Io voterò per Bersani

Io voterò per Bersani. Lo so, voi starete pensando “echissenefrega”; ma ho voglia di dirlo lo stesso. Ho voglia di dirlo perché si sta facendo passare l’idea che a sostenere Bersani sono solo vecchi settantenni trinariciuti con la tessera del PCI ancora in tasca, come un santino. 

Io, ancora per qualche giorno, ho ventotto anni: certo forse sono trinariciuto, ma non credo si possa dire che sono “vecchio”.
Voterò per Bersani, quindi, non perché mi ricorda i fasti del vecchio PCI, anzi.

Lo farò innanzitutto per coerenza: mi sono iscritto al PD solo dopo aver votato alle primarie per la Segreteria, per Bersani appunto, perché ero convinto che avrebbe potuto dare fondamenta solide al progetto di Veltroni – il quale, pur avendo avuto una buona intuizione, non è riuscito a darle “gambe”. E, come dice mio padre, le idee si affermano solo quando poggiano sulle gambe delle persone.

Ma quando votai Bersani lo feci sapendo che lui sarebbe diventato il candidato del PD alla Presidenza del Consiglio, come dice lo statuto del Partito. E la mia fiducia era motivata: durante il suo “cursus honorum” si è sempre dimostrato “fit to the job”, perfettamente calato nel ruolo e competente a svolgere le sue funzioni.

Sento già arrivare i commenti: “Le primarie sono state nel 2009, il mondo è cambiato, c’è stata la crisi, Berlusconi è andato a casa, ora c’è il governo Monti”.
Si, avete tutti ragione – in parte. Ad essere del tutto onesti intellettualmente, secondo me Bersani ha fatto un errore a cui ne è seguito un altro. 
A mio parere Bersani avrebbe dovuto indire un nuovo congresso, con conseguenti primarie congressuali a cui avrebbero potuto candidarsi solo iscritti al PD, rappresentanti le relative mozioni congressuali. Sarebbe stata un’occasione per: 1) fare chiarezza sulle linee guida del partito, e 2) impedire contestazioni interne su regole e regolamenti vari.

Non avendo fatto questo, però, ha – secondo me – sbagliato ad avanzare la proposta di deroga allo statuto, per permettere ad altri iscritti del PD di partecipare alla primarie di coalizione. 
Ha sbagliato perché, parafrasando Giorgio Amendola, il Partito Democratico è l’unico che regge (in qualche modo, aggiungo io) alle spallate dell’antipolitica. E regge proprio perché rispetta certe regole e certe “liturgie”. 
Se anche noi ci mettiamo a rincorrere sondaggi ed esperti di comunicazione è un attimo perdere la bussola.

Detto questo però, voterò convintamente Pier Luigi Bersani, proprio perché la sua candidatura rappresenta una rottura nei confronti della Seconda Repubblica
Bersani non è il candidato che funziona meglio dal punto di vista della comunicazione (ma sta migliorando), non è il candidato che ha più potere all’interno del partito (ma sta migliorando), non è un candidato in grado di reggere da solo l’impatto di una campagna elettorale.
Ma queste non sono debolezze, sono paradossalmente punti di forza! Bersani è il primo a conoscere questi suoi limiti, e li mette a nudo: il Segretario del Partito sa che si esce dal pantano della Seconda Repubblica solo abolendo i personalismi e ricostruendo il concetto che è stato cancellato dall’individualismo anni ’80 (a scoppio ritardato) e dall’avvento della televisione in politica. Un concetto semplice, ma non per questo meno rivoluzionario: il “Noi” è più importante dell’ “Io”.

Un concetto più importante delle eventuali criticità della proposta di governo e del programma della sua candidatura, che certamente ci sono: ma una volta che si è certificato il metodo con il quale si assumono certe decisioni, il merito delle stesse assume un altro significato.
Sempre il buon Amendola insegnava che “sulle esigenze della differenziazione deve prevalere la ricerca dell’unità. Non dirò che tutto questo sia facile, nemmeno che sia sempre possibile, ma la milizia in un partito rivoluzionario non è mai facile, richiede il superamento di momenti di crisi, richiede in certi casi rinunzie personali”.

Sono convinto che questa sia l’unica linea per poter militare (o, per usare un termine dei nostri tempi, “partecipare”) in un grande partito di massa. E sono anche convinto che la candidatura di Bersani sia l’unica che rispetti queste linee guida.

Detto questo, non sono tra quelli che dice che se vincerà Renzi (non facciamo gli ipocriti, gli altri candidati non hanno alcuna possibilità) finirà il mondo.
Non condivido il modo in cui Renzi sta conducendo la sua campagna, ma ha ricevuto l’appoggio di molte persone che stimo, il prof. Pietro Ichino su tutti – che gli sta scrivendo anche parte del programma, soprattutto in tema di lavoro. Quindi sono convinto che in ogni caso queste primarie ci consegneranno un PD forte e solido.
Ma sono anche convinto che una vittoria di Matteo Renzi complicherebbe la vita del mio partito. Sono in pochi a sottolineare questo problemino, non esattamente marginale: molte delle decisioni su liste, alleanze, programmi sono per statuto delegate alla segreteria e all’assemblea del partito. Due organi in cui, comunque vadano le primarie, continueranno a valere le maggioranze scaturite dal congresso del 2009: detta fuori dai denti, Bersani avrà comunque la maggioranza in quelle sedi.
Anche per evitare collassi di questo tipo che ripeto: io voterò Bersani.

Domenico Cerabona

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