Intervista a Lisa Nur Sultan, sceneggiatrice del film “Sulla mia pelle”: «Ora possiamo dirlo, non è stata una caduta dalle scale a uccidere Cucchi»

11 ottobre 2018

La notizia è appena arrivata e Lisa Nur Sultan, sceneggiatrice di “Sulla mia pelle”, la commenta a caldo:«È una data da ricordare. Oggi per la prima volta qualcosa è successo, e non in un film, ma in un’aula di tribunale. Sono immensamente felice per Ilaria, per i genitori, per Fabio Anselmo. E per Stefano, anche se oggi a leggere la ricostruzione di Tedesco, la dinamica del pestaggio, mi sono sentita male. Mille volte con Alessio ci siamo chiesti come sarà andata davvero nella stanza chiusa da cui siamo rimasti fuori, chi avrà iniziato, chi avrà colpito più forte. Oggi qualcuno che quella notte c’era l’ha detto. È la sua testimonianza, non la verità, probabilmente cerca anche di scaricare le colpe peggiori, ma quello che dice è importantissimo. È la prova che non eravamo tutti matti, che quelle carte dicevano quello: le scale sono innocenti.»

Film rigoroso, di straordinaria onestà e di altrettanto straordinario senso di responsabilità; e insieme prodotto cinematografico qualitativamente pregevole: è stato difficile conciliare le due esigenze?

«La scommessa era proprio quella: partire dal rigore dell’approccio e dello sguardo, e sperare che la qualità artistica ne derivasse di conseguenza. Potevamo garantire sull’impegno, non sul risultato né sull’accoglienza: un film così scarno e duro non era facile prevedere come sarebbe stato recepito. E invece l’accoglienza ricevuta è andata oltre ogni aspettativa.»

Si può definire (per scrupolo, asciuttezza e assenza di giudizio) il vostro film un prodotto anche giornalistico?

«Se intendi per quanto riguarda l’accuratezza delle fonti direi di sì. È un film scritto due anni fa e ogni cosa che sta uscendo ora nel processo risulta confermata anche nei dettagli. Anche questa testimonianza di Tedesco è coerente con quanto facciamo confidare da Stefano a un altro detenuto: due in borghese lo menavano e uno in divisa gli diceva di smettere. Come risultato invece è un film, quindi un prodotto artistico. Non è un documentario – posto che anche i documentari per me sono arte –, ma un’opera in cui l’asciuttezza e l’assenza di giudizio sono parte della forma.»

Lisa Nur Sultan
Lisa Nur Sultan, sceneggiatrice di “Sulla mia pelle”.

Di fatto, scrivendo “Sulla mia pelle” avete scritto una storia della quale si conosceva già la fine: quali implicazioni (narrative, ritmiche, artistiche) nel raccontare una storia rigidamente ingabbiata in unità di spazio e tempo molto chiuse?

«La prima che mi viene in mente: la rabbia di non poter cambiare il finale. Sembra banale ma chi ha visto il film capirà cosa intendo. Sono talmente tanti i momenti in cui pensi “qui si poteva salvare” che sapere di dover portare la storia a quel finale assurdo è stata una frustrazione difficile da gestire. E poi dover trattare personaggi che sono persone ha richiesto un’attenzione e uno scrupolo che normalmente non si è tenuti ad avere. Riguardo al ritmo interno del racconto credo che un gran lavoro lo abbia fatto la montatrice Chiara Vullo, insieme ovviamente ad Alessio (Cremonini, regista del film, ndr).»

Dal punto di vista procedurale ed emotivo, com’è il lavoro a quattro mani? Più facile o più difficile rispetto al lavoro da soli?

«Dipende tutto dal di chi sono le altre due mani.»

Uno sguardo sul futuro

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Tornerai su questa storia?

«Questa storia mi ha preso anni interi e spaccato il cuore, la notizia di oggi mi dà un senso di compimento. Sta finalmente trovando una sua risoluzione, ora Stefano inizierà a trovare un po’ di pace.

I miei prossimi progetti saranno più leggeri, ma prevedono anche altri processi… Mi affascinano molto le aule di tribunale e i processi come dispositivi narrativi. Studiare le sentenze, le arringhe, la lingua usata nelle aule dà un senso preciso di dove sta andando il Paese.

Mi sto occupando di un processo “storico”, non sarei in grado ora di riaffacciarmi dentro un abisso simile a questo, così recente e doloroso. Per esempio, mi piacerebbe tantissimo che qualcuno raccontasse la storia di Giulio Regeni, uno dei migliori di noi finito nel peggiore dei modi, ma non potrei mai farlo io. Però spero tanto che qualche collega abbia la voglia di farlo.»

Qual è a tuo giudizio lo stato di salute del cinema italiano?

«A me pare che artisticamente stia benissimo. A parte i grandi nomi, che sono tanti e riconosciuti in tutto il mondo, negli ultimi anni sono uscite decine di opere prime e seconde di altissima qualità. Non li cito per non dimenticare nessuno, ma sono tante le giovani voci che si sono imposte da subito come “voci”. Forse perché ci mettiamo così tanto a fare il primo film che quando uno ce la fa ha avuto tutto il tempo di formare la propria estetica, comunque davvero ho molta speranza nelle nuove autrici e nei nuovi autori.

Il nostro problema è la distribuzione, perché tutte queste belle voci non finiscano per essere conosciute solo dagli addetti ai lavori.

E aggiungerei, le posizioni di retroguardia. L’Italia è un campione di passatismo, siamo proprio orgogliosi di arroccarci. Io invece credo che vadano trovate soluzioni condivise in un quadro lucido sul presente e proiettato verso il futuro. Se no andiamo avanti così, a sprofondare tutti insieme ma contenti di non essere cambiati. E non sto parlando solo di cinema.»

Intervista raccolta da Andrea Donna.

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