In parole povere: che cos’è il Tso (trattamento sanitario obbligatorio)?

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TSO è l’abbreviazione di Trattamento Sanitario ObbligatorioÈ un ricovero forzato, coatto, contro la libertà individuale della persona. Si tratta di coazione cosiddetta benigna: se una persona con gravi patologie psichiche non intende sottoporsi al trattamento terapeutico e le sue condizioni fanno supporre che non sia consapevole del suo stato di salute, qualcun altro può prendersi cura di lei anche imponendosi.

Il comune cittadino può effettuare una segnalazione al 118 qualora si ritrovasse in una situazione in cui ritiene vi sia una persona non lucida e pericolosa. A questo punto la palla passa al medico del 118 che fa una prima valutazione del caso: se ritiene vi siano gli estremi per un TSO, questo deve essere convalidato da un altro medico e poi ulteriormente approvato dal Sindaco con ordinanza comunale.
Qui intervengono i Carabinieri o la Polizia Municipale al fine di condurre la persona in ambulanza e successivamente di trasferirla nel reparto SPDC (Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura), dove potrà rimanere per un minimo di 7 giorni. Durante questo periodo il TSO dovrà ottenere ulteriore convalida da parte del Giudice Tutelare. 

Le condizioni da dimostrare e verificare per l’approvazione di un TSO sono l’urgenza dell’intervento terapeutico, il rifiuto delle cure da parte della persona e l’impossibilità di adottare misure extraospedaliere. La procedura del TSO è complessa: è uno strumento da utilizzare con parsimonia e in ultima ratio.

Ma serve utilizzare la forza per effettuare un trattamento sanitario? Dove vanno a finire le persone dopo essere state sottoposte a TSO? E quelle che ne avrebbero bisogno e non vengono intercettate? 
Non ci sono dati sugli esiti dei TSO, però ci sono delle storie da ascoltare.

ANDREA. Lo conoscete quasi tutti: ha 45 anni, schizofrenico da 25, in cura in un Centro di Salute Mentale e una serie di TSO alle spalle. Il 6 agosto suo padre chiede l’intervento del 118: nota che suo figlio “non ci sta con la testa”. È un periodo che non segue le terapie. Intervengono due medici e in seguito tre vigili urbani: Andrea pesa 150 chili, non è semplice immobilizzarlo e caricarlo sull’ambulanza. Cosa succede intorno alle 16 di quel pomeriggio non si sa (su questo indaga la Questura), ma l’uomo sale sull’ambulanza in arresto cardiaco. Arriva all’ospedale e per lui non c’è più nulla da fare.

DANIELA. Alcuni ne avranno sentito parlare: ha 33 anni, è sposata ed è madre di 4 splendidi bimbi. È in cura da anni al Centro di Salute Mentale: è psicotica, ha dei forti deliri, ma non è dato sapere se questi siano curati farmacologicamente o con colloqui terapeutici. In una mattina dell’aprile del 2010 i deliri di Daniela vincono sulla sua volontà: mentre suo marito accompagna a scuola i tre figli più piccoli, la donna dà fuoco alla piccola di 7 mesi. Accusata di omicidio volontario, è immediatamente ricoverata presso il reparto psichiatrico dell’ospedale.

FRANCO. A qualcuno non sembrerà nuova questa storia: ha una settantina d’anni ed è un pianista. Da giovane eredita una bellissima casa immersa nel verde delle colline fiorentine, ma nel giro di pochi anni costruiscono a qualche centinaio di metri un’autostrada: il paradiso terrestre si trasforma in un campo di battaglia. Franco, negli anni ’50, inizia la guerra contro le Società Autostrade. Franco è un tipo combattivo e non demorde nemmeno quando il Comune lo vuole espropriare per permettere la costruzione della terza corsia dell’autostrada. Franco non se ne vuole andare, non può sopportare di lasciare la casa in cui ha vissuto tutta la sua esistenza, con momenti belli e brutti, al fianco di suo moglie… e forse è un po’ testardo e non vuole darla vinta alla Società Autostrade. Per farlo sloggiare, il Comune passa alla maniere forti: un TSO. Il signor Franco non era mai stato in cura con psicofarmaci e mai seguito da un Centro di Salute Mentale. Quel mattino freddo di gennaio del 2008 ha conosciuto il reparto di psichiatria.

NINA. Nessuno conosce la sua storia: ha 25 anni e un po’ di traumi alle spalle. Una famiglia multiproblematica, violenze continue, timore dei servizi sociali e sanitari. Sembra non avere nessuno che si occupi di lei. Gli operatori di un servizio di strada la incontrano in giro nel cuore nella notte, riescono a stento a fare due parole con lei e a condurla in un dormitorio per farle passare la notte al caldo. Da quel momento Nina va tutte le notti a dormire lì. Tendenzialmente non parla, fa gesti. Un sera improvvisamente inizia a prendere a pugni l’armadio della sua stanza e le pareti con una violenza inaudita. Rischia di farsi male, oltre di far male a chi tenta di fermarla. Il 118 viene contattato e interviene tempestivamente. Due medici. I carabinieri. Il TSO è stato convalidato. Viene usata la forza per portare Nina sull’ambulanza. Da questo ricovero forzato la giovane donna deciderà di fermarsi ancora in ospedale perché ha capito di aver bisogno di ulteriori cure. Ha iniziato a parlare. Nel luglio 2011 entra in una comunità.

DOMENICO. Anche lui è un perfetto sconosciuto. Ha 40 anni, vive in una casa popolare con il fratello di poco più grande di lui: questo è l’unico legame che ha. Domenico è una persona semplice. È invalido a causa di un incidente sul lavoro, in seguito al quale ha avuto seri problemi di depressione. Racconta di essere stato ricoverato con TSO perché ormai era un vegetale: non parlava, non mangiava, non gliene fregava più niente di vivere. Grazie alla terapia farmacologica si riprende e inizia un percorso terapeutico con il suo psichiatra. Ha smesso di assumere terapie perché sta bene e ha capito quanto sia bello vivere, anche se alcune cose non potrà più farle. Nel maggio 2013 suo fratello muore improvvisamente in un incidente stradale. Domenico ricade nel baratro: è di nuovo nelle stesse condizioni di anni fa. Il suo psichiatra si trova costretto a chiedere un nuovo TSO. Domenico inizia nuovamente la terapia farmacologica. Piano piano si riprende e magari un giorno smetterà di prendere farmaci.

Una morte. Forse un’inadempienza, che ha scaturito la morte di un innocente. Un presunto abuso di potere. Una vita nuova. E un ritorno alla vita. Ogni persona ha una storia e ogni TSO ha protagonisti diversi, con le loro storie diverse. Sono diverse le storie di Andrea, Daniela, Franco, Nina e Domenico. Ma sono diverse anche le storie dei vari professionisti che sono intervenuti in queste situazioni: alcuni sono stati zelanti, altri negligenti; alcuni hanno usato maniere forti, altri si sono rivelati più empatici; alcuni si sono dimostrati preparati, altri alle prime armi.

La questione è una: la responsabilità. Chi ha operato correttamente si prenda il merito dovuto, indipendentemente dall’esito dell’intervento. Chi è stato scorretto o inadempiente ne prenda le conseguenze.

Eleonora Ferraro
@twitTagli 

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