Il rinnovamento del centrodestra (se ci sarà) passerà da Francesca

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Ci vanno penne e teste migliori delle nostre per capire, e figuriamoci raccontare o spiegare, i come e i perché del centrodestra in decomposizione. Ad esempio: qual è oggi il movente di Berlusconi?
La condanna ormai è arrivata, il partito è esploso, la carriera politica terminata (almeno quella in prima persona).
Tutto questo però non basta, non è sufficiente per placare gli obiettivi del leader, e poco importa che nessuno comprenda realmente dove il vecchio e stanco Silvio voglia andare a parare. E soprattutto perché.

Per qualcuno la chiave di lettura è familistica: un desiderio umano, paterno, quello di approntare tutte le contromisure possibili affinché “le colpe del padre non ricadano sui figli” (leggi: spolpare un domani gli asset di Fininvest, oggi equamente distribuiti tra Marina, Piersilvio e Barbara in attesa della maturazione di Eleonora e Luigi).
Alla sua morte, tuttavia, i rampolli saranno chiamati a dimostrare di essere spregiudicati almeno quanto il padre; diversamente, verranno attaccati dalla semplicità del mercato e dalla complessità del rancore.
Altri la risolvono con la psicologia prêt-à-porter, di cui tutti quanti facciamo più o meno vigoroso esercizio: liquidano il comportamento di Berlusconi e di quel che resta della sua corte come ennesimo, ostinato riflusso di un illogico delirio di onnipotenza. Tale analisi ha il difetto di tutte le spiegazioni tautologiche, regge ed ha senso solo se ci si accontenta.

Nel frattempo la fuga dei miserabili luogotenenti ha fiaccato il morale delle truppe, più che creare reali disagi. Ma tanto è bastato perché il quartier generale apparisse sempre più deserto, sempre più desolato.
Il cambio di passo, più auspicato che reale e più ipotetico che efficace, passa con il continuo rimpiazzo di figure chiave dell’universo del centrodestra.
Restano sulla breccia (beh, oddio…) Maurizio Gasparri, che tra un tweet offensivo e l’altro riesce a malapena a confermare la sua statura di macchietta, e pure Giovanni Toti, il cui ruolo nessuno ha ancora inquadrato (il fatto che abbia mollato la direzione di Studio Aperto non è manco servito a migliorare di un pelino la linea editoriale del programma di Italia Uno – sì, “programma”: non chiamiamolo “telegiornale”, per cortesia).
Resta infine in piedi Denis Verdini, unico ad avere incarichi politici, dato che è lui a detenere la patente diplomatica per contrattare con Matteo Renzi le famigerate riforme: gli altri invece sono stati riposizionati per combattere la vera battaglia su cui si è fondato il consenso berlusconiano degli ultimi decenni, la battaglia – se così la vogliamo chiamare – “culturale”.

Berlusconi ha sempre affrontato la lotta politica in chiave pre-politica. Un misto di assenso, consenso ed aspirazione più che ispirazione.
Berlusconi, in altre parole, non ha mai elaborato un sistema teoretico di valori in cui l’elettorato avrebbe potuto riconoscersi: ha sempre considerato il suo pubblico piuttosto limitato, e dunque non ha sprecato troppo tempo ad indottrinarlo. Gli ha viceversa creato un universo di feste, lustrini, cocotte e lusso da desiderare.
Ma anche questa strategia non fa più breccia, e dunque assistiamo ad una sostituzione: fuori Daniela Santanché, dentro Francesca Pascale.

Non liquidatela come una banale preferenza di letto: due giorni fa, mentre la dolce Francesca si iscriveva all’ArciGay per dare all’intero carrozzone una prima tinta di politicamente corretto, ha rilasciato a Mattia Feltri (La Stampa) un numero sufficiente di dichiarazioni per consentire al giornalista di pennellare un pezzo dei suoi.
Ebbene: difficile che Francesca parli in tali toni senza che Silvio dia il beneplacito. “La Santanchè ha le sue posizioni politiche che io condivido di rado, e soprattutto non condivido stavolta“.
Hai capito? E non finisce qui: “Lei e chi la pensa così [sui diritti degli omosessuali, NdR] sono portatori di un’ideologia contorta ed ipocrita che sta facendo marcire la società“.

Insomma, Franceschina ci è andata giù con l’ascia bipenne. Certo, si potrebbe interpretare l’intera faccenda come l’ennesima ape regina dell’alveare di Silvio che va oltre le righe. Oppure addirittura immaginare un Silvio imbrigliato dalla rampante e spregiudicata napoletana, che tra cani e cagnette oramai comanda a bacchetta il vecchio tycoon.
Ma probabilmente Berlusconi è meno sconfitto, rassegnato e rimbambito di quello che tutti sperano. Anzi, sta tentando, come suo solito, di sparigliare. Ed è per questo che una nuova donna forte (la Pascale) rischia seriamente di far le scarpe alla Pitonessa in persona. Del resto, Silvio lo permette; che poi nessuno capisca nulla del perché e del percome, è un altro paio di maniche.
Il tutto è meno folkloristico di quel che sembra: sono sommovimenti che bisogna degnare di uno straccio di occhiata, perché senza una destra lo scenario politico si riduce alle schermaglie tra Renzi e Grillo, ossia tra un PD smagliante (ma forse inconcludente) ed il più becero e pericoloso populismo.
E senza Berlusconi, la Santanchè sarà costretta a riciclarsi come editrice de L’Unità.

Umberto Mangiardi
@UMangiardi

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