L’angoscia di Glasgow: come la Scozia vive il referendum

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Se un turista oggi, a due giorni dalla data del referendum per l’indipendenza della Scozia, arrivasse a Queen Street Station – la stazione principale di Glasgow, che dà su George Square, dirimpetto alla sede del comune – senza sapere nulla della consultazione, probabilmente continuerebbe a ignorarne l’esistenza.
L’unica deviazione dal “business as usual” nella piazza principale di Glasgow, infatti, è un grosso striscione: lo ha piazzato lì il partito Verde scozzese.
Invita a votare a favore dell’indipendenza per liberarsi delle armi nucleari britanniche e per costruire una Scozia pacifica: si riferisce ai missili Trident, residuati della Guerra Fredda custoditi nella base di Faslane, ad appena 25 miglia da Glasgow, ed ai sottomarini atomici della Royal Navy.
Due persone sotto lo striscione, mentre la gente attraversa la piazza e gli impiegati mangiano il loro pranzo. Niente bandiere britanniche, neppure croci scozzesi dalle finestre delle case. Sventola solo la Union Jack sulla sede del comune.

Accanto a George Square c’è una delle principali vie dello shopping di Glasgow, Buchanan Street. Tanta gente che cammina e appena tre banchetti, due per il sì ed uno per il no.
Niente megafoni. Poche persone si fermano; le altre guardano distrattamente e passano. Regna il solito silenzio, interrotto solo dal suono delle cornamuse di qualche scolaro che si esibisce nella via pedonale per arrotondare la paghetta.

Dopo due anni di vita qui, me l’aspettavo: la flemma degli scozzesi, che li accomuna straordinariamente ai loro (odiati) cugini inglesi, è imperturbabile di fronte a qualsiasi cosa. Eventi epocali inclusi.
La stessa flemma e lo stesso carattere che insieme, scozzesi e inglesi, avevano già avuto modo di dimostrare durante la Seconda Guerra Mondiale, sotto le bombe tedesche: quando Signora Storia passa per queste lande, i britannici hanno sempre dimostrato di mantenere un autocontrollo encomiabile.

Non è che non gliene importi, anzi: ogni vecchio, ragazzina, giovane impiegato è perfettamente consapevole dello spartiacque che rappresenta il voto del 18 settembre. Sanno perfettamente che il Vallo di Adriano può tornare ad essere un confine, e non una vestigia dei millenni trascorsi. Sanno che le Highlands potrebbero svegliarsi libere – o, da un altro punto di vista, abbandonate.

Il passo è cruciale: non solo per la Scozia o per la Gran Bretagna, ma anche per la stessa Europa e per il mondo in generale. Troppi interessi, troppi poteri, troppa influenza, (mi ripeto) troppa Storia passano dal Regno di Sua Maestà Elisabetta II. Un regno che è sempre esistito, almeno nella prassi contemporanea, come Regno Unito.

Ma l’angoscia del passaggio della storia è qualcosa di interiore, di privato; come anche la decisione di cosa votare. E non è che non se ne parli: se ne parla, del Referendum e delle sue conseguenze, e tanto!
Ma non nelle piazze. Non vengono urlate le ragioni del sì o del no in giro, non ci sono le arringhe degli attivisti, non risuonano i megafoni per le strade di Glasgow, Edimburgo o Aberdeen.
Se ne parla in famiglia con le mogli, i figli, i parenti davanti alla televisione o davanti al tradizionale the, o con gli amici davanti ad una Tennant’s o ad una Guinness nei pub, o con i colleghi durante le pause di lavoro.
Se ne parla tra simili, con tutta la serietà e la gravità che richiede il momento. Se ne parla avvertendo la responsabilità di questa decisione.

La cultura britannica non è rumorosa e guascona come quella del sud d’Europa: qui nessuno si dispera davanti agli schermi televisivi o mette come foto del profilo il simbolo di un partito (o l’intenzione di voto).
L’angoscia è un sentimento interno e interiore, come anche la propria scelta: è un qualcosa di intimo, che non viene urlato ai quattro venti. Al massimo è esposta con delle spille, che fanno capolino sopra cappotti di eleganti signore inglesi. L’angoscia qui è fatta più di sguardi che di gesti o parole.

E l’angoscia è un sentimento che accomuna sia in un fronte che l’altro: tutti gli scozzesi hanno in famiglia almeno un parente inglese, molti di loro sono nati in Inghilterra o ci hanno vissuto anni e anni.
I loro nonni sono caduti nei campi di battaglia per difendere la loro nazione e il Re, e gli scozzesi di oggi devono capire se la loro Nazione e’ una giovane ragazza che vuole emanciparsi dalla matrigna oppure se il bene di tutti passa attraverso il condividere gioie e dolori, slanci e responsabilità.
È una sospensione tipicamente britannica, coinvolge le viscere e li lascia esteriormente imperturbabili. Si coccolano la pesantezza di questo momento con tutto il sentimento – ed è molto – di cui sono capaci: come tutte le cose in UK, il tutto è vissuto con quieta disperazione.

Hanging on in quiet desperation is the English way (Time, Pink Floyd)

Alessandro Sabatino
@twitTagli

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