La rivincita di Lamarck: le abitudini dei genitori hanno influenza sul genoma dei figli

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È da quando frequentiamo le scuole medie che i nostri professori insistono sulla differenza fra genotipo e fenotipo, sui piselli di Mendel e sui caratteri dominanti e recessivi.
Sappiamo che il genotipo è quello che viene trasmesso geneticamente alla discendenza e non importa quanto una giraffa cerchi di allungarsi verso le foglie più alte, perché la generazione successiva avrà un collo lungo quanto quella precedente.
O forse no?

 

Da anni, infatti, si sospetta che effettivamente ci sia un collegamento fra le abitudini di una generazione e le caratteristiche genetiche di quella successiva. Negli ultimi decenni si sono eseguiti molti studi in questo merito e si è osservato che un cambiamento epigenetico (ovvero un cambiamento del DNA che non cambia la sequenza delle basi azotate di cui è composto e che è indotto da fattori ambientali e comportamentali) può determinare modificazioni fenotipiche sia nell’organismo stesso che nelle generazioni successive.
Nel 2002, ad esempio, venne dimostrato che dei topi a contatto con certe sostanze possono sviluppare una colorazione del pelo anomalo, un aumento ponderale e cambiare la propensione allo sviluppo di tumori per via epigenetica.
Nel 2013 un altro studio dimostrò come ricordi negativi di una generazione di murini provochi avversione per alcuni oggetti da parte della generazione successiva.

 

Nel 2008 viene scritto un articolo che afferma una possibile e probabile relazione fra epigenetica e la modificazione della struttura del DNA da parte degli istoni (una struttura che avvolge il DNA) che sembra essere in parte ereditabile.
In questo studio ci si concentra sugli effetti che questa caratteristica ha sui tumori, ma il dubbio che coinvolga anche altre caratteristiche dell’organismo è crescente.
Infatti, per chi mastica biologia, è ben noto il fenomeno per cui i geni all’interno della sequenza del DNA non siano tutti raggiungibili contemporaneamente.
Il compito degli istoni, infatti, è quello di ripiegare in uno spazio ridotto il DNA, rendere accessibile i siti della sequenza che devono essere utilizzati e rendere inaccessibili quelli che non servono.

 

Questo però porta a una ulteriore domanda: e se questo continuo utilizzo esclusivo di alcuni siti a discapito di altri faccia parte dell’informazione epigenetica trasmissibile alla generazione successiva? Mi spiego con un esempio: c’è una concreta possibilità che dei genitori che fanno spesso sport trasmettano la predisposizione al proprio figlio? E dei genitori con abitudini quotidiane non salutari possono trasmettere uno svantaggio genetico alla propria prole?
La risposta arriva proprio nel 2008 con un articolo di Eva Jablonk e Marion J. Lamb, i quali dichiarano la presenza di prove valide di un’epigenetica Lamarckiana, sebbene molto complessa e non dipendente soltanto dalla condensazione del DNA.
Nell’agosto 2014 arrivano anche i risultati più recenti in questo campo da studi australiani e sembrano proprio confermare i sospetti: il comportamento dei genitori hanno influenza sul genoma dei propri figli.

 

Possiamo dire che le giraffe, in fondo, il collo l’abbiano un po’ allungato e che Lamarck abbia avuto una piccola rivincita, sebbene con parecchi anni di ritardo.

 

Mark Molnar
@twitTagli 

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