La migliore mossa politica di Benedetto XVI e l’imbarazzo della Curia

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Per quanto scrosci la solita profusione di commenti abbastanza unilaterali, che oscillano tra l’agiografico e l’apologetico, non riesco a ridurmi alle spiegazioni umane, troppo umane per la storica e sorprendente scelta di Benedetto XVI
Non regge la configurazione attuale del problema: il Papa si sente inadeguato per il suo ministero e abbandona, causa spossatezza.

Chi è un po’ pratico di ambienti cattolici, e mantiene – pur nella devozione – un certo equilibrio di giudizio, non può non ritenere perlomeno controverse le dimissioni del Papa.
La prima, vibrante scudisciata è giunta proprio da dentro le mura vaticane: il Cardinale Stanislao Dziwisz, già segretario personale di Papa Giovanni Paolo II e creato Cardinale dallo stesso, ci ha messo mezza giornata per sparare la prima, impeccabile cannonata.
Wojtyla decise di restare sul Soglio pontificio fino alla fine della sua vita perché riteneva che dalla croce non si scende“: una clavata, del resto formalmente e teologicamente inappuntabile. Poco rilievo ha poi la parziale retromarcia dello stesso Dziwisz, “Rispetto le decisioni del Pontefice“: la classica chiusura di stalla a buoi ampiamente fuggiti. 
Stesso peso hanno le dichiarazioni stentatamente abbozzate del Cardinale Angelo Sodano (Segretario di Stato Vaticano nel precedente pontificato) e di padre Lombardi, imbarazzatissimo direttore della Sala Stampa della Santa Sede (ha sostituito il famosissimo Joaquin Navarro Valls, altro uomo di Wojtyla per eccellenza): il primo parla di “fulmine a ciel sereno“, il secondo ammette che Benedetto XVI “li ha presi un po’ di sorpresa“.

Un distinguo è importante: i complottismi sono delle buffonate. Chi crede che la volontà del Papa non sia assolutamente genuina con ogni probabilità è in errore: troppo grande il carisma di Benedetto XVI, troppo grande comunque il ruolo della figura papale.
Un ruolo che i non credenti stentano a configurare, obnubilati da machiavelliche trame e da troppi libri di giallisti statunitensi. È difficile – per non dire impossibile – che il Papa non abbia deciso in piena autonomia e con la perfetta percezione delle implicazioni, dei significati e delle conseguenze sulla cronaca e sulla Storia del suo gesto.
Sostenere una tesi del genere è assurdo.
Ma proprio per le implicazioni, i significati e il peso storico dell’annuncio di ieri mi impediscono di liquidare la faccenda con un “si sente vecchio”. Ancor di più se si scatena (quello che è sempre stato) l’impietoso confronto con Giovanni Paolo II. Il pontefice attuale è sempre stato attentissimo, e mirabilmente sottile, a marcare la differenza con il suo predecessore: scimmiottarlo sarebbe equivalso a tramutarsi in macchietta, una situazione
inverosimile sia per l’uomo Joseph Ratzinger che per il Papa Benedetto XVI.
Non era giusto farlo e difatti non è accaduto.
Ma la distinzione non può far venir meno i principi di base, appunto il discorso della croce da portare fino alla fine suggerito da Monsignor Dziwisz. Dire “si è dimesso per differenziarsi da Giovanni Paolo II” è puerile.

Ed anzi proprio l’esempio di esaltazione stoica della sofferenza, che tanto era stato sottolineato dagli stessi che oggi (meravigliosamente!) sottolineano la saggezza del buen retiro, è troppo pesante per essere abbandonato: non è credibile affermare “certe sofferenze sono troppo pesanti per un Papa” quando il predecessore si mostrò fino all’ultimo secondo, sfigurato dalla malattia e dalle cure.
Io ho la (indimostrabile: me lo dico da solo. Perciò, il lettore è libero di derubricare questo mio ragionamento a semplice illazione) convinzione che questa sia stata la mossa più politica di tutto il pontificato di Benedetto XVI.
Uno strappo in piena regola, uno scacco matto.

tarcisio_bertoneI presupposti c’erano tutti: una soverchiante ingerenza nel suo magistero da parte della Curia Romana; una scarsissima chiarezza circa il ruolo e l’influenza del potentissimo Cardinal Bertone; l’affaire dei Corvi e del maggiordomo, mai chiarito (è possibile che trapelino informazioni riservatissime dagli appartamenti papali, quando si riconosce universalmente che il controllo oggi è molto più accentuato rispetto agli anni di Giovanni Paolo II?); le grandiose difficoltà nella gestione dello scandalo-pedofilia, con direttive politiche contrastanti che hanno generato numerosi equivoci; gli imbarazzi recenti che hanno silenziosamente percorso la Curia nelle celebrazioni per i 50 anni del Concilio Vaticano II, con una parte che bofonchiava “bisogna darsi una calmata” e l’altra che mormorava “il Vaticano II in qualche suo punto deve ancora essere attuato“.

A mio giudizio, Ratzinger si è trovato sopra, eppure in mezzo, a una sanguinosa lotta politica tra fazioni: una battaglia politica che non poteva più gestire e che era potenzialmente dannosissima per tutta la Chiesa.
Non avendo ragionevoli presupposti per pronosticare una sua “regolare” uscita di scena (non mi si fraintenda: lunga vita a Joseph Ratzinger!), ha optato per l’unica soluzione definitiva: l’azzeramento. Sparigliare le carte.
Ora i potenti di prima sono a fine mandato, dunque in parte delegittimati: il Conclave sarà chiamato a scegliere quale fazione sostenere, nella più classica e politica dimensione dei “rimpasti”.
Non è escluso, anzi, che la saggezza del Conclave scelga una terza via, lasciandosi alle spalle le turbolenze degli ultimi tre anni per riprendere con il vigore di sempre la propria missione pastorale.

Umberto Mangiardi
@UMangiardi

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