Il Partito irrecuperabile: e se Renzi e la stampa avessero una strategia comune?

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Doverosa premessa: l’analisi che state per leggere è una pura speculazione personale. Sensazioni e impressioni, ma non prove certe. Una ricognizione generale senza pretese di retroscenismo spinto, un punto di vista.
Partiamo da una situazione: ultimamente i media sono particolarmente ingenerosi con il Partito Democratico.
Sottilineo “con il PD”, e non “con il suo segretario”, Matteo Renzi.

Prendete il caso di Mafia Capitale: è una vicenda quasi tutta incentrata sulla destra romana e sulla giunta Alemanno e che solo tangenzialmente riguarda il PD e la giunta Marino. Eppure tutta la concentrazione mediatica è sul Partito Democratico, tanto che Matteo Renzi è stato obbligato (?) a un gesto clamoroso: commissariare il PD di Roma inviando niente di meno che il Presidente nazionale del PD, Matteo Orfini (il quale a sua volta ha chiesto l’aiuto di Fabrizio Barca).
Insomma più di così…

Che dire poi della vicenda di Ischia? Come abbiamo riassunto qui su Tagli, si tratta di un imponente giro di tangenti, che peraltro (dicono gli inquirenti) ha visto nella parte del “colluso” il classico “uomo per tutte le stagioni”, il Sindaco di Ischia.
Giuseppe Ferrandino, prima eletto sindaco di Casamicciola con Forza Italia e poi sindaco di Ischia col Partito Democratico passando per le fila de La Margherita, pare essere una figura terza rispetto al sistema partitico, nel senso che evidentemente ha tratto la sua forza elettorale da un consenso radicato nella propria realtà locale. Un “ras” di provincia più che un “uomo di partito”.
Ciononostante, tutta l’attenzione viene concentrata sul fatto che Ferrandino sia stato inquisito durante il suo mandato di “sindaco del PD”. Da lì a descrivere presunti torbidi rapporti con Coop “rosse” e – immancabilmente – con Massimo D’Alema il passo è talmente facile da diventare obbligato per un cronista giudiziario.

Potremmo continuare con altri casi “minori”: comune denominatore è presentare il Partito Democratico (e/o suoi esponenti) come un organizzazione intimamente corrotta, irrecuperabile.
Fulgido esempio di questa letteratura cronachistico-politica-scandalistica fu il vergognoso servizio di Ballarò sulla vicenda della Quinta Circoscrizione di Torino – personalmente, uno dei momenti più bassi del giornalismo italiano che abbia la sfortuna di ricordare.

Tuttavia, anche quando questi attacchi sono durissimi e perfino quando la vicenda ha chiaramente risvolti nazionali, quasi mai i media presentano il problema del PD come un problema di Renzi. A orientare in tal verso la comunicazione ci provano esclusivamene gli oppositori politici di altri schieramenti, senza peraltro mobilitare campagne di stampa in grande stile e limitandosi al trascurabile cicaleccio di questa o quella pagina facebook antiKa$ta. 
Pensate alla vicenda delle prossime elezioni campane: il PD locale fa un mezzo disastro, arrivando spaccatissimo alla scadenza elettorale nonostante un avversario – il Governatore in carica Stefano Caldoro – sia in estrema difficoltà e con Forza Italia travolta dagli scandali e dagli arresti.
Renzi ha provato a “commissariare” la situazione con l’imposizione di un candidato esterno, Gennaro Migliore, senza passare dalle primarie. Ma perfino il panzer toscano è stato respinto con perdite (Gennaro Migliore sarà costretto a presentarsi alle primarie e, dopo mille rinvii sulla data, a ritirarsi dalla competizione per manifesta inferiorità: contro due big come Cozzolino e De Luca non ci si improvvisa).

A ben guardare, si tratta di un disastro politico della segreteria di Renzi: tentare di imporsi con forza in una realtà locale e venir risputato fuori malamente, tanto che il proprio Uomo all’Havana (o a Campi Flegrei, come in questo caso) deve mollare a competizione e ritirarsi in buon ordine. Se un tale fallimento fosse stato orchestrato dal ben meno popolare Bersani, Repubblica ci avrebbe titolato per settimane.
Invece, silenzio di tomba. 
Silenzio che è proseguito perfino quando il papocchio ha raggiunto l’apoteosi consacrando candidato democratico l’ex sindaco di Salerno Vincenzo De Luca. Perché “ex sindaco”? Perché decaduto in quanto condannato ai sensi della legge Severino. Legge che gli impedirà di diventare Governatore se dovesse vincere le elezioni.
Insomma, a leggere l’orientamento dei media circa le varie vicende del centrosinistra, il partito è allo sfascio ma Renzi si salva. Com’è possibile?

