Jimi: All Is by My Side – Il lato umano del mito

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Il film biografico di una stella del rock è un rischio. La probabilità di cadere nella solita carrellata su vita, morte e miracoli che, al di là di tutti i possibili aspetti controversi, termina con una (facile quanto scontata) celebrazione dell’artista, è altissima. 
Molti cosiddetti biopic cadono facilmente in questa trappola e, nonostante la buona fattura e la qualità delle pellicole, il risultato finale rischia spesso di essere fin troppo prevedibile.
Ora, non è stato facile recarsi al cinema a vedere Jimi: All Is by My Side portandosi dietro questi timori, ma la passione che mi ha pervaso fin dalla più tenera età per l’istrionico chitarrista afro-nativo mi ha spinto a rischiare.

Questo film rappresenta una sorta di “battesimo di fuoco” per John Ridley, che troviamo non solo alla sceneggiatura, la sua specialità (ha firmato, tra l’altro, il recentemente premiato 12 Anni Schiavo di Steve McQueen e U-Turn di Oliver Stone), ma anche alla produzione e alla regia.
Sarebbe da premiare solo per questo, poiché non è da tutti esporsi così tanto mentre ci si arrischia a rappresentare la vicenda di un musicista che è una vera e propria leggenda del rock.

Lo fa in una maniera inusuale, lontano da una semplice e ovvia esaltazione del personaggio. Lo fa in maniera coraggiosa anche nella scelta di alcune soluzioni di regia e di suono, tese a sottolineare un’intrigante serie di aspetti e dettagli. Lo fa senza indugiare in maniera scontata ed edonistica sulla droga come mezzo privilegiato per liberare l’estro.

Lo fa, infine, senza mai proporre un solo, singolo brano storico di Hendrix. Non che quest’ultimo aspetto sia del tutto lodevole, ma c’è da dire che, più che una scelta personale di Ridley, si è trattato di una dura necessità dal momento che la Experience Hendrix LLC gli ha negato la possibilità di utilizzare brani originali del defunto genio di Seattle.
Dunque, oltre alle difficoltà di cui sopra, il nostro regista si sarebbe anche dovuto arrangiare con le ombre.

Come sarebbe stato possibile rendere giustizia a Hendrix senza passare nemmeno uno dei pezzi che lo hanno consegnato alla storia? Ridley elude il problema con grande abilità raccontando un Jimi per certi versi inedito, meno noto: quel James Marshall Hendrix che ancora non è nessuno, eccetto che un turnista scarsamente considerato che suona al Cheetah Club di New York e destinato, nel giro di poco, a divenire un fenomeno.

Nel mezzo c’è un po’ di tutto, ma soprattutto c’è il lato più umano e intimo di Jimi, personaggio che conosciamo fragile, timido e insicuro di sé. Una persona semplice, un sognatore che è però lontano dai motivi che agitano la gioventù un po’ impegnata, ma anche un po’ frivola, di quegli anni.

Soprattutto c’è la musica: la musica che ha appassionato Hendrix in gioventù (Muddy Waters e Howlin’ Wolf su tutti) e la musica di quei fantastici anni (Rolling Stones, Who, Beatles, Cream…). I momenti in cui vediamo Hendrix effettivamente suonare sul palco non sono poi molti e in generale si riducono a brevi sprazzi di performance, ma sono comunque resi in modo particolarmente evocativo.
Conta molto di più lo sfondo, dove troviamo la società occidentale che muta, e dove ci sono in particolare la ristretta scena musicale americana cui si contrappone la chiassosa nuova generazione rock che sgomita in un’Inghilterra ancora per lo più perbenista, provinciale e bigotta.

Tocca ad André Benjamin l’arduo compito di vestire i panni di Jimi Hendrix. Operazione riuscita? In buona parte sì.
Se magari nella “versione live” il nostro tende un po’ troppo a imitare e troppo poco a interpretare il personaggio, è nelle restanti parti del film che offre il meglio di sé.

Lo si nota soprattutto nell’Hendrix indifferente alle questioni politiche, sociali e razziali del tempo; nell’Hendrix che subisce una tripla discriminazione in quanto giovane, anticonformista e di colore; nell’Hendrix che sogna il suo mondo tutto colori e che con la sua musica vorrebbe raggiungere tutti, senza distinzioni; nell’Hendrix che a volte sembra lontano e quasi avulso dalla cultura giovanile di cui pure è parte.
Insomma, André Benjamin dimostra di avere dalla sua del talento e delle capacità interpretative, magari non trascendentali ma sufficienti.

A fare la differenza in Jimi sono soprattutto le soluzioni e le scelte di regia e di sceneggiatura. Ridley si prende anche alcune licenze, in particolare pare che la descrizione della relazione tra Hendrix e Kathy Etchingham – la sua ragazza di allora – sia stata resa in maniera completamente fittizia.
Ma di contro si potrebbe citare un altro breve e intenso momento, forse inventato anch’esso, ma che riesce a rendere in poche pennellate filmiche il contrastato rapporto tra Jimi e suo padre.

In definitiva e al di là di tutte le opinabili scelte di sceneggiatura, Ridley è riuscito nell’intento di mostrare e raccontare quella rapida e (c’è da credere) un po’ traumatica trasformazione che portò Hendrix dalla marginalità dei piccoli locali americani al suo sbocciare come talento solista.
Forse è proprio questo il modo migliore per impressionare Jimi sulla pellicola: senza sonanti celebrazioni e senza pompose idolatrie, ma bilanciando luci e ombre soffermandosi anche sui suoi impacci, sui suoi limiti.
In una sentenza, restituendo la sua controversa semplicità e umanità.
Perché anche il più straordinario dei talenti resta, nella sua intima sostanza, nient’altro che un uomo. E sta proprio lì la chiave per capirne la grandezza.   

doc. NEMO
@twitTagli

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