lapilli al rallentatore e faccia cattiva. C’è il passare sulle strisce mentre i pedoni attraversano e farlo ignorandoli completamente, c’è il passare dietro a chi sta timbrando il biglietto che siamo tutti più furbi del prossimo.

La Mafia Capitale non è solo quella delle ingenti somme di denaro che girano di mano in mano, che finiscono in valigie dirette in Sudamerica, non sono le minacce né gli ingranaggi oliati (unti) giorno dopo giorno. Roma è mafiosa nei modi, nella quotidianità, nell’esposizione dell’illegale a schiacciare il lecito (i gladiatori, le finte guide, i tour su furgoncini senza bollo, le bancarelle in ogni angolo).
Roma ti schiaffa in faccia il fatto che può fare “come je pare” perché chi ci abita già lo fa.
Però allo stesso tempo il romano pretende che altri facciano quello che lui non fa: tenere pulito, parcheggiarsi bene, portare i rifiuti ingombranti all’isola ecologica, non schiamazzare, usare poco il clacson.

Immaginate quindi quando è arrivato un sindaco che ci ha messo davanti alla realtà dei fatti: c’è la Mafia, a Roma. C’è la Mafia degli appalti truccati, delle società dei prestanome, quella delle gambizzazioni nemmeno si fosse nel Padrino, e poi c’è quella fatta di superbia e supponenza di persone normali che si adattano alla città e che la modellano di conseguenza.
Inaccettabile, per il romano, farsi un esame di coscienza. Mettersi davanti allo specchio per dirsi in faccia che forse, anche lui, ha contribuito a cotanto sfacelo, è un atto di maturità che non esiste, tra i miei concittadini.
Anzi, ci si offende.
E quindi si preferisce puntare il dito sulle buche, il traffico, ci si sorprende dei continui scioperi dell’ATAC, la negligenza dell’AMA, e tutto viene scaricato sul Sindaco. Perché è lui il responsabile di tutto, anche se questo tutto era presente già da prima. Da sempre.
Eh ma prima la monnezza la levavano, i giardini un po’ li pulivano, mò è tutto fermo!

Ora, non per fare del bassissimo complottismo che non mi si addice, ma penso che nel momento in cui vai a scoperchiare un vaso di Pandora enorme, quando tagli anche dei piccoli e pochi tentacoli di una piovra che sovrasta la città, crei un cortocircuito. Si crea un momento di stallo in cui la piovra l’hai sì colpita, ma è tutto tranne che morente. Lei blocca tutto, mette sul piatto la sua vera potenzialità: il boicottaggio.
Con la precedente, disastrosa, malata amministrazione questo non accadeva, perché faceva comunque cadere le giuste gocce di olio vecchio per far muovere rotelle che, anche stancamente e piano, fanno muovere la città. “Tutto va bene finché tutto va male”, per citare chi l’apatia e la cattiveria di questa città la denuncia da sempre.

Non sono il primo a dire che Marino ha peccato di ingenuità.
Molta, moltissima ingenuità.
Quello che so è che nessun Sindaco potrebbe risolvere i problemi quotidiani di Roma in due anni.
Nessuno.
Ignazio Marino ha osato toccare dei nervi troppo tesi e troppo grandi, di quelli che ti soffocano lentamente non appena li sfiori. Forse ha pensato di essere in un paese normale, dove un tale marciume già non dovrebbe esistere, ma che se proprio devo mi sporco le mani. Non si è ricordato di essere in un paese in cui l’immagine e la comunicazione (due punti molto deboli del Sindaco) contano moltissimo, molto più delle cose che non si vedono e da cui invece si deve partire per sovvertire un corso degli eventi sempre più nefasto.
Non ha annotato, sui suoi quaderni, che il Vaticano c’è e non perdona le unioni civili.
Lui, che tutto dovrebbe perdonare.

Il discorso degli scontrini è una scusa (e fino a quando non ci sarà un verdetto a riguardo, sarà anche una scusa infondata), così come le vacanze, il lassismo davanti al funerale più famoso ormai di quello di Lady D. Sono tutte spallate che impressionano il grande pubblico perché “tanto rubano tutti” e quella rabbia mal repressa esplode in tutta la sua voglia di giustizia, anzi di vendetta.
Si diventa ciechi e sordi a qualunque tipo di tentativo di cambiamento.
I tombini si riaprono e per le strade, in Campidoglio si riversano fascisti, palazzinari, (ex?) leghisti, grillini.
Tutti insieme, come non si vede mai e come già non si vede più.
Le mani si sfregano di nuovo, a Roma, pronte per ricominciare a stringerne altre.

Non sono il primo a dire che Roma era così anche prima, e che non vuole cambiare.
È notizia di questi giorni che, subito dopo l’ufficializzazione delle dimissioni di Marino, il governo ha magicamente sbloccato 30 milioni di euro per il Giubileo. Che “prima non c’erano”.
È notizia di oggi che tre persone sono state arrestate per degli appalti truccati, con una mazzetta da 2000€.
Roma si vende “pè dù sacchi”.
Di nuovo.

Jacopo Spaziani
@twitTagli

 

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