La questione IMU

imu

All’incirca nell’ultimo anno e mezzo la “questione IMU” è stata oggetto dei principali dibattiti socio-economici ma, in particolar modo, è stata utilizzata come cavallo di Troia da parte di alcuni esponenti politici che hanno sfruttato il problema della crisi economica facendo leva sull’insicurezza finanziaria della stragrande maggioranza delle famiglie italiane, cavalcando così l’onda emotiva per rincorrere il consenso elettorale. Questo ha prodotto un vago e opaco dibattito, che ha affrontato in maniera confusa e disorganica la questione, occasione di dichiarazioni demagogiche, di tanti giri di parole e del consenso compiacente della solita claque, aldilà di una trattazione concreta e puntuale. Già, perché non si tratta di un problema di merito, ma di metodo! Il nodo della questione non riguarda la necessità di tassare o meno le trasformazioni del suolo libero e il conseguente aumento della rendita1, bensì quella di mettere in atto un meccanismo equo, efficace ed efficiente nell’ottica di una fiscalità urbanistica orientata allo sviluppo sostenibile.

Non volendo analizzare la faccenda dal punto di vista politico, e senza l’ostentata presunzione di affrontare la questione in modo onnicomprensivo, sono di seguito presentate alcune possibili soluzioni al problema, con il desiderio che diano vita ad un confronto costruttivo.

Il nostro Paese è “fondato sul cemento” (spesso abusivo)2 e i risparmi degli italiani sono sempre finiti nel mattone. In Italia, infatti, più di otto famiglie su dieci vivono in abitazioni di proprietà, ed in Europa solamente l’Irlanda e la Spagna hanno percentuali comparabili alla nostra. Da ciò si capisce perché le modifiche che hanno riguardato negli ultimi tempi la fiscalità locale abbiano conseguenze più estese di quelle direttamente derivabili dalla perdita del gettito.

La tassazione in Italia è un tema complesso anzitutto perché la casa è sia un investimento che un consumo. Come confermato dai dati ufficiali ISTAT3, l’ICI ha costituito per i comuni italiani mediamente il 20% delle entrate correnti e la quota costituita dall’ICI sulla prima casa è stata pari a circa il 25%.

Prima di esporre le plausibili modifiche da apportare alla tassazione sugli immobili, è utile fare un minimo di chiarezza per meglio comprendere i meccanismi di funzionamento dell’imposta.

Un consiglio rimane sempre valido: informatevi, fatevi la vostra opinione e alimentate in modo costruttivo un vero dibattito politico!

Dunque, come per la vecchia ICI, anche per quanto concerne l’IMU il soggetto attivo dell’imposta è il comune. L’accertamento e la riscossione del tributo competono all’ente locale, cui spettano anche le somme così recuperate, gli interessi e le relative sanzioni. Anche in questo caso i soggetti passivi del tributo, individuati dall’art. 9 del d.lgs. n° 23/2011, sono i proprietari, ovvero i titolari di diritto reale di usufrutto, secondo le rispettive quote di possesso4.

Come si è giunti alla situazione odierna?

Il Governo Prodi II, con la Legge finanziaria 2008, ha approvato un provvedimento volto a ridurre l’ICI sulla prima casa, mentre il successivo Governo Berlusconi IV con l’emanazione del decreto legge 93/2008, convertito nella Legge 126/20085, ha abolito del tutto l’imposta ICI sulla prima casa. A tale provvedimento è seguito il rimborso (non sempre equivalente)6 da parte del Governo, al fine di indennizzare il mancato introito. Questo provvedimento ha limitato di fatto l’autonomia degli enti locali, subordinandoli allo Stato centrale.

Venendo al passato più recente, giungiamo al Governo Monti subentrato nel Novembre 2011 per far fronte alla disastrosa situazione finanziaria dello Stato italiano7, con il quale è ricomparsa un’imposta analoga all’ICI (già prevista per il 2014 dal precedente Governo Berlusconi). La situazione di grave dissesto economico del Paese ha infatti condotto all’approvazione della c.d. “manovra Salva Italia”, recante ”Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici”8, la quale ha anticipato l’introduzione dell’IMU in forma sperimentale. Il meccanismo della nuova imposta (IMU), attualmente in vigore, prevede che l’introito proveniente dalla prima casa e da fabbricati rurali rimanga ai comuni, vincolando di fatto una parte degli introiti per gli enti locali.

Il resto, calcolato con l’aliquota base, va per il 50% al comune e per il 50% allo Stato, ma è bene fare alcune precisazioni. Se, ad esempio, un comune diminuisce di un punto l’aliquota sugli immobili diversi dall’abitazione principale, dal 7,6 al 6,6, il gettito perso grava sulla quota parte spettante all’ente locale, in quanto allo Stato viene comunque versato il gettito calcolato con l’aliquota di base. Lo stesso avviene in caso di aumento dell’aliquota: il gettito ricavato sulla base del regime modificato dal comune viene incassato per intero dall’ente locale9. La quota che lo Stato prevede di incassare globalmente si basa dunque sull’applicazione (su immobili diversi da prima abitazione e fabbricati rurali per uso strumentale) dell’aliquota del 0,76%.

