La festa è finita

C’è un cancro che corrode il nostro Paese e sembra inarrestabile. Gli Italiani sono sempre più lontani dalla propria classe dirigente, e da quella politica in particolare. Quest’ultima, invece di reagire con dimostrazioni di rigore e moralità, in una sorta di ‘cupio dissolvi’, sembra dare il peggio di sé, fomentando l’impressione che siano tutti uguali.

Cerchiamo di capire cosa sta succedendo, e perché.

Gli Italiani hanno sempre avuto con la politica un rapporto strumentale, nel senso che, al di là delle convinzioni ideologiche ed ideali, il voto è sempre stato dato col portafoglio. Questo tutto sommato non è riprovevole: succede in tutti i paesi democratici, dove i vari gruppi sociali votano per le forze politiche che difendono i propri interessi. Negli USA il fatto è palese ed accettato: i gruppi di pressione cercano di mettere i loro rappresentanti ed i finanziamenti alla politica vengono fatti palesemente e registrati, in modo che ognuno sa quali gruppi saranno favoriti se vince uno o l’altro candidato. Più o meno questo è lo stile in tutti gli altri paesi occidentali.

L’Italia, però, si distingue per tre cose: primo, gli interessi non vengono dichiarati e, molto ipocritamente, tutti fanno campagne elettorali su sani principi che poi non vengono rispettati; secondo, anche chi perde le elezioni vuole comunque la sua parte, in quanto esistono alcuni milioni di cittadini che vivono di politica e, sia che si vinca o perda, bisogna garantire a tutti la pagnotta.

Terzo, e più grave, è il fatto che gli Italiani diano per scontato che chi eleggono vada a farsi i fatti suoi, che una carica pubblica comporti un privilegio ed un arricchimento di chi la ricopre. Ma questo viene tollerato nella misura in cui l’eletto faccia anche gli interessi degli elettori.

L’idea diffusa è “il politico mangia (altrimenti non si darebbe così da fare per rimanere al suo posto), ma non mi interessa se mi dà quello che gli chiedo (un posto, una prebenda, una leggina che mi favorisca, una licenza…)”.

Non faccio nomi, ma ho conosciuto durissimi personaggi della sinistra estrema che favorivano l’assessore di destra solo perché questi distribuiva soldi e favori “a pioggia”, a destra come a sinistra, senza guardare in faccia nessuno.

Oggi c’è un fatto nuovo, che ha messo in crisi questo sistema consolidato: i soldi sono finiti. Non chiediamoci adesso perché sono finiti e dove va a finire il 60% del PIL che paghiamo di imposte: resta il fatto che sono finiti. E cosa succede in una situazione in cui le classi al potere sono abituate a fare quello che vogliono e le risorse che hanno a disposizione non bastano più per accontentare anche gli elettori? Semplice. Usano quelle che hanno per mantenere il proprio standard di vita, da cui i viaggi, le feste, le auto blu eccetera, mentre tagliano ferocemente ai piani bassi.

Quando la torta diventa sempre più stretta, coloro che le sono più vicini si tagliano la fetta più grossa e lasciano (quando va bene) le briciole agli altri.

Inutile dire che questa è la base reale della crescente insofferenza degli Italiani, che si vedono aumentare continuamente le tasse, tagliare i servizi, fatti oggetto di prediche sui debiti, mentre la cosiddetta “casta” continua imperterrita nei suoi riti e sprechi, di cui la vicenda Lazio è solo un esempio folcloristico.

L’ondata scandalistica, fino a poco tempo fa, sembrava circoscritta ai poteri centrali, ma le ultime vicende l’hanno estesa anche alle Regioni ed agli Enti Locali, mettendo definitivamente in crisi l’idea federalista che i cittadini fossero in grado di controllare meglio gli enti decentrati rispetto alla leghista “Roma ladrona”. Invece gli enormi buchi di bilancio di Regioni e Comuni, adesso che lo Stato centrale non ripiana più i debiti, hanno dimostrato il contrario.

Si è improvvisamente scoperto che la fetta maggiore del debito pubblico è dovuta alle spese delle Regioni, che, dal 2009 al 2011, malgrado la crisi, hanno continuato ad aumentare le uscite correnti e, di conseguenza, le imposte dirette (11%) ed indirette (8,3%), penalizzando quelle per gli investimenti (- 24%) che servirebbero per il rilancio dello sviluppo. Dalla relazione della Corte dei Conti risulta che le Regioni hanno alle loro dirette dipendenze 394 società ed enti vari, di cui 75 società per azioni che costano 780 milioni di euro l’anno, e che nessuno controlla.

La rabbia rancorosa dei cittadini ha però un aspetto molto pericoloso. Sta passando a livello di massa l’idea che la politica sia tutta da buttare e in gran parte non riformabile, che le elezioni siano inutili e i partiti dei comitati di affari. È una concezione letale per la democrazia. Ed è ancor più pericolosa in Italia, dove è stato detto che i rappresentanti eletti del popolo non sono in grado di affrontare la crisi creata dalla speculazione finanziaria; perciò, diventava obbligato consegnare il potere a dei tecnici non eletti – i quali, spesso e volentieri, attribuiscono le loro difficoltà di governo alle divisioni esistenti in Parlamento.

Resta comunque il fatto che, se la politica non riesce a riformare se stessa dando, alle prossime elezioni, ai cittadini un’immagine di austera moralità, vivremo un’epoca di astensionismo, di inutili demagoghi e di governi non eletti che rispondono a poteri estranei alla democrazia.

Loris Dadam

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