La sparatoria di Macerata non è terrorismo

La tentata strage di Macerata non è terrorismo. Quanto, sulla definizione di “terrorismo”, hanno inciso tre anni di attacchi di matrice jihadista in Europa? Molto, con ogni probabilità. A causa dell’emotività cavalcata dai media, l’accezione del termine “terrorismo” si è oggi smisuratamente ampliata fino a includere tanto gli attentati pianificati da organizzazioni guidate gerarchicamente, come quelli a Charlie Hebdo e al Bataclan, quanto le coltellate casuali di uno pazzo a ignari passanti o gli investimenti multipli di uno psicopatico alla guida di un’auto o di un camion. Come ha efficacemente condensato il giornalista inglese Simon Jenkins, parlare di “terrorismo”, in questi casi, è una scelta figlia dell’isterismo e ha l’indiretta conseguenza di incoraggiare altri all’emulazione. Trattare gli attacchi di folli solitari, o persino certi attentati in piena regola, come “crimini” avrebbe invece l’effetto di depotenziarne l’impatto pubblicitario.

La sparatoria di Macerata non è poi molto diversa da altri casi criminali, equiparati a “terrorismo”, cui abbiamo assistito in questi ultimi anni, a partire dalla biografia di Luca Traini. Il suo percorso socio-criminale inizia con una delusione personale che lentamente si tramuta in voglia di riscatto, in desiderio di appartenenza a un gruppo in cui fondere la propria individualità perduta. In principio, Traini cercò quella comunità solidale nella Lega Nord ma se ne allontanò deluso, senza nemmeno esprimere la preferenza per se stesso alle elezioni comunali di Corridonia cui era candidato. In seguito, si è spostato ancora più a destra, avvicinandosi, secondo le ricostruzioni, a Forza Nuova. È un vero e proprio processo di radicalizzazione, culminato infine con l’esplosione della violenza.

Certo, l’insoddisfazione personale non sarebbe stata di per sé sufficiente se non fosse subentrato un apparato ideologico neofascista a giustificare l’azione. Tuttavia, basta l’ispirazione politica, per quanto chiara e rivendicata, per parlare di “terrorismo”? Al netto delle discussioni scientifico-enciclopediche, di terrorismo si può parlare di fronte alle azioni di un’organizzazione paramilitare con un progetto di sovversione politica di vasta portata ai danni dello Stato. Se manca uno di questi elementi, tirare in ballo il terrorismo non ha senso.

Nel caso di Traini, ad esempio, abbiamo soltanto una legittimazione a posteriori della tentata strage da parte di Forza Nuova, che si è offerta di coprire le spese legali dell’imputato. Traini è un quisque de populo, un bifolco fanatico, un miserabile criminale da Far West esaltato da confusi schematismi neofascisti: la sua azione non ha né i progetti, né la struttura propria di altre vicende che abbiamo amaramente conosciuto. Non la spietata, sociopatica lucidità delle Brigate Rosse di Moretti, non l’ambiguo disegno dei Mambro e dei Fioravanti, non l’organizzazione militare di Eta e Ira, non la capacità logistica di Al Qaeda nel 2001 (e in mille altri episodi), nemmeno l’addestramento terroristico di cui beneficiarono Salah Abdeslam e gli altri commandos del Bataclan o di Charlie Hebdo.

Traini è un terrorista? No, soltanto un pericolosissimo, raccapricciante relitto umano, cullato da una dichiarata ispirazione fascista: ha cercato di rivestire la sua rappresaglia di ideologia, ma ha soltanto vestito il suo corpo con la nostra bandiera. Insozzandola. Insomma, siamo ancora di fronte alla ricerca di pubblicità a tutti i costi, proprio quella pubblicità di cui parlava Jenkis e che molti commentatori hanno prontamente offerto nella fretta di capitalizzare il gesto a livello politico.

Che gli estremismi, dallo jihadismo al fascismo, siano una calamita per teste calde e psicopatici non è novità. Proprio per questo dovremmo guardarci dall’alimentare un’etichettatura che eleva pretestuosamente ogni atto criminale al grado massimo di “terrorismo” e che non sposta di un centimetro la soluzione del problema.

Domenico Cerabona
Jacopo Di Miceli
Umberto Mangiardi

 

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