L’IMU, come la precedente ICI, è stata inoltre oggetto di critiche di incostituzionalità, rispetto all’obbligo di progressività della tassazione con la capacità contributiva del cittadino (art. 53 della Costituzione), in quanto l’imposta non tiene conto del reddito del proprietario, ma solamente del suo immobile. Sebbene rispetto all’ICI la nuova imposta introduca un sistema di esenzioni in base al numero di membri del nucleo familiare, una rivalutazione delle categorie catastali e una forte differenza di tassazione fra prima e seconda casa (che è ragionevolmente individuabile come indicatore di maggior reddito), resta una mancanza di progressività. Due casi in particolare hanno suscitato disappunto:

  • le detrazioni per la prima casa non tengono conto del reddito del proprietario;

  • la tassazione per la seconda casa è calcolata a prescindere dal fatto che il proprietario paghi un contratto di affitto per la prima casa, dove risiede.

Da un lato vi sono dunque i contribuenti che, in un periodo di forte crisi economica, sentono il peso di un’imposta non progressiva in quanto determinata con un’aliquota fissa, dall’altro rimangono i comuni che devono farsi carico degli accertamenti e delle riscossioni, potendo operare in favore solamente della quota parte di imposta a loro versata. A beneficiarne sembra dunque esserne il governo centrale che, tutelato dall’aliquota di base fissa, si assicura un gettito alquanto costante e sicuro nel tempo.

Come si calcola l’IMU?

Il calcolo dell’IMU è analogo a quello dell’ICI. Alla base imponibile si applica l’aliquota fissata e le rispettive detrazioni. La base imponibile dell’IMU, come nel caso dell’ICI, si ottiene moltiplicando alla rendita catastale i nuovi coefficienti, ai quali va inoltre aggiunta la rivalutazione della rendita ai fini IMU10. L’IMU presenta coefficienti più attenti alle varie casistiche presenti nel territorio, quindi più differenziati.

L’aliquota base per l’IMU, ovvero quella fissata di default dallo Stato, è pari allo 0,76%. La legge prevede significativi margini di autonomia consentendo ai comuni di aumentare o diminuire le aliquote. Tuttavia, va ricordato che, nel caso in cui un’amministrazione comunale decidesse di diminuire le aliquote, la quota parte che dovrà essere versata allo Stato rimane in ogni caso calcolata con l’aliquota base.

Tabella delle aliquote di base per l’IMU

0,40%

abitazione principale, modificabile dello 0,2% in aumento o diminuzione;

0,20%

fabbricati rurali (ad uso strumentale del coltivatore diretto), i comuni possono solo ridurla a 0,1%;

0,76%

immobili che non producono reddito fondiario e quelli posseduti da soggetti passivi i.re.s. ovvero per gli immobili locati, può essere aumentata fino all’1,06% e diminuita fino allo 0,4%

0,76%

fabbricati diversi dall’abitazione principale, modificabile da 0,46% a 1,06%

0,76%

terreni agricoli, l’aliquota potrà oscillare da un minimo di 0,46% ad un massimo di 1,06%.

Aliquote base di riferimento fissate dallo Stato (Legge 214/2011). Sono indicati anche le percentuali di autonomia dei comuni. Fonte: elaborazione propria.

Per quanto concerne invece le detrazioni, sono previste svariate agevolazioni per l’abitazione principale, per i figli a carico con meno di 26 anni residenti nell’abitazione principale, per i fabbricati di interesse storico, ecc.

Dunque, a conti fatti, se si rapporta la lieve diminuzione sulla prima casa con il netto incremento sulle altre tipologie di fabbricati, mediamente le famiglie italiane pagano una quota maggiore.

L’IMU presenta però un problema di fondo: essa viene stimata sulla base delle caratteristiche dell’immobile, quali il numero di vani. In questo modo non si tiene conto degli investimenti pubblici che vengono fatti nel tempo.

Che cos’è l’aumento della rendita?

Se la pubblica amministrazione decidesse di realizzare un nuovo spazio verde o una nuova fermata della metropolitana, non sarebbero previsti meccanismi di recupero del plusvalore, ovvero un ritorno alla collettività dell’incremento di valore degli immobili, dovuto alla realizzazione di servizi pubblici. In sostanza l’IMU dovrebbe incamerare gli aumenti di valore dell’immobile, basandosi sui valori di mercato. In linea generale, il denaro pubblico utilizzato dall’amministrazione pubblica a fini di pubblica utilità, genera un beneficio collettivo e privato.Questi benefici privati, se recuperati, potrebbero essere investiti nuovamente per dare vita a nuovo beneficio sociale.

Così facendo si andrebbe ad incoraggiare la densificazione edilizia e conseguentemente a ridurre il consumo di suolo, ma dovrebbe essere rivisto l’intero assetto della fiscalità urbanistica locale.

