Je suis Charlie e la reazione dello zoo del web

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Nello studio di France24 i giornalisti parlano animatamente tra di loro, scambiandosi opinioni e punti interrogativi, fermandosi ogni tanto se il loro collega sul campo ha qualche nuova informazione da riferire. All’improvviso uno dei tre interrompe gli altri due: la redazione dietro le telecamere li informa che la pagina web di Charlie Hebdo è tornata online. Sono passate una, forse due ore dall’attentato. Tutti e tre rimangono in silenzio in attesa di vedere la schermata.

È uno schermo nero. Il colore del lutto. Su di esso figura in stampatello grassetto e in bianco contrastante una frase destinata a diventare il twit più twittato di sempre. JE SUIS CHARLIE. Quel giornale si è trasformato: da provocatorio insieme di fogli cartacei è diventato una persona, quasi in carne e ossa se non fosse che non ci è dato vederla. Non ne conosciamo la fisionomia ma ne sentiamo la voce e le parole: il giornale ha smesso di essere una tabula rasa su cui gli altri imprimono le proprie idee. Il giornale sta parlando in prima persona: “IO sono Charlie. Mi avete tolto un rene a colpi di Kalashnikov, costringendomi per sempre alla dialisi, ma io sono ancora qui. IO sono Charlie, non Charb, non Wolinski, non Cabu, non Tignous. IO sono Charlie. E sono ancora qui”.

È un attimo. La frase diventa virale, condivisa sui social network o sui cartelli in piazza, le si dà un hashtag in sposo e diventa ancora più capillare. Come fili d’erba, milioni di persone spuntano qua e là con la frase Je suis Charlie indossata come s’indossa una fede nuziale. Sono innanzitutto scossi, questi fili d’erba, poi arrabbiati, poi tristi, poi felici quando si assemblano tra loro formando un prato di solidarietà umana con pochissimi precedenti. 

Non sanno, poveretti, che il nemico si nasconde dietro l’angolo. Non sanno forse che quando vuole, il popolo del web ama complicarsi la vita. E così non sanno che il loro habitat non è formato solo da fili d’erba, ma anche da aquile. E da giraffe. Le prime si alzano in volo, si distanziano dai fili d’erba compatti e li seguono distanziate nei loro movimenti pur non approvandone le idee e le prese di posizione, la clorofilla insomma. In poche parole: pur non dicendo nulla per rispetto e limitandosi a librarsi in volo per allontanarsi dal prato, non approvano fino in fondo il Je suis Charlie. Non criticano chi lo condivide, ma non lo condividono.

Ma poi ci sono le giraffe. Uhu, che fastidio le giraffe. E pensare che la mia città ne è piena. Ci sono alcuni che affermano di aver visto a Torino più giraffe che fili d’erba. E come dar loro torto? Le giraffe sono in costante espansione.Hanno un collo lungo, queste giraffe; è necessario, perché altrimenti rimarrebbero allo stesso livello dei fili d’erba, cosa che nessuna giraffa vuole fare. La giraffa disdegna il filo d’erba: pur essendosene nutrita spesso in passato, da qualche anno a questa parte la giraffa ha imparato a sopravvivere con il solo snobismo — snobismo sabaudo, dalle mie parti — perché esso le permette di allungare ogni giorno di più il suo collo. “Toh, guarda, un italiano medio; toh, guarda, un filo d’erba”, così dicono tra loro.

Le aquile non approvano il Je suis Charlie perché ne fraintendono l’essenza: lo sovraccaricano di un sostrato semantico bello, ma che i suoi ideatori non gli hanno voluto dare. Lo vedono come uno slogan non solo di solidarietà, ma di impegno civile e politico. E allora — anche se con l’eleganza e l’intelligenza che si addice a tutte le aquile — storcono un po’ il naso a vedere tutti questi Je suis Charlie in Italia. “Ma se da noi non c’è nemmeno la libertà di stampa, che senso ha condividere Je suis Charlie?” Ma si fermano lì le aquile, perché non giudicano i fili d’erba.

Le Giraffe del web, invece, non approvano il Je suis Charlie perché snobbano la massa. O meglio, snobbano il fenomeno di massa. E quindi il filo d’erba che condivide Je suis Charlie. Devono mostrare sempre di essere originali, più critiche, più accorte e più profonde: “Chi sei tu per condividere questo messaggio? Ma se non sai nulla di politica estera e Islàm, fammi il favore! Per non parlare dei tuoi consueti interessi su Facebook: fino a tre ore fa condividevi le foto di Fedez e ora scrivi Je suis Charlie?”

Uhu, che fastidio queste giraffe. E badate bene che non sono mica esperte di politica o sociologhe internazionali, se no le avrei chiamate così. Sono solo delle giraffe. Sono solo l’evoluzione inopportuna che ha un filo d’erba quando si nutre quotidianamente di snobismo e intellettualismo. Nemmeno le giraffe sanno forse nulla dell’Islam, ma in quanto giraffe possono permettersi di giudicare e scrutinare. E se scoprono un filo d’erba che non ha una laurea a Cambridge, non legge ogni mattina il Washington Post, non gira con l’Internazionale sotto braccio, MA scrive Je suis Charlie, non pensano che sia bello riscoprirsi una volta ogni tanto tutti fili d’erba in solidarietà. No.

Perché quando leggono Je suis Charlie, le giraffe leggono solo e non ascoltano. La banale voce di un giornale che risponde ai suoi aggressori? Mica la sentono, loro leggono soltanto. E non lo fanno mica dando risalto al pronome soggetto Je, bensì al verbo essere suis e accanendosi su di esso: “Chi sei tu per dire di essere Charlie Hebdo, eh? Chi sei?”

Nessuno, mia alta e bastian-contraria amica giraffa, non sono nessuno. Sono solo un filo d’erba che vuole essere lasciato in pace con il suo cartello, il suo tweet e il suo pensiero.

Elle Ti
@twitTagli

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