Le 10 cose che vedremo nel football 2017

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Breve elenco di previsioni, ragionamenti e situazioni che potrebbero accadere nello sport più amato del mondo durante i prossimi 365 giorni. 

1) Il Psg non vince la Ligue 1
Da quando la proprietà qatariota ha acquisito il Paris Saint Germain, i parigini sono stati i padroni incontrastati del campionato francese, con una parentesi (al primo anno) della Montpellier, vincitore a sorpresa della Ligue 1 nel 2011/’12.
A fine 2016 i campioni in carica sono terzi, staccati di 5 punti dal Nizza di Balotelli e sopravanzati anche dal Monaco dell’ex Torino Glik e del centravanti colombiano Falcao.
Inutile dire che il Psg, per qualità e lunghezza della rosa, è più forte di entrambe le squadre. È altrettanto inutile dire che si attende il calo delle contendenti: il Monaco è una squadra infarcita di giovani talenti e potrebbe non riuscire a mantenere l’intensità necessaria per vincere il titolo fino a maggio, mentre il Nizza è semplicemente non strutturato per arrivare primo. Ma tutto questo potrebbe non essere sufficiente ai parigini.
Il Psg deve risolvere alcune beghe interne – una su tutte: capire se puntare realmente su Emery – che potrebbero portare distrazioni nel girone di ritorno. E poi c’è la Champions League, il vero obiettivo della proprietà. I parigini incontreranno il Barcellona e i catalani non sono più lo schiacciasassi di qualche anno fa. Non sarebbe la prima volta che una squadra decide di privilegiare il cammino europeo a discapito del titolo nazionale.
E, in fondo, Emery è uomo di coppe.

2) Antonio Conte non vince la Premier League
L’ex C.T. della nazionale ha ribaltato in soli 5 mesi una formazione stanca e tecnicamente media portandola in vetta al campionato con ben 5 punti di vantaggio sulla seconda.
È il talento di Conte: far rendere ogni suo giocatore oltre le sue reali possibilità.
Il vantaggio acquisito non deve ingannare: il Chelsea ha costruito il suo primato con una serie di 13 vittorie consecutive, perdendo però ben 3 degli scontri diretti (su cinque totali: contro Liverpool, Arsenal e Tottenham), e vincendo contro i due Manchester.
Il girone di ritorno riporterà gli uomini di Conte sulla terra: sarà l’Arsenal di Wenger a succedere ai campioni del Leicester.

3) Guardiola andrà fuori di testa
L’incontro tra il calcio inglese e Guardiola era uno dei maggiori elementi d’interesse della seconda parte del 2016. 
Dopo un inizio perfetto – dieci vittorie nelle prime dieci partite – sono emerse le prime complicazioni: una difesa non esattamente a tenuta stagna, la volontà di trasferire troppi concetti in poco tempo ai suoi giocatori, la differenza tra i tempi di gioco delle squadre di Guardiola e la frenetica fisicità del calcio inglese.

Il climax – per ora – lo abbiamo avuto dopo la vittoria di misura con il Burnley: Guardiola ha parlato di presunte regole in vigore solo nel calcio inglese (sui contatti in area e ostruzioni al portiere) facendo un riferimento a un possibile, precoce, fine carriera. 

Sono segnali di difficoltà, magari anche previste e prevedibili, ma pur sempre tali.
Non c’è da scherzare. L’ex tecnico di Barcelona e Bayern si gioca molto in questi primi mesi di 2017: la fiducia incondizionata della dirigenza sul mercato della prossima estate e la salute psicologica. Fate voi…

4) Mourinho godrà per il punto 3
Siete l’Uomo di Setubal. Leggete il punto precedente.
State godendo, vero?

Per carità, se Atene piange, Sparta non ride; Mourinho in questo preciso momento è messo anche peggio di Guardiola: è sotto in classifica e, al contrario del suo rivale, ha palesemente costruito la sua squadra con l’obiettivo di vincere già in questa stagione.

Se però consideriamo che Mourinho conosce alla perfezione il calcio inglese e che sembra, sul finire di anno, aver recuperato il polso della squadra, pensare che lo United possa finire il campionato davanti al City non è un utopia.