È auspicabile che l’imposta sugli immobili venga ristrutturata così da garantire finalmente, è il caso di dirlo, un meccanismo di ritorno al pubblico degli investimenti da esso stesso fatti e di cui beneficia ciascun privato. Dovrebbe essere quindi quantificata tenendo conto delle variazioni del valore di mercato e non sulla rendita catastale. Ovviamente è essenziale che vengano introdotti coefficienti che la rendano progressiva in base al reddito.

Cosa prevede il Decreto legge del Governo Letta?

Il Decreto legge che il Governo Letta ha presentato in questi giorni prevede la sospensione della rata di Giugno fino al 16 Settembre per i proprietari di prima casa (anche edilizia sociale), terreni e fabbricati agricoli. È bene sottolineare che la sospensione vale anche per chi di immobili ne possiede due, tre o più. Per i proprietari di seconde case, invece, non cambia nulla: pagheranno entro il 16 Giugno il 50% dell’importo.

Dunque ad essere sospesa è la quota parte che spetta ai comuni ma a tal proposito il Decreto prevede la totale copertura senza l’aumento di altre tasse.

Ma perché invece che sbandierare il taglio dell’IMU come panacea per sollevare le famiglie dal peso della crisi economica, non si rivolge maggiore attenzione all’aumento previsto dell’IVA?

L’aumento dell’Iva dal 21% al 22% (dal 1 Luglio) implicherà, infatti, per una famiglia di 3 persone, un salasso di 135 euro in media l’anno. Si deve ricordare a tal proposito che l’aliquota standard Iva riguarda circa il 70% dei consumi totali11 e quindi colpisce in modo diretto i consumi quotidiani della famiglie italiane. Un calo dei consumi, causerebbe un ulteriore calo della domanda che a sua volta si ripercuoterebbe sulle aziende italiane.

Togliere l’IMU non sarebbe una scelta saggia. Forse lo è per speculatori immobiliari, faccendieri e politici compiacenti che vedono nell’incondizionata, confusa e dispersa trasformazione dei terreni agricoli o naturali una cospicua fonte di arricchimento. Peccato che le conseguenze di questo aberrante consumo di suolo si ripercuotano sul bilancio pubblico che deve garantire le quote minime di servizi, manutenere gli spazi pubblici e, sempre più spesso, contrastare il diffuso degrado urbano.

L’IMU, come detto, deve essere ripensata come un’imposta ideata non per “fare cassa” ma per incamerare parte dell’aumento del valore di mercato di un immobile dovuto agli investimenti pubblici che, tramite spazi verdi, scuole, opere infrastrutturali, ecc, aumentano il valore degli edifici. Si andrebbe così a recuperare legittimamente una minima parte degli investimenti pubblici fatti di cui godono gli immobili privati, da impegnare nuovamente per ulteriori investimenti pubblici.

Tuttavia il presupposto per attuare quanto detto è che si verifichi una “conversione” del settore dell’edilizia, per passare dalla cementazione del suolo libero al recupero del patrimonio dismesso, al restauro conservativo dell’immenso patrimonio storico-culturale, al riuso delle aree già compromesse e alla messa in salvaguardia del nostro territorio.

Il fulcro della faccenda riguarda il cambiamento culturale nel pensiero comune, nel comprendere che chi “lavora con il territorio” lo può fare guadagnando senza consumare il suolo, ovvero trasformando e recuperando, in primis, il patrimonio dismesso.

Per concludere è necessario procedere nella direzione di una completa rielaborazione della tassazione urbanistica, partendo proprio dall’IMU. Un’imposta che dovrà porre attenzione alle disponibilità delle famiglie, degli imprenditori e delle aziende, che promuova l’energy saving e che consenta ai comuni di investire sul territorio grazie al recupero di una minima parte dell’aumento della rendita privata derivante da investimenti pubblici pregressi.

 Commerciale

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1Si consiglia la lettura dell’articolo: “Consumo di suolo e fiscalità urbanistica: la necessità di una riforma fiscale per il governo ecologico del territorio”. E’ infatti più che mai necessaria una riforma della fiscalità locale per il buon governo del territorio.

2 Vedi l’articolo: “Italia, una Repubblica fondata sul cemento”.

3Vedi conto economico 2007.

6 Come confermato dai funzionari comunali (Tesi di Laurea Magistrale: Consumo di suolo e fiscalità urbanistica: la necessità di una riforma fiscale per il governo ecologico del territorio, consultabile presso la Fondazione Amendola di Torino), i trasferimenti statali per compensare il mancato introito da ICI prima casa sono stati calcolati in base alle autocertificazioni degli stessi comuni relative alle entrate reali avute nel 2007. Questo meccanismo non tiene conto delle dinamiche di sviluppo urbanistico di ogni comune ma, tramite un calcolo, stima le entrate perse e rimborsa gli enti locali. 7 http://www.lastampa.it/2011/11/17/cultura/domande-e-risposte/perche-si-p….

8 Decreto Legge 6 dicembre 2011, n. 201 convertito in legge con il provvedimento del 22 dicembre 2011, n. 214.

10Come nel caso dell’ICI è del 5% per gli immobili e del 25% per i terreni.

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