La bambina malata non voluta dalla scuola

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Una scuola non permetterà a una ragazzina di 11 anni di frequentare le lezioni. Non nel Terzo Mondo. In Italia, precisamente in un paesino dell’entroterra marchigiano, nonostante l’obbligo scolastico sia in vigore dagli anni 70.
Il motivo del “rifiuto” da parte del dirigente scolastico della ragazzina?
La malattia. Non una malattia contagiosa come l’ebola o la malaria.
Una malattia che provoca un’immunodeficienza, cioè un virus che uccide lentamente le difese immunitarie: un virus che, seguendo poche regole di precauzione, non nuocerà ad altri che non siano la ragazzina stessa.

Si tratta dell’HIV. Ogni anno, in Italia, vanno a scuola circa 6-700 bambini sieropositivi. E anche se gli spauracchi anni ’80 sull’AIDS sono ben radicati in tutti noi, ciò non ci deve preoccupare!
Il contagio non avviene giocando o svolgendo le attività quotidiane. Avviene attraverso il contatto diretto sangue infetto-sangue (presunto) sano.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità parla addirittura di contagio impossibile in una scuola.

Servono precauzioni particolari? La risposta è no.
Sono necessarie tutte quelle norme di igiene che un luogo pubblico come la scuola dovrebbe rispettare a prescindere: usare i guanti in caso un bambino si tagliasse, usare disinfettanti e cerotti sulle ferite, lavare le stoviglie in modo appropriato, etc..
Se una di quelle norme non dovesse essere rispettata il bambino più a rischio sarebbe proprio quello malato di HIV, perché le sue difese immunitarie sono più deboli di quelle dei suoi compagni.
Inoltre, il rispetto delle norme di igiene mettono al riparo i bambini (e gli insegnanti) da altre malattie più o meno gravi: epatite, scabbia, tubercolosi, ma anche un banale virus influenzale.

Nel 1990 (anno del boom dell’AIDS) venne emanata la legge 135 che dice chiaramente che avere l’HIV non deve costituire motivo di discriminazione nella scuola, nelle attività sportive, nel lavoro.
Non è necessario comunicare alla scuola la situazione sanitaria del bambino e qualora la scuola ne venisse a conoscenza è tenuta al segreto d’ufficio: nel caso di Francesca (così è stata chiamata dalla stampa, NdR) quest’attenzione è venuta meno.
Ma non ci interessa puntare il dito contro chi non ha rispettato quest’importante istituto che tutela la privacy delle persone. L’ignoranza sulla malattia e l’incapacità di questa scuola di educare all’accoglienza delle differenze lascia a bocca aperta.

Chi paga le conseguenze di questo disservizio sono gli alunni della scuola e le loro famiglie. Innanzitutto Francesca, vittima della sua storia e della discriminazione subita.
L’OMS definisce la salute non come assenza della malattia, ma lo stato di benessere fisico, psichico e sociale. La salute di Francesca, oggi, non è stata tutelata.

Eleonora Ferraro

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