Lampedusa: arrestati alcuni venditori di sogni

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Il percorso che permette a uomini, donne e bambini africani e mediorientali di allontanarsi dal loro Paese di origine è normalmente scandito da tre fasi:

  1. trovare un trafficante che permetta all’emigrante di spostarsi e riuscire a pagare l’imponente somma di denaro che costui chiede;
  2. raggiungere il porto da cui s’imbarcano le navi destinate a trasportarli;
  3. attraversare il Mediterraneo sperando di arrivare alle sue coste settentrionali vivi.

Nessuna delle tre fasi può definirsi meno ardua dell’altra, eppure soltanto la riuscita della loro somma garantisce un parziale successo all’impresa degli emigranti diretti verso l’Italia, impresa che più di una volta si è trasformata in tragedia.

È il caso di quel famigerato 3 Ottobre 2013, giorno in cui nel mare di Lampedusa morirono 366 profughi (in maggioranza eritrei) e di cui l’immagine asettica delle bare allineate ha scosso la coscienza di politici, giornalisti e persone comuni per molti giorni.
Da quel 3 Ottobre il Personale del Servizio centrale operativo e le Squadre Mobili di Palermo e Agrigento hanno avviato l’operazione “Glauco”, tesa ad individuare i responsabili della più grande tragedia del Mediterraneo negli ultimi 15 anni.

Ieri la matassa di lana che copriva nomi e responsabilità sembra essersi districata: la Dda (Direzione distrettuale antimafia) palermitana ha emesso nove decreti di fermo e cinque avvisi di garanzia nei confronti di eritrei, tutti residenti nella città di Agrigento e ritenuti responsabili di favoreggiamento dell’immigrazione e della permanenza clandestina; all’elenco si aggiungono anche i reati di associazione per delinquere e di “continue violenze fisiche e reiterate torture che hanno subito numerosi migranti, nonché i ripetuti stupri, anche di gruppo, cui sono state sottoposte diverse donne” (secondo quanto ha dichiarato stamattina la polizia di Stato.

Altri quattro indagati sarebbero ancora da ricercare tra l’Africa, la Svezia e la città di Roma, ma quel che sembra essere più inquietante sono le intercettazioni di chiamate tra i vari trafficanti: tali telefonate, oltre a rendere palese l’esistenza di un capillare “network malavitoso transnazionale”, riportano i discorsi tra uomini senza scrupoli che si arricchiscono sfruttando la disperazione quotidiana di Paesi da cui loro stessi provengono.
Solo nel mese di giugno sono stati circa 11.800 i migranti approdati sulle coste sicule, 55 i dispersi in mare e 48 coloro per i quali le prime due fasi del viaggio sono state rese vane dall’ultima, la traversata del Mediterraneo.

“Inshallah”, così ha voluto Allah, risponde al telefono il trafficante libico resposabile del trasporto tramutatosi in tragedia al suo complice sudanese.
Come se fosse una di quelle volte in cui si fa i conti con una vicenda qualsiasi: si sa, è necessario mettere in conto e accettare che un qualcosina ogni tanto possa andare storto. Metterlo in conto è la parte più facile, chiosano; accettarlo è quella più dura.
Ma nonostante il successo raggiunto quest’oggi, finché le guerre e la povertà a sud del Mediterraneo spingeranno disperati a dover (più che “voler”) fuggire; finché Bruxelles farà finta di non vedere le coste sicule e l’isola di Lampedusa; finché continueranno ad esservi vittime nel Mare “Nostro” (vedi l’altroieri, altri 30 da aggiungere all’elenco), accettare questa realtà non sarà così indolore. Figurarsi ritenerla la volontà di qualche dio.

Elle Ti
@twitTagli

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