5) Il triplete del Real
Essere Zinedine Zidane deve essere bellissimo. È stato un calciatore fortissimo. Ha vinto tutto, compresi un Mondiale con doppietta in finale e una Champions con un gol che praticamente nessuno mai in 150 anni di football.
È stato il secondo di Carlo Ancelotti al Real Madrid, uno da cui anche San Pietro dovrebbe imparare se volesse allenare.
È subentrato a Benitez, Be-ni-tez,  l’allenatore che è riuscito a farsi cacciare dopo aver vinto un Mondiale per Club (all’Inter), e che al Real è riuscito a mettersi contro spogliatoio e colui che l’aveva scelto soltanto pochi mesi prima, Florentino Perez.
Quando, a gennaio 2016, Zidane è rientrato a Madrid, ha trovato una squadra disposta a seguirlo sempre e comunque, qualsiasi cosa proponessse. E visto che la squadra proprio scarsa non era ha vinto l’undecima con l’ennesimo colpo di testa vincente di Ramos e terminando il campionato a un solo punto dal Barcelona.
Dicevano fosse la fortuna del principiante, ma poi, in successione, ha vinto la Supercoppa Europea, il Mondiale per Club ed è in testa alla Liga con tre punti di vantaggio sul Barca e un match da recuperare.

Insomma, questo 2017 sembra l’anno buono per:

  • Rivincere il campionato, cinque anni dopo l’ultimo, conquistato con Mourinho in panca;
  • Vincere la coppa del Re – il Real è praticamente già ai quarti avendo sconfitto il Siviglia per 3-0 nell’andata degli ottavi;
  • Fare il primo back to back in Champions League dai tempi del Milan di Sacchi. Non me ne vogliano i napoletani.

A Madrid, dopo anni di dominio tecnico e morale blaugrana, non sono mai sazi. E quest’anno ce lo dimostreranno.

6) In alternativa, il triplete della Juventus
Due anni fa fu finale, a Berlino. Il Barcelona si dimostrò superiore, non senza qualche recriminazione. Lo scorso anno la Germania fu nuovamente fatale con il Bayern di Guardiola, un paio di arbitraggi diciamo spensierati e molta, molta sfortuna.
Quest’anno in società non si accetteranno uscite dignitose prima delle semifinali. Allegri lo sa, è tutto l’anno che (si) prepara per quel pezzetto di stagione che inizia a marzo e finisce a maggio.
Motivi per pensare positivo ce ne sono: le sorti del campionato sono nelle mani dei bianconeri, per questioni di classe e di classifica; e anche in Europa, in barba agli scettici, Allegri ha potenzialmente la squadra giusta. È forte nei ruoli chiave (difesa e attacco), è dignitosa in mezzo.
E la concorrenza non è quella di qualche stagione fa: gli squadroni stile Barcelona di Guardiola o quello che si impose a Berlino hanno lasciato spazio a corazzate forti ma meno sistemiche, meno complete e travolgenti, e quindi battibili.
E poi c’è lui, il Conte Max. Il tempo incominciare a passare anche per lui. Un po’ perché il suo ciclo alla Juventus potrebbe essere alle battute finali, soprattutto in caso di non vittoria. Un po’ perché, considerando le statistiche dal 1992 a oggi, soltanto quattro allenatori hanno vinto la prima Champions League dopo aver compiuto i 50 anni: Del Bosque, Heinckes, Ferguson e Goethals.

 

E allora torna utile quel motto dice bene che vincere è l’unica cosa che conta. E il Conte Max lo sa.

7) Il solito doblete del Bayern
Se adesso preannunciassi che racconterò del calcio tedesco, mi accusereste di gridare al terzo triplete consecutivo – forse il più scontato dato che la competizione interna è in Germania, per diversi motivi, più debole che altrove.
E invece no, vi voglio sorprendere.
Il Bayern, quest’anno, non è ancora pronto per il trionfo europeo. Ancelotti non mancherà l’appuntamento con la storia, ma dovrà aspettare ancora un anno (almeno).
Per quest’anno si dovrà accontentare del più classico Doblete.
Come già nel 2016 e nel 2014. Alla dirigenza di Sabener Straße giudicare se si tratterà di fallimento o meno.

8) L’Italia non si qualifica al Mondiale
Passando alla categoria nazionali, lo bomba del 2017 sarà la mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali di Russia 2018.
Non fatevi ingannare dalla rivoluzione giovanilista di moda nel nostro campionato: i tempi di gloria per il nostro calcio non sono ancora maturi. Il peso dei colori azzurri graverà ancora sulla generazione nata a cavallo tra la metà degli anni Ottanta e i primi anni Novanta. Una generazione, dobbiamo dirlo – al netto di alcune eccellenti eccezioni – mediocre.
Ventura, tecnico che stimo profondamente, sta in realtà imbastendo un lavoro molto utile e di valore, formando un gruppo di calciatori che faranno le fortune del nostro calcio di qui ai prossimi 10-15 anni.
La nazionale italiana ha davvero un futuro radioso, io ci credo: solo che è ancora al di là da venire.
Per Russia 2018 però non ci sarà molto da fare: arriveremo secondi dietro la Spagna e usciremo ai play-off. Sorry Giampiero!