A ciò si aggiunga la governance del partito da parte di Renzi. Più o meno dichiaratamente, Matteo non si cura – almeno all’apparenza- delle vicende locali. Quando la situazione diventa ingestibile, commissaria: ormai sta diventando un’abitudine. Ma quando una misura straordinaria diventa un’abitudine, allora vuol dire che è un metodo.

Sommando il Dato A (“il partito è allo sfascio ma Renzi si salva“) con il Metodo B (“se le realtà locali sfuggono al controllo, si commissariano“) con l’atteggiamento C (“le realtà locali e la struttura del partito interessano fino a un certo punto“) viene spontaneo domandarsi quali siano le strategie di Renzi da una parte e della stampa dall’altra.
Perché la stampa , che negli ultimi quattro anni ha sofffiato assia a favore di Renzi, concentra il proprio fuoco sull’organizzazione-PD senza coinvolgere il Caro Leader?
Perché Renzi non fa niente per contrastarla, lasciando la base del partito al suo destino di macellazione mediatica?
Anzi, perché di fatto Renzi asseconda e insegue questo assetto della stampa? Il suo metodo di gestione del partito e le occupazioni manu militari delle realtà locali sembrano fatte apposta per accontentare la voglia di tabula rasa dell’opinione pubblica.

È possibile che lo scopo di Renzi sia arrivare a “chiudere” il PD, per dare vita ad una nuova compagine costruita attorno a lui.
Sarebbe una mossa spregiudicata, ma non avventata: se tra mille traversie, lotte e trattattive, Renzi dovesse riuscire a portare a casa una legge elettorale che – di fatto – introduce un sistema presidenziale, in un momento in cui non ha avversari credibili e che lo vede spadroneggiare come unico leader nel Paese, per quale motivo dovrebbe portarsi dietro un partito litigioso, complesso nella sua composizione ideologica e con delle regole farraginose?

La situazione è infatti questa: con la legge elettorale in vigore Renzi può andare alle elezioni quando vuole. Anche nel 2016. Cosa che molti pensano farà. Però dovrebbe prima affrontare una dura battaglia politica nella composizione delle liste elettorali: non solo per i famosi 100 capolista bloccati, ma anche per gli altri eletti con le preferenze.
Renzi non ha ancora una classe dirigente locale in grado di raccogliere consenso, almeno non tra i fedelissimi della prima ora. Quasi tutti i potentati locali sono composti da renziani saliti sul carro. Gente di cui Renzi non si fida, e a buona ragione.
Rischia dunque di avere una maggioranza solidissima in Parlamento, ma su cui non può fare affidamento.

Senza contare che, per le assurde logiche del PD, nel 2017 ci sarà un nuovo congresso. E lo Statuto del partito dice che il Segretario è anche candidato premier: quindi Renzi non può permettersi di non essere segretario o a rischio sarebbe la tenuta stessa del suo governo: chiedete a Prodi e Letta per conferma.
E allora Renzi deve sapere che – nel migliore dei casi – deve affrontare l’ennesima battaglia congressuale nel 2017 in vista delle politiche del 2018; oppure una campagna congressuale nel 2017 fatta dopo le elezioni del 2016, con la consapevolezza che non candidandosi alla segreteria vedrebbe minata la sua leadership.

Insomma, troppi lacci e lacciuoli per un uomo del “fare” come lui
Per questo credo che la chiave di lettura che viene data dai giornali del PD sia sospetta: a mio parere l’intenzione è quella di rappresentare il Partito Democratico come irrecuperabile.
Un partito vittima dei notabilati locali, e ormai “perduto” nonostante tutti gli sforzi (i commissariamenti) fatti dal prode segretario.

L’unica soluzione sarà porre fine a questa esperienza – che poi non è mai piaciuta veramente a nessuno dei fondatori, o quasi – per dare vita al nuovo e scintillante Partito della Nazione: un partito costruito attorno al leader e che gli permetta di essere quel polo di attrazione per tutti gli elettori, senza avere il vincolo di dover litigare con quei facinorosi di sinistra se alle primarie della Liguria Forza Italia e Nuovo Centro Destra vanno a votare in massa per un candidato o se in Lombardia si fanno i gazebo per una lista civica con le bandiere del PD e di Forza Italia: queste sono discussioni buone per la vecchia politica.

Domenico Cerabona 
@DomeCerabona

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