La Stanza Ovale dello zio Tom

[questo articolo è una risposta all’articolo “Chi ama Obama (senza sapere perché?)” apparso ieri]

In questi giorni anche io, come Umberto e molti altri, sono stato letteralmente bombardato di informazioni riguardanti l’elezione del Presidente degli Stati Uniti.

Facebook, Twitter, quotidiani, talk show, addirittura discorsi nei bar, nelle università, negli uffici: gli italiani (e come noi buona parte degli europei) hanno voluto esternare il proprio tifo per il candidato democratico, il presidente in carica, Obama. Fuori dai denti, rappresento il campione medio descritto nell’articolo di Umberto, che poco o niente sa di Obama, ed altrettanto di Romney; tuttavia, voglio provare a dare una mia risposta all’interrogativo proposto da Umberto, “cosa ha fatto Obama per meritare il nostro disinteressato sostegno?”.

Perché siamo d’accordo sull’esistenza del “martellamento culturale”, ma non sul fatto che basti a giustificare l’isteria collettiva delle ultime ore; può accrescerla, ma non vivendo negli Stati Uniti e, soprattutto, non essendo americani, il nostro sentire è radicalmente diverso da quello d’oltreatlantico, a prescindere dal bagno di (sub)cultura stelle e strisce in cui, dalla nascita, siamo quotidianamente immersi.

Bisogna avere il coraggio di dire le cose come stanno: Obama ha un appeal (o carisma, con buona pace di Weber) fuori dal comune perché è un simbolo vivente, una narrazione potentissima, ed è in quanto tale agisce sulla mente di chi lo osserva. Berlusconi (che ad Obama somiglia più di quanto non si voglia ammettere) l’aveva capito, e con l’audacia di cui abbondano stolti e profeti (giudicate voi, secondo la vostra personale inclinazione, a quale delle due schiere appartenga) lo immortalò, cogliendo quell’essenza che rapisce le folle europee ed italiane in specie: bello, giovane e abbronzato.

Tralasciamo i primi due fattori (non perché insignificanti, anzi, solamente per una questione di spazio) e soffermiamoci sul terzo, sull’oggetto dello scandalo. Abbronzato. Cioè nero. Non afroamericano, afroamericanohawaiano. No: moro. Negro? Si negro. (A chi storce il naso: pregasi cliccare qui per lo splendido monologo di Dustin Hoffman in Lenny, di Bob Fosse; per inciso, un film che dovrebbero proiettare nelle scuole, della serie famose ‘na cultura).

Per me la questione si pone nei termini che seguono: Obama rappresenta irrimediabilmente lo schiavo che ce l’ha fatta, la narrazione biblica del servo che si innalza sui suoi oppressori e, invece di cancellarli, li guida con sapienza verso un avvenire migliore. Questo vediamo in lui, questo vogliamo credere lui sia, al di là di belle parole, proclami, Obamacare e GM che decuplica le vendite: la storia dell’oppresso che spezza le sue catene e che sicuramente fra poco (“oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente”, per citare Gaber) aiuterà i suoi compagni a fare lo stesso sposta lo share nei palinsesti televisivi ed il consenso nelle urne.

Poco importa che ci siano vecchi e nuovi negri che marciscono da anni a Guantanamo, che altri siano sfruttati in fabbriche che si ostinano a produrre auto per dare il colpo di grazia a questo pianeta, che vecchi e nuovi negri muoiano, in America e in ogni parte del globo, perché i vecchi e i nuovi bianchi possano continuare a permettersi un certo stile di vita; anzi, nulla ci importa, né, tantomeno, importa ad Obama.

Però piace vederlo lì, dismesso l’osso al naso ed il sacco di cotone, ben vestito, gesti misurati e il grande Sogno americano sullo sfondo, lo spensierato “Yes we can” in continuità diretta con il ben più concreto “I have a dream”, pronti a riassumere (o annullare) i programmi dei due candidati nel fotomontaggio dove a sinistra un bianco si fa lustrare le scarpe ed a destra un negro porge il pugno ad un inserviente.

Siamo naturalmente, quasi biologicamente sensibili alle narrazioni, ai simboli, che orientano il nostro sentire ed agire, la Speranza e l’Impegno, permettendoci di ridurre la complessità che ci sta attorno: ma dobbiamo essere consci della nostra debolezza intrinseca, per evitare che un po’ di abbronzatura (o dei baffoni curati, o il curriculum di imprenditore di successo) possa inibire la nostra capacità di pensare razionalmente.

Stefano Mongilardi

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