9) Mancini sulla panchina della nazionale
E indovinate a chi sarà affidato il post-Mondiale (che non giocheremo) in casa Italia? Lui, uno degli allenatori più discussi degli ultimi quindici anni: Roberto Mancini.
Diciamolo: quest’estate, con la fuga agostana dalla Pinetina, il Mancio si è leggermente rovinato la piazza.
Il silenzio degli ultimi mesi – pochissime interviste, nessuna apparizione in tv – testimoniano l’abbandono mediatico a cui si è in parte costretto da solo.
Mi rendo conto che queste non sono le migliori premesse per assumere l’incarico di tecnico della nazionale, ma facciamo un esercizio di thinking forward e immaginiamo l’ipotetico scenario del prossimo novembre. L’Italia avrà appena perso lo spareggio per l’ingresso al Mondiale e in Federazione impazzerà la polemica. Sarà una faccenda politica, perché il nostro calcio cambia con tempistiche premoderne e ci vuol ben più di una mancata qualificazione al Mondiale per smuovere realmente le acque.
Tavecchio, che avrà già un occhio alla possibile rielezione (il suo mandato scade nel 2018) dovrà gestire una situazione tremendamente complessa. Sarà lui infatti il primo bersaglio, un bersaglio facile, tra l’altro, giacché non dispone di una stampa propriamente amica. Ma, da dirigente navigato, Tavecchio saprà già come accontentare la plebe.
La conosce e sa che questa non ha bisogno di programmi e progetti, ma di un grande nome. Ma sarà novembre, non ci sarà nessun Antonio Conte sul mercato. Ci sarà forse Allegri, il quale però saprà di essere troppo spendibile per un top club europeo per diventare lo scudo e l’alfiere della rielezione di Tavecchio. Ed ecco che l’ex allenatore di City e Inter tornerà improvvisamente di moda.

Mancini e Tavecchio si piaceranno per molte ragioni. 
Il presidente federale avrà bisogno di un cosiddetto vincente e Mancini lo è; verrà anzi messa in piedi una vera e propria campagna agiografica per lo jesino in modo da esaltare le sue gesta e soprattutto la sua capacità di accettare e affrontare qualsiasi tipo di sfida (all’inizio della carriera Mancini allenò Fiorentina e Lazio ottenendo buoni risultati nonostante le gravissime difficoltà in cui versavano le due società) e verrà anche riesumata la sua abilità nel progettare le sue squadre dalle fondamenta, come nella sua prima esperienza all’Inter e al City. 
Mancini, d’altro canto, avrà bisogno di qualcuno che gli ripulisca la fedina per potersi rilanciare in grande stile.
Da non sottostimare l’aspetto calcistico: il Mancio, da grande allenatore, sa che il gruppo che sta emergendo in questi anni può portare a casa qualcosa di buono: magari non un Mondiale, ma un Europeo sì. 

10) La Cina è vicina. Il calcio europeo ai piedi dell’impero d’oriente
Eravamo abituati a considerarci l’élite, il meglio del meglio.
E quando, tra tycoon d’oltreoceano e sceicchi d’Arabia, il nostro calcio ha lanciato i primi segnali di una possibile diseuropeizzazione, abbiamo preferito credere che fosse l’ennesimo successo della grande Europa, che fosse il ripetersi di una storia antica, il nostro prodotto alla conquista del mercato globale. Era tutto vero, ma non avevamo fatto i conti con il portafoglio e l’intelligenza (altrui).
Fu così che americani, arabi e cinesi si dissero: perché continuare a investire per altri e non provare a far crescere il nostro movimento calcistico? Dapprima furono gli acquisti dei grandi vecchi, i campioni che andavano a svernare nell’ultima parte di carriera a Dubai o negli States. Oggi la Cina si muove su un piano completamente diverso: okay alle vecchie glorie, ma il cuore degli investimenti deve essere diretto a tecnici e giocatori di medio-alto livello. E se devono strapagarli (per ora), poco male; c’è l’appoggio del governo.

E attenzione: in soli sei mesi si è passati da uno come Pellè a Oscar, Witsel e Tevez. La Fifa correrà ai ripari, introdurrà nuove regole e forse la stessa Cina si imporrà una nuova gestione del pallone con salary cap e tetto agli investimenti per gli acquisti all’estero. Resta il fatto che la Cina pare voglia acquisire i diritti per l’organizzazione del Mondiale del 2030 e allestire una squadra competitiva. Il denaro non manca e l’idea di investire su giocatori medi e negli staff tecnici non sembra peregrina.
Crescerà il valore medio del calcio cinese, crescerà l’interesse verso il pallone, crescerà il movimento nel suo complesso. Staremo a vedere quel che sarà, ma attenzione: la Cina è sempre più vicina. È il capitalismo, bellezza.

Maurizio Riguzzi

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